Democrazia, Internazionale, Politica, Temi, Interventi

Pubblicato su Facebook il 02.02.2026.

Ovviamente le cose, a Torino, sono andate in modo diverso da come ce le stanno raccontando: leggere la testimonianza diretta di Rita Rapisardi sul suo profilo Facebook per avere un po’ più chiara la dinamica. Ovviamente le cose che stanno dicendo i vari Crosetto, Salvini, Meloni e altri sciacalli sono irricevibili, dal paragone dei centri sociali con le Br all’accusa di complicità con i violenti di tutta la sinistra e segnatamente dei soliti cattivi maestri intellettuali di sinistra. Ovviamente le cose che dice la sinistra ufficiale, che dai violenti prende doverosamente le distanze, sono condivisibili, ma solo fino a un certo punto, perché nessuno e nessuna osa prendere il toro per le corna e dire l’unica cosa che andrebbe detta, e cioè che la deriva verso la violenza, in forme varie che vanno dalla violenza politica a quella quotidiana spicciola, è una deriva inarrestabile in un mondo che la violenza la eroga in dosi massicce dall’alto del potere costituito, sotto forma di bombe, deportazioni, esecuzioni per strada, effrazioni della legge di ogni tipo, repressione del dissenso, disuguaglianze inaccettabili (sono violente anche quelle, sì) e via dicendo. Ovviamente da domani staremo peggio di ieri, perché il Governo inqualificabile che abbiamo, fatto di gente che a proposito di violenza fa da sponda in parlamento a quei gentiluomini di Casa Pound e a generali pronti a tutto come Vannacci, sta già saltando sui fatti di Torino per innescare un’altra stretta repressiva contro chiunque osi manifestare pacificamente e per dare un’altra patente di impunità a chiunque indossi una divisa.

Lo scopo di queste righe però non è quello di ribadire l’ovvio di fronte a una scena che si ripete stancamente uguale non so se dagli anni Settanta o da Genova 2001. Vorrebbe essere piuttosto un invito ad allungare lo sguardo un po’ più in là, e a chiedersi se e quanto ci serva, il ripetersi di questa scena, in un mondo e sotto un potere che stanno cambiando vorticosamente e fuori da ogni nostra possibilità di controllo.

Pochi mesi fa, di fronte al genocidio in corso in Palestina, scrivevo qui e altrove che Gaza ci riguardava direttamente, non solo per ragioni di solidarietà con i Palestinesi ma in quanto laboratorio di tecnologie di controllo, sorveglianza e spionaggio che da uno scenario di guerra come quello si sarebbero presto trasferite anche agli scenari di pace, trasformandoli in scenari di guerra civile più o meno latente. Che è esattamente quello che è accaduto e sta accadendo adesso nel laboratorio di Minneapolis. Dove non ci sono “solo” le esecuzioni sommarie dell’ICE. C’è la sperimentazione, documentata e comprovata dal Washington Post e dal NYT oltre che dal lavoro coraggioso di molti giornalisti indipendenti tra i quali Luca Celada, di tecnologie di profilazione e sorveglianza in parte importate, guarda un po’, da Israele e targate Paragon, in parte approntate negli stessi USA e targate Palantir.

Queste tecnologie servono a individuare uno per uno, attraverso la raccolta e l’aggregazione di dati sensibili, non solo gli immigrati più o meno irregolari ma anche i dissidenti, in atto o potenziali (quelli cioè che magari non hanno mai fatto niente di male o di strano, ma che in base al calcolo predittivo potrebbero diventare dei pericolosi “terroristi interni”). È uno scenario da incubo, confermato nella sua valenza programmatica e strategica dalla mossa truffaldina di Trump di offrire al governo a lui ostile del Minnesota un passo indietro dell’ICE in cambio della consegna delle liste elettorali, ovvero di nuovi dati da usare per sorvegliare e punire.

Questo è lo stato della democrazia in America, e questo – mettete in fila i puntini per favore, a partire dalla parola d’ordine della “remigrazione” e dal furore repressivo del dissenso che impazzano di qua e di là dall’Atlantico – sarà fra poco lo stato della democrazia anche in Europa se non ci inventiamo degli antidoti potenti.

Quelli e quelle che resistono a Trump a Minneapolis, lo ha documentato domenica 1 febbraio un’ottima puntata di In mezz’ora su Rai 3 (purtroppo funestata dalla partecipazione di Marco Minniti e dalla sua predicazione dell’equazione “sicurezza=libertà”), non vanno alle manifestazioni per riempire di botte qualche agente. Si stanno invece per l’appunto inventando degli antidoti, cioè delle pratiche in grado di intercettare e depistare le tecnologie della sorveglianza in possesso dell’ICE. Non sono pratiche semplici: richiedono molta dimestichezza dei dispositivi digitali, molta destrezza nel clandestinizzarsi (sissignore) per sfuggire al controllo, molta disciplina e organizzazione, molta conoscenza del territorio e della mappa cittadina eccetera eccetera. Naturalmente siamo ben lontani dal sabotaggio del sistema, ma intanto sono pratiche di resistenza e sottrazione efficaci su scala urbana.

Per quel poco che conta, io credo che sia questa la direzione giusta da prendere. Di fronte a un potere che sta cambiando configurazione, anzi l’ha già cambiata, e che è ormai un tecnopotere in grado di controllarci uno per uno e una per una, i blocchi neri non servono a niente. Appartengono a un mondo che non c’è più, quello delle zone rosse da violare di vent’anni fa che sembrano cento. Sono altre, adesso, le violazioni da pensare e da praticare. Urgentemente.

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