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Ψυχῆς ἔστι λόγος ἑαυτὸν αὔξων

(Eraclito, DK B 115)

Del respiro umano
v’è un λόγος ἄλογος,
un discorso
che accresce se stesso,

un infinito
che non è quantità,

è misura.

Appartenersi significa non possedersi o possedere, ma essere libero, abitare il proprio mondo spirituale, che è anche il mondo spirituale dell’unica umanità che tutti gli esseri umani abitano, ma non è di nessuno, perché è di tutti. Ovunque v’è un essere umano v’è questo mondo, che è suo diritto di abitare e suo dovere di rispettare. La patria di ogni essere umano non è un pezzo di terra (a un pezzo di terra hanno diritto i morti), ma l’Umanità. Le singole nazioni e i singoli luoghi sono una parte spirituale del mondo che è il suo mondo. Una parte dalla quale e nella quale possono uscire ed entrare liberamente tutti. Con ordine, ma liberamente.

Questa non è anarchia, ma libertà di ogni essere umano di stare in rapporto con tutti gli altri esseri umani, di ogni popolo e di ogni Stato, di vivere in pace con tutti gli altri e appartenere di diritto alla stessa Umanità di tutti gli altri.

Questo è il significato dell’ONU, la direzione pacifica che la sua evoluzione implica, la consapevolezza di sé dell’Umanità che essa comporta. Opporsi a questa evoluzione della specie umana, opporsi alla libertà degli esseri umani di cercare la verità e la giustizia, significa distruggerli. Questo, al punto in cui siamo della nostra storia, è il vero significato dei conflitti armati e delle armi micidiali che sono negli arsenali delle cosiddette grandi potenze.

Grandi potenze di distruzione, di ingiustizia e di morte.

La tirannide e la guerra non sono alternative legittime alla libertà e alla pace. La tirannide e la guerra sono l’illegalità. Non divengono legali perché sono sostenute da alcuni Stati, o insiemi di Stati armati. Le armi non soltanto non costituiscono una giustificazione della violenza e della tirannide, ma ne sono una delle peggiori forme di illegalità.

L’Umanità si trova di fronte all’inderogabile necessità, ora che ha preso consapevolezza di sé, di dichiarare illegale la guerra e ogni forma di violenza di un essere umano nei confronti di ogni altro essere umano.

Come debba essere fatto questo per avere una efficacia sufficiente a cambiare la situazione attuale, va studiato, ma la cosa non può essere rinviata sine die. Il problema va affrontato prima che la situazione continui a degenerare. Non si può continuare a presupporre che la guerra sia la normalità e la pace una eccezione nella vita del genere umano. Continuare a presupporre questo, significa andare verso una guerra che può distruggere l’intero genere umano. La storia umana ha la possibilità e la necessità di aprirsi a un futuro di evoluzione della capacità della parola di risolvere i conflitti tra gli individui e tra i popoli senza ricorrere alla violenza, di portare la competizione a livelli che non comportino conseguenze violente e non implichino ingiustizie che si riflettono nei rapporti tra gli esseri umani e del genere umano con il mondo della vita al quale appartiene.

All’appartenersi, all’essere libero, di ogni essere umano, deve corrispondere l’appartenersi, l’essere liberata, dell’Umanità.

Ieri è stato conferito il premio Nobel per la pace a un giudice della Corte Penale Internazionale. È un segno importante, a livello intellettuale, dell’esistenza di un riconosciuto diritto internazionale. Il Presidente degli Stati Uniti ha commentato questa assegnazione, dicendo che quel giudice odia gli Stati Uniti e lo Stato di Israele. Non è il caso qui di spiegarne i motivi.

L’odio non è il contrario dell’amore, ma la sua privazione, la sua mancanza. Inoltre un essere umano non ha il dovere di amare gli Stati, ma quanto mai i popoli.

Soprattutto è impossibile per un essere umano, e ancora di più per un essere umano giusto, amare la tirannide, la violenza e la guerra.

Nell’Europa, che è nata per la pace nel secolo scorso, sembra ora prevalere la tesi che con la guerra si ottiene la giustizia, con la pace no. Così si sostiene la guerra dell’Ucraina contro la Russia senza se e senza ma.

Il fatto è che in questo modo d’essere delle belve disumane (la disumanità appartiene soltanto agli esseri umani), le condizioni della pace le detta chi vince la guerra. Dunque la guerra è inevitabile. Questo è il modo certo di condurre l’Umanità lontana dalla sua consapevolezza di sé, ovvero alla propria rovina.

Nella tradizione filosofica occidentale, ma anche orientale, essere umani non è sopraffarsi, ma appartenersi, e appartenersi, poiché gli esseri umani parlano, hanno origine nella verità, è tendere alla luce intellettuale, τοῦ είδέναι, come scrive Aristotele all’inizio della Metafisica. Non v’è amore, negli esseri umani, non vi è dunque vita, senza parola. La vita umana non dipende dalla competizione, dalla lotta, negli esseri umani, ma dalla ricerca della verità, della giustizia e della bellezza.

Forse questo è anche il principio dell’evoluzione biologica, della vita, nelle altre specie. Un principio che i sensi, la percezione sensibile, non è in grado di cogliere a un primo sguardo.

Così, in un primo momento, come osserva Marx in una lettera a Engels mentre stava scrivendo il secondo libro di Das Kapital, l’evoluzione delle specie può apparire un bellum omnium contra omnes come la società borghese.

È questa ingannevole apparenza che insidia questo nostro momento storico. Il capitalismo pensa che la sua natura sia la natura, che la sua forma sia l’assoluto della forma, la sua fine la fine del mondo e della storia umana. Ma non è e non deve essere così.

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