Democrazia, Politica, Temi, Interventi

Si prova a partire da qui. Non ho voluto usare la parola “ripartire” perché, i due giorni di incontri a Bologna, hanno espresso, innanzitutto, la volontà di percorrere strade nuove. Se la situazione in Italia, in Europa e nel mondo non ha paragoni né continuità con il passato, è importante capire in che mondo siamo, come leggere le tendenze in discontinuità con il mondo di prima e come reagire ai cambiamenti che investono direttamente il potere e chi lo esercita utilizzando strumenti vecchi e nuovi, a cominciare dalla tecnologia e dalle nuove possibilità di controllo che offrono.

Tra le novità del percorso avviato c’è la volontà di convergere: “nessuno basta a se stesso” una delle frasi ricorrenti. E, per capirci meglio, lo slogan “dai Sindaci al Black Panthers Party”, è parso quello più efficace ai fini dell’esemplificazione del concetto.

Si potrebbe obiettare che tutto ciò  potrebbe andare a scapito della chiarezza degli obiettivi. Vero, tuttavia, ciò non può costituire una pregiudiziale, caso mai, se divergenze dovessero presentarsi, come gestirle, sarà l’ennesima prova della novità del metodo che si vuole intraprendere. In questo caso, la cultura femminista può essere di grande aiuto quando riesce a praticare il conflitto escludendo la guerra.

D’altra parte, se sono i re e le loro pratiche vessatorie, autoritarie e violente che vogliamo contrastare, sarebbe il colmo riprodurle pari, pari.

Intanto, già nelle presenze all’assemblea, così come nel dibattito che l’ha animata e nelle conclusioni, questi propositi, sono stati rispettati senza alcuno sforzo.

La chiave per tenere insieme persone ed associazioni diverse, fino a rappresentanti istituzionali – quali sindaci, parlamentari ecc… – sta nella scelta di occuparsi del dolore della parte più esposta e più debole del mondo, anche del nostro mondo, preda della voracità spudorata e dell’oligarchia dei potenti, di chi ha dichiarato guerra ai poveri ma non alla povertà, ai perseguitati e non ai persecutori, alle vittime della legalità imposta dalle élite a propria tutela. La sinistra, anche quella socialdemocratica, tutto ciò lo aveva abbastanza chiaro prima di cadere, nella sua stragrande maggioranza, nell’illusione di una redistribuzione della ricchezza quasi automatica grazie alle leggi del libero mercato. Ciò aveva reso diversa l’Europa dagli USA e da altre parti dell’occidente, nonostante il suo passato coloniale, due guerre mondiali e l’orrore dell’olocausto. Tentare di sostituire tutto questo con l’idea di un’Europa-potenza sta già rendendo le dinamiche interne in tendenza con quelle in atto negli USA, sottraendo a ciò che resta del welfare risorse essenziali.  

È stato significativo aprire l’assemblea con il saluto al gruppo di giovani, i quali, in macchina da Bologna, si apprestavano a raggiungere la carovana diretta in Rojava a sostegno della resistenza curda dopo l’abbandono USA e la ripresa del jihadismo il quale, come ultimo sfregio, taglia le trecce alle donne. Mentre scriviamo, Kobane è sotto assedio e si invoca la possibilità di aprire un corridoio umanitario.

La rivolta popolare in Iran e la questione curda hanno avuto grande spazio nel dibattito, anche perché, a parlarne sono state giovani donne capaci di descrivere la complessità delle questioni e la difficoltà di soluzioni a portata di mano.

Della situazione in Iran ha parlato una ragazza, italiana ma anche iraniana, esordendo con una apparente ovvietà che è parsa la chiave di lettura più corretta di una situazione complessa e cioè: “l’Iran è un Paese plurale”. Da qui un ragionamento che, rifiutando la scelta obbligata tra monarchia e regime islamico, ha segnalato una crisi ecologica gravissima, soprattutto nelle città, con l’avvelenamento diffuso delle falde acquifere. La crisi più grave della storia del Paese, crisi cui solo l’autodeterminazione può indicare una via di soluzione contro ogni ingerenza esterna.

La situazione a Gaza e nei territori palestinesi, poi, è stata costantemente al centro di riflessioni e di iniziative, alcune pensate anche a lungo termine. Gaza costituisce il laboratorio prescelto dai re (oligarchi, leader autoritari, potentati finanziari e tecnologici) per affermare il proprio potere su un intero popolo.    

Il dibattito è stato talmente ricco da rendere impossibile qualsiasi resoconto. Quello che mi interessa trasmettere è la novità di questo movimento, anche rispetto alle esperienze del passato più recente. Innanzitutto, l’ascolto reciproco. Non mi era mai capitato in una concentrazione di centinaia di persone avere il silenzio assoluto per ore fino alle fine di ogni sessione. In genere si formano capannelli, gente che va e viene. Invece no. In questo caso l’attenzione è stata assoluta e duratura. La diversità delle appartenenze, poi, non è stata altrettanto visibile nelle analisi e nei contenuti del dibattito, tanto che i documenti finali e il calendario comune non sono stati frutto di estenuanti trattative, ma scaturiti, quasi naturalmente, come conseguenza del confronto in plenaria e nei tre gruppi di lavoro. Insomma, la volontà di convergere e non di distinguersi è apparsa autentica e capace di determinare comportamenti inediti.

Gli obiettivi appaiono ambiziosi e, per la prima volta, sembrano avere una dimensione europea, oltre che un’ispirazione mondialista. Forse, sta nascendo un soggetto realmente europeo: “l’Europa è la scala minima per pensare a una nuova politica”, si è detto. E anche nel pensare di utilizzare lo strumento principe della lotta dei lavoratori come lo sciopero, lo si fa oltre la dimensione nazionale infatti, allo slogan della destra “l’Europa delle nazioni”, contrappone una visione e una pratica che tende ad andare oltre le nazioni per ipotizzare uno sciopero europeo a partire dalle città.

I contenuti, poi, sono emersi, non solamente da un’analisi teorica, ma dalla durezza della vita quotidiana e dalle realtà, soprattutto urbane, nelle trasformazioni dominate dallo sfruttamento sistematico del patrimonio immobiliare, che fa dei centri urbani e di intere città, zone precluse a chi non possiede un alto reddito, mettendo a rischio spazi sociali costruiti nel tempo allo scopo di renderle più umane e vivibili.

Proprio il 24 gennaio, a ridosso dell’apertura della due giorni di Bologna, arrivava da Minneapolis la notizia dell’uccisione di Alex Pretti, seguita solo una manciata di giorni a quella di Renee Nicole Good. Esecuzioni da parte della famigerata ICE di cittadini colpevoli di solidarizzare con i migranti, a loro volta trattati da bestie e braccati fin nelle loro case. Non aggiungo “irregolari” accanto alla parola migranti, perché non può essere la condizione giuridica a consentire comportamenti inumani e degradanti da parte di qualsiasi autorità verso altri esseri umani e perfino verso i bambini. Tutto ciò ha ingenerato un clima di paura diffuso in un Paese che sembra essere in guerra con se stesso. La reazione ai fatti di Minneapolis e la solidarietà con quel movimento di popolo è stata immediata e condivisa anche perché, nelle stesse ore, nel Mediterraneo, sono avvenuti più naufragi, pare otto, di cui si sa pochissimo se non che vi è qualche sopravvissuto, il numero di morti in mare, inizialmente 50, sono divenuti 380. Tutto ciò in un silenzio che nasconde ormai una strategia, e cioè quella di impedire alle ONG di operare per poi, lontano da testimoni, lasciare i migranti al loro tragico destino. Questa è la politica della deterrenza da parte della civilissima UE, la quale, contemporaneamente, tratta con il Governo dei talebani in Afghanistan il rimpatrio dei fuoriusciti dal Paese. Naturalmente i governi, a cominciare da quello italiano, sono i veri artefici di questa politica, salvo, a differenza di Trump, evitare di rivendicarla apertamente. 

Anche per questi motivi, l’altra Europa che vogliamo rappresentare, non può esaurirsi in formule istituzionali anche se più democratiche e rappresentative di quelle attuali. C’è bisogno di un movimento di popolo e di una sinistra all’altezza delle sfide e, a questo proposito, gli impegni presi a Bologna sono importanti e vanno in questa direzione.

Il lavoro più approfondito si è svolto in tre gruppi di lavoro: 1) città, territorio, Europa; 1) decreto sicurezza e repressione; 3) costruzione della pace, contro la guerra, contro i re e le loro guerre.

Circa la questione urbana, nei gruppi è stato oggetto di approfondimento ulteriore l’intreccio tra questioni sociali e spazi di libertà, infatti, diritti quali giusto salario, lavoro, casa, condizioni concrete per una vita dignitosa, sono sempre più sotto attacco e piegate alla priorità della riconversione militare, che assorbe ingenti risorse, anche perché l’accesso al credito non consentito dal patto di stabilità europeo si rende disponibile quando si tratta di spesa militare. Insieme alle rivendicazioni quali quella di un “piano casa” e di una sanità pubblica efficiente, si pensa alla costruzione di un mutualismo urbano che comprenda servizi indispensabili per una qualità della vita migliore. Le città sono particolarmente sotto attacco ma possono essere, allo stesso tempo, il laboratorio di nuovi progetti di vita, soprattutto per i giovani.

Sulla sicurezza, poi, è stata riportata l’esperienza di associazioni che stanno monitorando gli effetti tragici della politica di sicurezza interpretata da questo governo sempre più come repressione del dissenso. Una giovane donna che ha perso la vista da un occhio per l’uso sconsiderato di un lacrimogeno, era lì a testimoniare come, esercitare un diritto, quello di manifestare, può costare caro. D’altronde, il fatto che si vada di decreto in decreto fa capire che la via della repressione è quella prescelta. Tuttavia, non è affatto detto che sia foriera di facile consenso, come sta accadendo negli USA.

Parlando di guerra, la Commissione europea chiede ai bilanci degli Stati un aumento annuale di 1,5 % del PIL per la difesa al fine di creare, nei prossimi quattro anni, uno spazio fiscale che va dai 650 agli 800 miliardi di euro. A questo fine, esclude le spese per la difesa dai vincoli di bilancio puntando a una “autonomia strategica” entro il 2030. Questi colossali investimenti a favore delle industrie della difesa avverranno attraverso piani nazionali con un auspicio di cooperazione tra Paesi (il programma SAFE prevede finanziamenti a debito per appalti comuni – bastano 2 Paesi – per acquisti da industrie europee). Come si può vedere siamo lontani anni luce da una politica di difesa europea integrata la quale, con la spesa attuale, potrebbe assicurare perfino risparmi. Un gigantesco regalo alle industrie, che segnerà anche la direzione dello sviluppo europeo a scapito di altre politiche, a cominciare da quelle legate al benessere dei cittadini, all’ambiente e al riequilibrio territoriale. La militarizzazione, in modo pervasivo, sta già coinvolgendo territori, scuola, ricerca, cultura. Contro questo modello economico e di società è urgente unire forze, intelligenze, esperienze per immaginare e praticare altre strade. 

In conclusione, il documento finale e il calendario tracciano un percorso impegnativo, in cui il voto NO al referendum costituzionale in Italia assume centralità, insieme a quelle mobilitazioni già pensate e impostate in una dimensione internazionale. Come la grande manifestazione nazionale a Roma del 28 marzo prossimo contro le destre nazionaliste in Europa, in contemporanea con quella di Londra (Together). A queste si aggiunge la manifestazione del 5 marzo in Germania contro la leva obbligatoria (Guerra alla Guerra), per arrivare a quella di Bruxelles del 14 giugno contro il riarmo, in cui sarà decisivo il ruolo dei sindacati europei e non solo.

Quello che si sta mettendo in moto, a me sembra promettente perché parte dal protagonismo di giovani generazioni, ha un punto di vista europeo ma non rimane nei confini dell’Europa, ha la radicalità necessaria per contrastare le nuove pericolose tendenze autoritarie e belliciste, non si affida a scelte di campo ma alla volontà di cambiare la realtà a partire dalla comprensione dei processi in atto, e ha, infine, la volontà di sfidare i re.

La conclusione tragica della manifestazione di Torino in solidarietà con il centro sociale Askatasuna, sgomberato dalla polizia nel dicembre scorso, merita una riflessione seria, perché la dinamica degli eventi per come sono avvenuti e l’uso politico che ne sta facendo il Governo rischiano di chiudere un discorso appena cominciato.

Stiamo ai fatti. Erano inizialmente tre i cortei che riunivano secondo gli organizzatori circa 50.000 partecipanti, confluiti, alla fine, in un unico corteo alla cui coda si erano posizionati i gruppi che, a un certo punto, hanno abbandonato il percorso che gli organizzatori avevano concordato con la questura, deviando in un’altra direzione.

Ciò rende ancor più strumentale attribuire a tutte e tutti i partecipanti responsabilità rispetto ai fatti accaduti.

È questa minoranza ad aver ingaggiato una sorta di guerriglia con la polizia. Che questa fosse la sua intenzione, si desume sia dai volti coperti che dagli strumenti offensivi di cui erano muniti.

Le immagini sono inequivocabili e la condanna non può che essere totale. Così come la solidarietà con chi ne ha fatto le spese, a cominciare da Alessandro Calista, il giovane poliziotto colpito a terra oltre che con spranghe e calci, pare anche con martelli.

Mi ha colpito particolarmente il fatto che egli fosse così isolato dagli altri e senza casco.

Ciò deve far riflettere l’intero movimento che, ovviamente, rifiuta di identificarsi con questa versione machista e violenta della protesta, anche per le cose dette a Bologna.

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