Interventi

Dici Congo e ti viene in mente Conrad e il suo cupo “Cuore di tenebra”, magistrale intreccio tra gli orrori e gli eccessi del colonialismo bianco in Africa e i lati più oscuri della psiche umana. Una lotta tra bene e male che, ora come alla fine dell’Ottocento, si alimenta di corruzione e violenza, e distrugge interi ecosistemi. Gli stessi da cui continuiamo a estrarre ricchezza rimuovendo le atrocità che causa: guerra e epidemia, stupri e povertà, bambini e bambine costretti a vivere al soldo, cioè “soldati”.

Solo in questa dimensione si può collocare la morte assurda dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Luca Iacovacci e dell’autista del Programma alimentare mondiale (Pam) Mustapha Milambo, uccisi nel corso di una missione non particolarmente complessa, ma rischiosa per le condizioni dell’area.

Le cause sono ancora tutte da accertare e la recente uccisione del magistrato congolese inquirente fa pensare che l’accusa della moglie di un tradimento mirato non sia frutto del dolore. Occorre più chiarezza da parte delle autorità congolesi, e rimangono ancora da definire le responsabilità del Pam e dei servizi di sicurezza dell’Onu che in quella parte del paese, il Kivu, sono presenti da due decenni.

Pochi, almeno in Italia, si ricordano il genocidio del Ruanda, gli esodi di massa e poi la guerra più significativa della storia recente dell’Africa, che, tra il 1998 e il 2003, ha coinvolto quasi tutti i paesi africani, a partire dal Ruanda e dalla Repubblica democratica del Congo e i loro vicini: Burundi, Uganda, Repubblica centrafricana, Sud Sudan e Tanzania; solo per citarne alcuni. A quella guerra, che ha lasciato più di cinque milioni di sfollati e rifugiati secondo le stime dell’Onu, parteciparono una miriade di gruppi armati che hanno destabilizzato in modo permanente il Kivu, contendendosi il dominio politico e le risorse di un territorio che offre oro e diamanti, ma soprattutto il coltan dei nostri smartphone.

Sembra che nessuno voglia davvero la pace in un angolo di mondo così “prezioso” per chi non ci abita.

Le Nazioni unite dal 2000, istallarono una missione per il disarmo dei gruppi armati che prese prima il nome di Monuc (Mission de l’Organisation des Nations Unies en République démocratique du Congo) e dal 2010 di Monusco (Mission de l’Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo). I risultati finora sono scarsi, si limitano a gestire gli aiuti e a contenere lo status quo.

D’altro canto le Nazioni unite sono una costante presenza nella Repubblica democratica del Congo sin dalla liberazione e dal conflitto tra il presidente Kasa Vubu e il primo ministro Lumumba, massacrato dai belgi – nel 2002 se ne sono assunti la responsabilità – per aver chiesto la protezione sovietica. Quello scontro fu vinto dal colonnello Mobutu Sese Seko che, sostenuto dal Belgio e dagli Stati uniti, instaurò nel paese una dittatura durata più di trent’anni. Le truppe dell’Onu, presenti sin dal luglio 1960, non impedirono né l’uccisione di Lumumba, democraticamente eletto, né l’eccidio dei tredici aviatori italiani in missione di pace, a Kindu nel 1961. Nello stesso anno Dag Hammarskjöld, il celebrato Segretario generale delle Nazioni unite, scomodo interprete della Carta dell’Onu, che voleva un’istituzione multilaterale volta a realizzare la kelseniana civitas maxima, morì in un incidente aereo, le cui cause non sono state mai chiarite, nell’attuale Zambia, proprio nel corso di un tentativo di comporre la crisi congolese.

La Repubblica democratica del Congo continua a essere il cuore di tenebra dell’Africa, sede di uno dei conflitti di bassa intensità più sanguinari del mondo.

Le cleptocrazie gestiscono, per meglio dire si spartiscono, una terra grande quanto l’Europa dove più di settanta, dei suoi centodue milioni di abitanti, vivono al di sotto della soglia di povertà, quasi senza assistenza sanitaria, se non quella fornita, in modo frammentato dagli “aiuti” di cooperazione, prevalentemente di emergenza umanitaria gestita dalle agenzie delle Nazioni unite, dall’Europa e dalle organizzazioni non governative, anche se il paese ha risorse minerarie che potrebbero garantire una vita degna per tutti.

Pensiero pericoloso in un paese che non garantisce diritti fondamentali a nessuno/a.

La destabilizzazione costante, soprattutto in Kivu e in Katanga, garantisce che le grandi multinazionali europee, americane e cinesi, possano continuare a esercitare i loro diritti di estrazione a tassi molto bassi su materie prime che consentono lo sviluppo tecnologico mondiale (in particolare il coltan e il cobalto).

Non c’è cooperazione che possa intervenire in modo efficace in queste condizioni senza nominare le responsabilità e le complicità internazionali. Senza accompagnare gli interventi di emergenza a una “robusta” azione di stabilizzazione politica e di sicurezza.

Le Nazioni unite e l’Unione europea possono e devono fare di più. L’Italia che ne sostiene l’azione finanziariamente deve essere più rigorosa e esigente, soprattutto adesso. Accertare le responsabilità dell’uccisione dei due giovani italiani è solo una parte del compito del Ministro degli esteri e della cooperazione internazionale, come dal 2014 si è voluta chiamare la Farnesina. L’altra parte, forse più importante, consiste nel dar valore alla cooperazione internazionale e alla sua esperienza bio-politica nel definire gli obiettivi dell’azione internazionale, superando una visione geopolitica che non regge più alla prova della globalizzazione finanziaria, come la crisi globale del Covid e le migrazioni ci stanno dimostrando.

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