Interventi
Prima di George Floyd a Minneapolis c’erano stati Trayvon Martin in Florida, Eric Garner a Staten Island e Michael Brown, da cui partirono le rivolte di Ferguson del 2014. Ma non c’è nemmeno bisogno di andare così indietro nel tempo perché Ahmaud Arbery, 25enne nero che stava facendo jogging in una zona rurale della Georgia e che è stato ammazzato da due bianchi che l’hanno seguito in macchina perché ritenuto “sospetto”, è morto il 23 febbraio di quest’anno. Breonna Taylor è stata uccisa il 13 marzo con otto colpi di pistola dopo che tre agenti di polizia sono entrati nel suo appartamento a Louisville, Kentucky, mentre dormiva in quella che secondo loro doveva essere una “trap-house” e dove invece non c’era traccia di stupefacenti.
Fatti che non hanno avuto la risonanza nazionale di George Floyd solo perché è venuta a mancare la coincidenza di qualcuno che riprendesse la scena con un cellulare. Come ha detto Keeanga-Yamahtta Taylor sul “New York Times” gli Stati Uniti di Trump stanno (irresponsabilmente) finendo il lockdown e tornando alla normalità, e anche questo fa parte della normalità: la regolare e continua uccisione di neri da parte delle forze dell’ordine.
 

Credits: Hungryogrephotos

 
Il copione è sempre lo stesso: neri, disarmati, per lo più giovani e maschi, considerati sospetti da poliziotti fuori controllo (o da presunti vigilanti di quartiere, come nel caso di Ahmaud Arbery) che sparano per uccidere. La lista di giovani ragazzi di colore ammazzati dalla polizia negli ultimi anni è spaventosa e, anche se i numeri quest’anno sono significativamente calati rispetto al 2015, si tratta comunque di un tasto delicato che rende visibile un problema più generale: quello del rapporto delle comunità afro-americane e latine con le forze dell’ordine e in generale con i poteri dello stato.
Il video, rimbalzato su tutti i media, dell’agente Derek Chauvin, che con il ginocchio schiaccia a terra la testa di George Floyd facendogli perdere i sensi e di fatto ammazzandolo, è terrificante e come spesso accade con le immagini riesce (o si presume che riesca) a rendere trasparente e immediatamente comprensibile un processo politico complesso e generale che riguarda i fenomeni sociali di “razzializzazione”, cioè di produzione sociale, culturale e istituzionale di quella che poi cristallizzatasi chiamiamo “razza”, che tutto è tranne che un’evidenza naturale.
 

Gli studiosi di race studies definiscono il razzismo non come un atteggiamento che attiene in prima istanza alle rappresentazioni delle singole persone, ma come un processo strutturale che riguarda istituzioni, poteri dello Stato, processi economici spesso invisibili e impersonali, portati avanti per lo più da persone che non si percepiscono in alcun modo come razziste.

 
 

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Quello di George Floyd è solo uno delle migliaia di omicidi da parte delle forze dell’ordine che hanno interessato persone di colore negli ultimi anni.
Ma quello che lo rende diverso e che ha fatto scatenare l’insurrezione degli ultimi giorni è la sua immagine, che nel mostrare oltre ogni ragionevole dubbio un atto di sopruso, costituisce l’occasione per un compiere un gesto di chiarificazione politica: rendere finalmente visibile e mettere in scena il processo strutturale di produzione razziale della disuguaglianza su cui da sempre si è basata la democrazia americana e che normalmente rimane nascosto.
I riot in questo senso hanno compiuto un atto di verità. Hanno esposto una violenza enormemente maggiore di quella di un commissariato di polizia (vuoto) dato alle fiamme, o di un centro commerciale (vuoto) di una multinazionale come Target (che per altro sta guadagnando milioni di dollari di utili durante la pandemia) preso d’assalto: hanno mostrato la violenza del razzismo strutturale che è uno dei più grandi dispositivi di riproduzione della diseguaglianza su cui si basano i processi di accumulazione capitalistica negli Stati Uniti.
 

Ma il razzismo strutturale è formato da tanti tasselli. Il primo, il più immediato, è la denuncia dei fermi di polizia, che da sempre costituisce una delle questioni su cui si è concentrato il movimento di Black Lives Matter.

 
Si tratta di una cartina da tornasole attraverso cui mostrare il rapporto problematico che intercorre tra le comunità afro-americane e il sistema di controllo poliziesco e di giustizia penale. Diversi sociologi l’hanno analizzato empiricamente e l’hanno definito ironicamente “Driving while black”, cioè guidare da nero (un gioco di parole con “driving while intoxicated”, che è il modo in cui viene chiamata in America la guida in stato di ebbrezza). I neri vengono cioè fermati dalle pattuglie di polizia in modo sproporzionato rispetto a ogni altro gruppo sociale.
 

Non è il comportamento singolo razzista di un poliziotto di estrema destra: è un fatto statistico, oggettivo.

 
Ad esempio un’indagine federale che ha monitorato i fermi della polizia del Maryland sulla Interstate 95 per due anni tra il 1995 e il 1997 ha rilevato che il 70% dei conducenti fermati e perquisiti dalla polizia erano neri, mentre solo il 17,5% dei conducenti complessivi e di quelli che andavano oltre i limiti di velocità lo era.
Un’altra ricerca fatta a Volusia County in Florida ha constatato che il 70% dei fermati erano neri o ispanici nonostante fossero solo il 5% dei guidatori. E anche sulla New Jersey Turnpike, una ricerca sociologica ha mostrato che il 46% di fermati dalle pattuglie della polizia di strada era afroamericano, sebbene nel complesso solo il 13,5% delle auto avesse un guidatore o un passeggero nero e non vi fosse alcuna differenza significativa nei modelli di guida tra gli automobilisti bianchi e non bianchi.
Questi sono solo alcuni tra i molti esempi possibili di racial profiling usati dal sociologo marxista Erik Olin Wright e da Joel Rogers nel libro American Society. How It Really Works. E tuttavia sono importanti e tutt’altro che aneddotici perché ci fanno vedere la porta d’ingresso di molti afro-americani nel sistema di giustizia penale americano.
 

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Oggi nelle carceri americane ci sono 2,4 milioni di detenuti: si tratta in assoluto della più alta percentuale di detenuti in rapporto alla popolazione di ogni altro paese del mondo.

 
Gli Stati Uniti rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma hanno quasi il 25% di tutti i detenuti del mondo. Questo vuol dire che oggi nel mondo una persona su quattro che è in carcere lo è negli Stati Uniti, che in questo senso superano di gran lunga ogni altra dittatura o presunta tale. La storia di quella che è una vera e propria carcerazione di massa che non ha eguali nella storia recente, risale agli inizi degli anni Settanta, quando Nixon iniziò una politica di law&order nei confronti della criminalità urbana.
Nel 1971 c’erano meno di 200mila detenuti, che sono cresciuti quasi del 700% fino a oggi, lasciando delle conseguenze profondissime nel modello sociale americano. Ma non si capirebbe questo processo di detenzione di massa senza la sua connotazione razziale. Gli afro-americani, nonostante siano attorno al 13% della popolazione complessiva americana, nel 2010 costituivano il 40% della popolazione carceraria (leggermente al di sopra dei bianchi che però sono il 64% della popolazione). Questo vuol dire che i neri vengono incarcerati almeno 5 volte di più dei bianchi. Si tratta di numeri estremamente significativi, senza i quali è difficile comprendere i processi di razzializzazione americana.
La studiosa Michelle Alexander l’ha definito un “nuovo Jim Crow”, riferendosi alle leggi che fino al 1964 disciplinavano la segregazione razziale negli Stati del Sud e che, secondo Alexander, lungi dall’essere state cancellate si sono semplicemente trasformate. Il suo libro, The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness, che è stato uno dei testi di riferimento del movimento Black Lives Matter comincia infatti con una frase scioccante: ci sono più neri incarcerati nell’America di oggi di quanti fossero schiavi nel 1850.
 

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E tuttavia la “razza” oggi non assume la sua forma sociale soltanto nel sistema penale, ma anche più in generale nelle molte forme della diseguaglianza economica, che in tempi di crisi tendono ad accentuarsi sempre di più.
Oggi il reddito mediano annuale di una famiglia afro-americana è di poco più di 40mila dollari, contro ai 68mila di una famiglia bianca non ispanica. Ma se si guarda al patrimonio netto (cioè non allo stipendio annuale, ma alla ricchezza accumulata contando immobili, conti bancari e fondi di investimento) il gap è ancora maggiore: nel 2017 una famiglia nera possedeva beni per poco più di 17mila dollari, mentre una bianca ne possiede 10 volte di più: 171mila.
Il 32% dei bambini afro-americani vive al di sotto della soglia di povertà, contro all’undici% dei bianchi. Per non parlare della segregazione abitativa che è ancora oggi una piaga che caratterizza la maggior parte dello sviluppo urbano statunitense. Secondo Pager e Shepherd il livello di segregazione razziale abitativa oggi negli Stati Uniti è pressoché identico a quello dell’inizio del ventesimo secolo.
Keeanga-Yamahtta Taylor, che da anni lavora sulla dimensione razziale delle politiche abitative, ha dimostrato nel suo Race for Profit. How Banks and the Real Estate Industry Undermined Black Homeownership come le pratiche di redlining, cioè di esplicita segregazione della comunità afro-americane in alcuni quartieri delle città (attraverso una limitazione per via legale all’accesso di finanziamenti bancari) che erano in auge in tutta la prima metà del Novecento, siano continuate anche dopo l’Housing and Urban Development Act del 1968 con il quale veniva promosso l’acquisto di case di proprietà anche per le famiglie nere.
Quello che in realtà avvenne fu un’inclusione predatoria che finì non solo per non risolvere i processi di segregazione, ma per produrre una serie di sfratti e di spirali di indebitamento che impoverirono ancora di più le famiglie afro-americane. Ancora oggi l’espressione inner-city, cioè al centro della città (che, contrariamente a quanto avviene in Europa, indica i quartieri più poveri, visto che le famiglie di classe medio-alta vivono nei suburb, i quartieri residenziali in periferia), è una parola in codice per indicare i quartieri dove vivono neri e ispanici poveri.
 

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Spesso quando si parla di suprematismo bianco, lo si riduce a qualche militante esaltato del Ku Klux Klan o dei gruppi di estrema destra di qualche stato del Sud (la cui crescita per altro dovrebbe destare più di qualche preoccupazione, soprattutto dopo i fatti di Charlottesville del 2017). Ma non è così.
Il suprematismo bianco è una caratteristica fondante e centrale del patto sociale americano, che riguarda la struttura delle sue istituzioni e dei suoi processi sociali ed economici (e non necessariamente l’ideologia spontanea della sua classe dirigente, che anzi, nonostante Trump, è sia dal punto di vista politico che imprenditoriale sempre più liberal). Per dirla con una battuta lo si deve cercare a New York e Washington più che in Alabama o in Mississippi.
Quello che le rivolte di questi giorni stanno mettendo in discussione non è soltanto l’operato fuori dalle regole della polizia (che, al contrario di quanto accadde a Ferguson, si è orientata a dare una parziale punizione ai propri agenti) ma la cifra suprematista bianca della riproduzione sociale capitalistica americana. Cioè, il modo razzializzato attraverso cui il capitale americano riproduce le condizioni della propria accumulazione.
 

L’idea di poter introdurre degli elementi egualitari in questo patto sociale è fallita.

 
Lo ricordava Cornell West qualche giorno fa alla CNN: “we tried black faces in high places”, cioè abbiamo provato a introdurre dei leader black nel cuore del capitalismo americano, secondo quel tokenism tipico delle élites liberal democratiche, e non ha funzionato.
I leader black, una volta accettati in piccole quote nella classe politica o imprenditoriale americana, hanno finito per soddisfare le esigenze di quello stesso capitalismo razzializzato che riduce la stragrande maggioranza della comunità nera a forme inaccettabili di povertà e emarginazione. Minneapolis è il segno che la tenuta di quel patto sociale comincia a scricchiolare. Il problema è che non è detto che quello che venga dopo vada necessariamente in una direzione più egualitaria. Dato che le forze della reazione, guidata dal Presidente in carica, stanno attendendo alla porta per vedere quello che succede.

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