Il Gruppo dei Sette fu una trovata del presidente Giscard d’Estaing: nel 1973 pensò di riunire ogni anno i capi dei sette Paesi più influenti (e affluenti) del mondo per discutere informalmente dei destini planetari. “Vaste programme” avrebbe ironizzato de Gaulle; e con qualche ragione, dato che già allora la mappa del mondo stava subendo mutazioni tali da rendere obsoleto l’assetto “esclusivo” del G7. Perciò, da qualche anno si usa invitare ai lavori alcuni Paesi emergenti, molti ormai di taglia politica, economica e demografica più o meno pari alla nostra – come India, Brasile, Indonesia, Messico, Sudafrica, Egitto, Pakistan e altri.
Forse che questo allargamento ha contribuito a ridurre le diseguaglianze che affliggono l’umana convivenza? Scorrendo i recenti dati non sembra. Il totale degli aiuti a favore dei Paesi più bisognosi sono drammaticamente diminuiti di un quarto nel 2025 rispetto al 2024, mentre i bilanci statali per la difesa/offesa sono aumentati di concerto (un concerto davvero dissonante) e si approssimano ormai alla stratosferica cifra di 3.000 miliardi di dollari l’anno. Con gli Stati Uniti sempre in testa, in spregio alla povertà di molti, troppi americani. Ovviamente, ogni dollaro in più per la difesa corrisponde a un dollaro in meno per lo sviluppo civile e per la sanità; ma dal G7 di Évian-les-Bains non è uscito alcun impegno serio al riguardo.
Lascia interdetti rammentare, ad esempio, il G8 di Genova del 2001. Nonostante le violenze dei black bloc e i manganelli della forza pubblica, quel G8 aveva partorito un Fondo Globale miliardario destinato a debellare la triade letale “aids, tbc, malaria”; un Fondo che in vent’anni ha alleviato sofferenze e ridotto la mortalità causata da quelle epidemie. E pensare che il proponente a Genova era stato George W. Bush! Trump è repubblicano come Bush, ma per sadismo anti-woke ha agito al contrario: in uno dei suoi primi decreti ha spogliato di ogni risorsa lo USAID, la benemerita agenzia USA che da oltre mezzo secolo salvava vite umane e teneva alta la bandiera di un’altra America, l’America umanitaria.
Ovviamente, anche questo G7 era previsto discutere e metter mano ai problemi globali: ostacoli al commercio, guerre, inflazione, energia… Invece, lo scenario Belle Époque di Évian-les-Bains è servito soprattutto a fare da sfondo a una commediolain stile Feydeau: attori che entrano ed escono dalle quinte, s’incrociano sulla scena per dirsene due, recitano qualche battuta ad effetto e si abbracciano l’un l’altro a turno per la photo opportunity. Con il povero Macron a fungere da regista al servizio di un comico pieno di sé, Donald Trump, al quale – concluso bene o male il G7 – ha dovuto offrire una cena sontuosa alla reggia di Versailles per soddisfare il suo io ipertrofico.
Risultati del G7? Non pervenuti. Neppure un cenno alle due gravissime crisi che affliggono l’umanità: le paurose disuguaglianze economiche e i cambi climatici. Certo, era arduo inserire all’ordine del giorno l’argomento dei cambi climatici, che Trump (unico capo di Stato al mondo) definisce un hoax, una truffa. A sollevare il tema spinoso hanno provveduto i 50.000 dimostranti, a cui le polizie svizzere e francesi avevano consentito di manifestare solo in un percorso limitato da inferriate in un’area tra la sede dell’ONU e una frazione minuscola di Ginevra. Qualche vetrina infranta e un’auto – guarda caso una Tesla – data alle fiamme: nient’altro.
Ma anche i manifestanti, con tutta la loro buona volontà, hanno perso un’occasione d’oro. Ginevra è il centro mondiale delle Società di intermediazione tra produttori e acquirenti delle principali materie prime del pianeta. Grazie a questa fortunata coincidenza i dimostranti – invece di tentare una protesta contro l’ inutile e blindata Évian-les-Bains – avrebbero realizzato un colpo da maestro sparpagliandosi per Ginevra in direzione delle sedi di quelle Società. Perché è in quei palazzi che – con discrezione elvetica – si macina la “farina del diavolo”. Ed è di fronte a quei palazzi che la gioventù protestataria avrebbe dovuto organizzare i sit-in nell’occasione unica del G7.
Sarei pronto a scommettere: chi conosce la VITOL? Con quel nome modesto, ben pochi sanno che in realtà è la maggiore intermediaria di gas e petrolio al mondo, con un giro d’affari stratosferico e un personale di pochi dipendenti. Chi conosce TRAFIGURA? Non molti, eppure è l’intermediaria privilegiata nel lucroso commercio mondiale di acciaio e di minerali pregiati. Meglio nota è la CARGILL, gigante agro-alimentare, ma forse s’ignora che è la sua sede ginevrina a trattare gran parte del commercio globale di cereali e oli di semi. Ginevra ospita oltre duemila imprese multinazionali; se ci si addentra nei loro bilanci dai fatturati stratosferici, si nota un dettaglio non trascurabile: poche di loro impiegano più di 500 addetti. Il numero d’impiegati è inversamente proporzionale al fatturato e gli azionisti non possono che esserne contenti.
Tralasciamo il settore bancario, fin troppo noto, e fermiamoci un attimo sul fenomeno PICTET, società ginevrina d’investimenti dal 1805. Ecco come si presenta: “Ci dedichiamo esclusivamente al wealth management, all’asset management, agli investimenti alternativi e ai relativi asset services. Non siamo una banca e non concediamo prestiti commerciali”. Traduci: “Siamo qui al servizio esclusivo di chi ne ha tanti”. Oggi PICTET gestisce 285 miliardi di franchi con un solo migliaio di dipendenti tra qui e fuori. Decenni fa, vivendo a Ginevra, ricordo la sede di PICTET in un palazzo elegante, ma discreto come tutto in città. Ora PICTET ha deciso che pecunia non olet ed ecco la sua nuova sede torraiola, visibile d’ogni parte e fotografabile persino da casa.
P.S.: Dedichiamo questo breve articolo a Jean Ziegler, che ci ha lasciati qui a Ginevra il 10 giugno, dopo una vita combattuta per svegliare gli indifferenti e far conoscere “la Suisse au dessous de tout soupçon”.
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