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Il Partito democratico non è stato affatto riconoscente con Netanyahu per avergli fatto vincere fatto vincere, anzi stravincere, le elezioni di midterm. Netanyahu?! Che c’entra? Vediamo un po’ se c’entra.

A giugno del 2025 Trump – su istigazione di Netanyahu – spedì due potenti B-2 a bombardare in profondità i principali siti nucleari iraniani. Era l’operazione Midnight Hammer. Il rapporto di sudditanza psicologica verso Netanyahu-il-burattinaio apparve chiaro il 7 gennaio 2026, in una conferenza stampa alla Casa Bianca dove Trump disse di sé: «Nessun presidente nella storia del mondo è stato migliore e meno antisemita di Donald Trump. Ora c’è pace in Medio Oriente (sic) e la pace durerà, perché a giugno ho bombardato con un inferno di B-2 quel posto chiamato Iran: una obliterazione totale. Se poi ricominciano col nucleare, bombarderemo di nuovo».

Era solo l’inizio. La mattina dell’11 febbraio Netanyahu fu introdotto discretamente alla Casa Bianca e scortato alla Situation Room (dove non sono ammessi stranieri). In quella riunione al top il premier israeliano mostrò a Trump – con il supporto di un video – sé stesso e il capo del Mossad intenti ad affermare con sicumera che il popolo iraniano era maturo per un cambio di regime. Sul video scorrevano personaggi che avrebbero sostituto gli ayatollah, tra cui lo screditato erede dell’ultimo Scià di Persia. Sarebbe bastato questo a far scartare quel piano velleitario. L’indomani, invece, Trump riconvocò il gabinetto di guerra per raccogliere pareri su un piano d’attacco all’Iran. Vance e Rubio si professarono scettici, mentre alcuni alti gradi del Pentagono desideravano compiacere il presidente, che a sua volta anelava a compiacere quel volpone di Netanyahu.

Così, basandosi sul suo “istinto” e la sua “moralità”, il 28 febbraio il Commander-in-Chief diede avvio all’operazione Epic Fury, non approvata dal Congresso né tanto meno dall’ONU, ma “coperta” da una garanzia di successo assicurata da Israele. Davanti a un mondo ammutolito, quella notte un raid israelo-americano sopra Teheran sotterrò il Grande Ayatollah Khamenei in una bara di cemento. Poi sull’Iran si scatenò l’inferno. «Abbiamo avviato un’operazione militare – spiegò Trump a chi nutriva qualche dubbio – per impedire a una dittatura malvagia di minacciare l’America e i nostri interessi cruciali di sicurezza. È una missione nobile». Nobile? Il primo giorno fu polverizzata a Minab una scuola femminile con le sue 175 alunne. A Teheran non fu risparmiato neppure l’ospedale Gandhi, con i suoi neonati in incubatrice, e perfino una sinagoga, la venerabile Rafi-Nia.

Trump pretendeva la “resa incondizionata” dell’Iran. Passavano i giorni, la resa non arrivava e a lui sfuggì una protesta infantile: «Ma perché non si arrendono ancora?». Per tutta risposta Teheran iniziò a bloccare lo Stretto di Hormuz. A quel punto – era il giorno di Pasqua – Trump esplose su Truth in una rabbia incontenibile, con tanto di punteggiatura tipicamente sua: «Aprite quel maledetto Stretto, pazzi bastardi [Open the fucking Strait, you crazy bastards] o vivrete all’Inferno. VEDRETE! Lode ad ALLAH».

Dopo un mese il bilancio delle vittime, militari e civili, non aveva incrinato la resilienza degli iraniani. Gli americani non avevano un piano, convinti da Israele che la rivolta contro il regime era alle porte; mentre Teheran un piano ce l’aveva, e a portata di mano: controllare lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% degli idrocarburi trasportati nel mondo, oltre a quantità di fertilizzanti e ogni sorta di beni per il Golfo. Quando l’inevitabile crisi energetica si ripercosse dovunque, Trump minimizzò dicendo che l’aggressione era stata solo una “little excursion” su invito del popolo iraniano. “HELP IS ON ITS WAY” garantiva lui (sempre in maiuscolo). Ali Vaez, responsabile per l’Iran nell’International Crisis Group, scrisse: «Il fatto che la prima potenza militare del mondo (gli USA), assieme al migliore servizio di intelligence del mondo (il Mossad), non siano riusciti a conseguire nessuno dei loro obiettivi strategici contro un Paese stremato è davvero sorprendente».

In un’economia globalizzata il cancro dell’inflazione ha fatto presto a diventare maligno e a espandersi perfino nel cuore degli Stati Uniti. Chi viaggiava in questi mesi nell’America profonda incontrava solo gente irritata, consumatori inviperiti ed elettori decisi a “fargliela pagare”. Fargliela pagare a chi? All’Amministrazione in carica, ovviamente. Ecco perché sarebbe un bel gesto se i Democratici – vincitori oltre ogni attesa – elevassero un grato pensiero all’israeliano burattinaio di Trump.

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