Mettersi dal punto di vista dei giovani significa collocarsi nel centro di massima esposizione della crisi contemporanea e riconoscere che è aperta una gigantesca e nuova questione giovanile. Sulle nuove generazioni si concentrano, in forma anticipata e più visibile le radicali trasformazioni, le contraddizioni strutturali e le regressioni del nostro tempo. Disuguaglianze, crisi demografica e democratica non si presentano ai giovani come processi separati, bensì come un unico orizzonte di esperienza segnato dall’incertezza e dalla precarietà permanente.
Le ricerche sociologiche più recenti convergono su un dato ormai difficilmente contestabile: i giovani non sono apatici, né disinteressati alla politica in quanto tale. Al contrario, mostrano una sensibilità elevata verso le grandi questioni del presente ma esprimono una sfiducia profonda verso una politica percepita come autoreferenziale, inefficace e incapace di incidere sulle condizioni materiali della vita. In particolare hanno sfiducia nei partiti. Il Rapporto Giovani 2025 dell’Istituto Giuseppe Toniolo descrive con chiarezza questa frattura: la domanda di partecipazione esiste, ma non trova risposte credibili; per questo la partecipazione si affievolisce ma non scompare, bensì cambia forma, diventando intermittente, tematica, selettiva.
Un’analoga diagnosi emerge dalla rassegna Cortocircuito Gen Z della Fondazione Feltrinelli, che riconosce il tratto paradossale dell’esperienza giovanile contemporanea: alta politicizzazione morale e bassa fiducia nella capacità trasformativa delle istituzioni. È questo scarto a generare una domanda di radicalità che esprime il bisogno di politiche capaci di intervenire sulle strutture profonde delle disuguaglianze. Questa dinamica trova una cornice concettuale efficace nelle analisi di Anton Jäger sull’«iperpolitica». Secondo Jäger, le società contemporanee sono attraversate da un livello elevatissimo di politicizzazione simbolica, emotiva e discorsiva, che tuttavia non si traduce in capacità di decisione collettiva e di trasformazione istituzionale. La politica è ovunque presente come linguaggio e indignazione morale, ma è sempre più assente come potere organizzato e come processo durevole. Nei giovani questo paradosso assume una forma accentuata: alta sensibilità alle ingiustizie e ai grandi temi globali, unita alla percezione che nessun canale politico esistente sia realmente in grado di incidere. Così sensibilità anche molto radicate possono evaporare per disillusione.
I giovani – sempre di meno in un’Italia invecchiata, in drammatica crisi demografica – sono cresciuti interamente dentro un clima di crisi continua, senza aver conosciuto fasi di espansione stabile o di progresso lineare. La gioventù si prolunga, la precarietà non rappresenta una fase transitoria dell’ingresso nella vita adulta ma una condizione strutturale che accompagna intere traiettorie biografiche, incidendo profondamente sul modo di percepire il futuro, il lavoro e la politica. Ciò rivela una profonda frattura generazionale. Questo scenario, aggiornato, conferma le riflessioni contenute nel ricco numero monografico de “il Mulino”, uscito due anni fa quando direttore della rivista era Mario Ricciardi, denso di contributi e proposte.
Condizione sociale giovanile, ingiustizia generazionale e crisi del futuro
Il nodo del lavoro resta centrale. Come osserva Enzo Risso, la questione giovanile non riguarda soltanto la quantità di occupazione disponibile, ma soprattutto la sua qualità. I giovani non rifiutano il lavoro in quanto tale; rifiutano un lavoro privo di senso, instabile, incapace di garantire autonomia, riconoscimento e prospettive di crescita. La richiesta di un «lavoro che abbia senso», che emerge dalle ricerche e dal fenomeno delle frequenti dimissioni, segnala una scissione tra aspirazioni e realtà: il mercato del lavoro italiano continua a offrire prevalentemente contratti temporanei, bassi salari e scarse possibilità di progressione.
Questa dinamica di sfruttamento si inserisce in un quadro più ampio di ingiustizia intergenerazionale. I giovani risultano mediamente più poveri, meno protetti e più esposti ai rischi sociali rispetto alle generazioni precedenti alla stessa età. La riduzione degli investimenti pubblici in istruzione, lavoro, politiche abitative e welfare ha prodotto uno spostamento sistematico dei costi delle crisi sulle nuove generazioni. Si tratta di una disuguaglianza frammentata e spesso invisibile, che fatica a emergere come lotta sociale e alimenta invece una sfiducia sistemica diffusa.
Il Rapporto Oxfam Italia 2025 mostra con particolare nettezza come l’acuirsi delle disuguaglianze – siamo primi in Europa fra il 2008 e il 2023 secondo l’indice di Gini – stia producendo un effetto generazionale cumulativo: in un sistema economico declinante che concentra ricchezza, rendite e potere decisionale nelle mani di una ristretta élite, i giovani risultano strutturalmente penalizzati. Infatti, la maggioranza dei giovani percepisce un aumento delle disuguaglianze negli ultimi cinque anni e un giovane su quattro – under 30 – è a rischio povertà o esclusione sociale.
La condizione abitativa rappresenta un esempio emblematico di queste penalizzazioni. L’aumento dei costi degli affitti, la scarsità di edilizia pubblica e l’impossibilità di accesso al credito rendono l’autonomia sempre più difficile. La permanenza prolungata nella famiglia d’origine segnala una strategia di adattamento forzato a un contesto strutturalmente ostile. Tutte le ricerche mostrano come l’Italia sia uno dei paesi europei in cui la transizione all’età adulta è più lunga e sfumata.
Le ricerche dell’Istat chiariscono che il ritardo nei progetti di vita si riflette direttamente nel declino demografico. Come ha sottolineato significativamente Alessandro Rosina: «i giovani e le donne si scontrano con un contesto diventato meno favorevole, non aiutato da politiche efficaci in uno scenario economico e sociale in mutamento, per coniugare i propri obiettivi di vita con quelli professionali». La spirale del crollo demografico è uno specchio fedele quanto crudele di come la crisi sia pagata dai giovani: sempre di meno, sempre meno liberi di scegliere.
A questo quadro si aggiunge la povertà educativa, che continua a segnare profondamente le disuguaglianze territoriali e di classe. L’accesso a opportunità formative di qualità resta fortemente dipendente dal contesto familiare e geografico, mentre la scuola e l’università faticano a svolgere una funzione compensativa. In molte aree del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle periferie urbane, l’offerta è più debole e la dispersione scolastica resta elevata, i NEET sono in maggior numero, gli spazi di mobilità sociale si restringono ulteriormente.
Ciò mentre si è cronicizzato un altro fenomeno, incontrastato: la tendenza dei giovani a lasciare l’Italia in cerca di retribuzioni e carriere più soddisfacenti. Fuga di cervelli, d’ingegni, di vocazioni, di braccia di volenterosi. Costruzione di nuove transnazionalità. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha denunciato: «l’emergenza è l’emigrazione». Contrapponendola alla retorica dell’«invasione» dei migranti. Tra le motivazioni che spingerebbero tanti giovani a trasferirsi all’estero non vanno trascurati segnali di un travaglio esistenziale, di un desiderio di scenari differenti, che dicono della scarsa attrattività del paese nel quale si è nati. È evidente come il blocco dell’ascensore sociale, il risorto familismo e l’abbandono alla solitudine dei percorsi esistenziali producano precoci reazioni di rigetto.
Infine, la condizione sociale dei giovani si riflette proprio in un crescente disagio psicosociale. L’ultimo Rapporto del Censis evidenzia che oltre il 50% dei giovani (18-34 anni) riporta ansia strutturale, depressione e solitudine. Il quadro mostra fragilità psicologica diffusa (attacchi di panico, disturbi alimentari) e sfiducia nel futuro. L’aumento dei disturbi ansiosi e depressivi, in particolare tra le giovani donne, non può essere interpretato come fragilità individuale – o soltanto come una coda dell’emergenza-Covid – ma come il prodotto di insicurezza economica, pressione performativa e mancanza di orizzonti prevedibili.
Comprendere la condizione sociale dei giovani è dunque il cuore stesso di qualsiasi riflessione sulla crisi democratica e sul futuro della politica organizzata. L’immagine della «rivoluzione silenziosa» dei valori post-materialisti di Ronald Inglehart oggi si presenta in una forma storicamente rovesciata: se per le generazioni cresciute nel secondo dopoguerra l’enfasi su autorealizzazione e qualità della vita poteva poggiare su una base di sicurezza materiale conquistata, per molti giovani di oggi tali valori convivono con l’incertezza sociale e il confinamento nel presente. Ne derivano una forte e prevalente sensibilità per i diritti civili e le libertà individuali; una prevalente disposizione inclusiva e una diffusa distanza dalla xenofobia esplicita: la maggioranza – intorno ai due terzi – rifiuta stereotipi razzisti e considera l’incontro tra culture un fattore di arricchimento. Queste tendenze positive – confermate dalle ricerche dell’Ipsos, dell’Istituto Toniolo e dell’UNICEF – rischiano però di svilupparsi in modo scisso dalla consapevolezza delle strutture economiche e sociali della disuguaglianza, dal riconoscimento dei poteri non astratti che producono ingiustizia generazionale e ne profittano. Sciogliere questa contraddizione è oggi la sfida decisiva: non opponendo diritti civili e diritti sociali, ma ricomponendoli in una proposta capace di mostrare come senza lavoro dignitoso, casa, istruzione e welfare non esista nemmeno una libertà effettiva, e come solo una politicizzazione delle condizioni materiali possa trasformare la «rivolta morale» dei giovani in conflitto sociale democratico, organizzato e non regressivo.
Movimenti giovanili, politicizzazione intermittente e radicalità senza rappresentanza
Le mobilitazioni giovanili degli ultimi anni costituiscono uno degli elementi più significativi – e al tempo stesso più ambigui – della fase politica attuale. Dai movimenti climatici globali avviati da Greta Thunberg alle proteste contro la guerra e in solidarietà con il popolo palestinese, fino alle mobilitazioni studentesche contro il caro-affitti, la precarietà universitaria e il definanziamento dell’istruzione pubblica, emerge con chiarezza un dato: igiovani non sono politicamente silenti, ma partecipano secondo modalità profondamente diverse da quelle novecentesche. Negli ultimi mesi sono emersi altri fatti di grande rilievo segnati da un netto e radicale pronunciamento dei giovani: è il caso del successo di Zohran Mamdani nella corsa a sindaco di New York contro il predominio di Trump, come quelli delle «rivolte» anti-establishment della Gen Z emerse nello scenario globale.
Il tratto dominante di queste mobilitazioni è la loro intermittenza. La partecipazione assume la forma di picchi intensi, spesso legati a eventi o vicende simbolicamente forti seguiti da fasi di riflusso. Questa dinamica ha indotto molti osservatori a parlare di partecipazione «volatile». Tuttavia, una lettura meno superficiale suggerisce che si tratti piuttosto di una politicizzazione carsica: non continua; non organizzata in modo stabile, ma radicata in una percezione inerme dell’ingiustizia.
I movimenti climatici rappresentano un esempio paradigmatico. In essi è centrale la rivendicazione di una generazione che si sente privata del proprio futuro, al punto di non poter contare sulla sopravvivenza di un mondo vivibile. Fridays for Future ha dato vita a una delle più ampie mobilitazioni, animata da giovanissimi, della storia recente, con una capacità di impulso transnazionale inedita permessa dalle tecnologie digitali, che ha trovato sponda nel magistero di Papa Francesco. Eppure, dopo la fase di massima visibilità, il movimento ha incontrato difficoltà nel mantenere una persistenza organizzativa e nel tradurre la pressione simbolica in risultati politici strutturali.
La discontinuità che caratterizza molte mobilitazioni giovanili può essere letta anche alla luce della riflessione di Rodrigo Nunes sull’organizzazione politica contemporanea. Nunes invita a superare l’alternativa tradizionale tra modelli verticali e orizzontali, mostrando come molti movimenti recenti – soprattutto quelli giovanili – restino intrappolati in una tensione irrisolta: rifiutano strutture gerarchiche per timore della burocratizzazione, ma non riescono a costruire forme organizzative sufficientemente stabili da garantire continuità e accumulazione di forza.
Qui emerge uno dei nodi centrali della partecipazione giovanile contemporanea: la distanza tra radicalità e rappresentanza. I giovani impegnati chiedono posizioni nette, coerenza, capacità di nominare l’ingiustizia. Ma faticano a riconoscere nei partiti – e in particolare nei partiti di sinistra – soggetti in grado di sostenere questa radicalità senza neutralizzarla o ridurla a testimonianza retorica. A volte vi è un’influenza d’impostazioni politiche che, per strategia, non accettano un confronto che porti a «istituzionalizzare», come si vede nel movimento pro-Pal. Ma non è questo il punto.
Secondo la definizione data da Francesco Raniolo, si assiste a una partecipazione «selettiva»: si scende in piazza, si aderisce a una campagna, si partecipa a una mobilitazione, ma si evita l’adesione permanente a organizzazioni percepite come inefficaci o distanti. La partecipazione è più frequente quando assume forme dirette, tematiche, orizzontali; molto meno quando richiede continuità, appartenenza, disciplina organizzativa.
Rispetto alle generazioni precedenti, il mutamento è profondo. Nel Novecento, nel nostro paese, l’ingresso in un partito o in un sindacato rappresentava per molti giovani un canale di formazione politica, di mobilità sociale, di riconoscimento collettivo. Avveniva in presenza di grandi narrazioni ideologiche, a seguito di fasi di movimento, di mobilitazioni trascinanti. Riguardava anche allora avanguardie, però capaci di orientare chi era meno coinvolto. Oggi, al contrario, l’organizzazione è spesso percepita come un investimento ad alto costo e a basso rendimento, sia simbolico sia materiale, o persino come respingente. Questo non è solo un fatto culturale, dimostra la «marginalità della politica»: è l’esito di una lunga crisi dell’autonomia della politica e dei partiti come infrastrutture della partecipazione e del conflitto. E ormai anche della verticalizzazione e della personalizzazione che ne ha chiuso o limitato drasticamente democrazia interna e volontà d’inclusione e rinnovamento, trascinando talvolta in dinamiche negative anche i giovani impegnati e le organizzazioni giovanili dei partiti (il caso del lungo stallo – quattro anni – subito dai Giovani democratici per liti interne dice tutto).
Un’analisi più approfondita va fatta per l’impegno sociale. Non per caso la CGIL e la CISL hanno fatto ricerche per sondare i lavoratori e, in particolare, quelli più giovani. Le ACLI e l’ARCI, hanno fatto survey in tempi molto recenti. Una parte significativa dei giovani continua a investire nell’associazionismo e nel volontariato come spazi concreti solidarietà e azione collettiva, nel servizio civile, e nel sindacato per tutela. Non si tratta di un’adesione stabile o facile, né ideologica. Ciò soprattutto nel caso dei sindacati che devono superare grandi ostacoli nel lavoro frammentato e coercibile e per rappresentare chi oggi lavora fuori dai confini tradizionali del lavoro dipendente. In ogni caso, l’impegno è anche in questo caso selettivo, spesso legato a esperienze dirette e relazioni e privilegia forme di adesione percepite come capaci di produrre effetti tangibili.
Giuliano Amato ha scritto di una sfida per il Terzo settore: «caricare su di sé responsabilità anche politiche, per re-includere la politica nei circuiti virtuosi che esso tiene vivi, tenendo vivi così anche in essa l’impegno solidale, la responsabilità verso l’altro, la fiducia nell’altro e nell’azione comune». Per Amato, di fronte alla crisi della democrazia rappresentativa e dei partiti, il Terzo settore potrebbe e dovrebbe assumersi anche la responsabilità di concorrere alla formazione e alla selezione di un nuovo personale politico, portatore di un addestramento al bene comune che oggi manca drammaticamente. Ma anche il privato sociale fatica a sfuggire ai condizionamenti esterni e interni.
Le tecnologie digitali accentuano la dinamica della partecipazione intermittente. I social network hanno abbattuto le soglie di accesso alla partecipazione, consentendo una rapida diffusione di contenuti e mobilitazioni. Ma hanno anche contribuito a frammentare il tempo della politica, privilegiando l’evento, l’ansia presenzialista, l’emozione, la polarizzazione. La logica algoritmica premia l’intensità momentanea, ma crea distanza fisica e penalizza il dialogo diretto e la costruzione lenta di organizzazione e consenso. In questo ecosistema, la durata diventa difficile.
Il fenomeno ha grande impatto. Un’approfondita e recente survey specifica Unipol-KKienn dimostra che giovani italiani risultano oggi quasi totalmente estranei alla politica veicolata dai media tradizionali e dunque al «circolo politico-mediatico» ancora dominante, mentre la loro informazione avviene pressoché esclusivamente negli spazi digitali.
La riflessione di Paolo Gerbaudo sui «partiti digitali» mostra come le piattaforme digitali non debbano essere lette solo come strumenti di disintermediazione o di leadership personalizzata, ma possano diventare – se integrate in un progetto politico coerente e in una nuova forma-partito – infrastrutture di partecipazione, formazione e fidelizzazione. Per i giovani, abituati a forme di interazione reticolare e a un coinvolgimento tematico selettivo, il digitale può rappresentare un ponte tra mobilitazione intermittente e appartenenza più stabile. Ma questo passaggio non è automatico: richiede partiti capaci di usare la rete non come semplice megafono comunicativo, per il conteggio di «like» o per tenere sotto controllo i militanti, né come esclusivo luogo di dialogo a distanza, bensì come spazio di organizzazione, deliberazione, per la costruzione di legami politici duraturi.
L’intermittenza dei movimenti giovanili va dunque letta anche come l’effetto di un ambiente politico e comunicativo che rende fragile la continuità, più che come segno di superficialità. La radicalità esiste, ma fatica a trovare forme organizzative adeguate. È qui che la crisi dei partiti e la crisi della partecipazione giovanile si intrecciano in modo indissolubile in una spirale molto pericolosa.
Il rischio, se questo nodo non viene affrontato, è duplice. Una parte dell’energia giovanile può rifluire nell’astensionismo rafforzando la spirale di disaffezione democratica. Già rifluisce, ci dicono ricerche recenti come quella di Roberto Biorcio, Luciano Mario Fasano e Paolo Natale sugli «elettori in fuga» che collocano i giovani fra gli «apatici», quelli che non assegnano alcuna utilità ai partiti: gli studenti sono ben il 47% e chi ha un’età tra i 18 e i 35 anni sono il 49%. Mentre l’Istat ha osservato tra il 2003 e il 2024 un calo generalizzato della partecipazione invisibile (informarsi e discutere di politica). I livelli più bassi riguardano oggi i giovani fino a 24 anni e, in particolare, i giovanissimi: si informa di politica almeno una volta a settimana il 16,3% dei ragazzi di 14-17 anni e poco più di un terzo (34,6%) dei 18-24enni. A non informarsi mai, invece, sono rispettivamente il 60,2% e il 35,4%.
La radicalità senza rappresentanza può essere intercettata da forze populiste o autoritarie, capaci di offrire narrazioni semplici e identitarie in risposta a disagi reali. Le esperienze europee e internazionali mostrano che una quota non trascurabile di giovani, soprattutto maschi e socialmente insicuri, può orientarsi verso l’estrema destra in assenza di alternative credibili.
Giovani, politica: immaginare un futuro possibile
L’analisi svolta consente di trarre alcune conclusioni: sarebbe sbagliato semplificarle o addolcirle. I giovani non sono un deposito naturale di virtù civili. Individualismi, adattamenti opportunistici, familismi difensivi, strategie di sopravvivenza privata segnano anche le nuove generazioni, spesso come risposta razionale al blocco dell’ascensore sociale e alla rarefazione delle opportunità. La precarietà prolungata non produce automaticamente solidarietà, ma può alimentare chiusure, ritiri, talvolta risentimenti. Sarebbe profondamente miope leggere le ambivalenze come una colpa generazionale. Sono piuttosto l’effetto di una struttura sociale che impedisce di immaginare un futuro diverso e costringe all’autoprotezione. In una società che non garantisce sicurezza materiale, riconoscimento e prospettive, l’individualismo diventa una strategia adattiva.
Se si guarda ai dati e alle ricerche, emerge un punto fermo: senza proposta di politiche strutturali e impegno a realizzarle, senza dare progettualità a chi non può averne di suo nessuna pedagogia dell’impegno può funzionare. Non si chiede partecipazione a chi non ha tempo, sicurezza, autonomia. Non si chiede fiducia nelle istituzioni a chi sperimenta ogni giorno la distanza tra discorsi pubblici e condizioni reali.
Radicalità non significa estremismo verbale, ma coerenza tra diagnosi e risposte, tra gravità delle crisi e intensità delle politiche. Significa riconoscere che il tempo delle correzioni marginali è finito: vale per la condizione sociale giovanile come per i grandi temi della policrisi globale. Il riformismo debole, che in anni recenti aveva pensato di attrarre i giovani con un richiamo alle virtù dell’«innovazione» e alludendo alla meritocrazia, ha trovato invece risposte radicali e improvvisi e profondi sommovimenti politici, come quelli provati dal voto al M5S. Secondo i dati raccolti da YouTrend con l’instant poll, nelle elezioni europee del 2024 il primo partito fra i giovani è stato il PD con il 18% (rispetto al risultato del 24,1% sul totale dei votanti). Seguono il M5S con il 17% (rispetto al 9,98%) e Alleanza Verdi Sinistra con il 16% (rispetto al 6,79%). Mentre Fratelli d’Italia, che nelle elezioni politiche del 2022 aveva primeggiato, si ferma al 14% (rispetto al 28,75%). Al netto dell’astensionismo, parrebbe un segnale incoraggiante che premierebbe lo spostamento a sinistra dell’asse politico del PD e dell’alleanza progressista possibile.
Le indicazioni che emergono dalle analisi della condizione giovanile sono chiare e molto impegnative: alternative sono possibili.
Investimenti seri contro la povertà educativa, riduzione delle disuguaglianze territoriali, rafforzamento del diritto allo studio, valorizzazione della formazione critica e non solo delle competenze immediatamente spendibili sono condizioni indispensabili per restituire ai giovani capacità di orientamento e di scelta. La scuola e l’università sono i luoghi dove la militanza giovanile e l’apprendimento politico deve nascere.
Politiche per il lavoro stabile e dignitoso, per il salario, per l’abitare, per la mobilità collettiva, per i servizi che facilitano la vita quotidiana che non sono misure settoriali, ma politiche democratiche di base. Se si vuole incoraggiare la formazione di nuove famiglie, occorre creare condizioni favorevoli: servizi per l’infanzia, conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, sicurezza economica.
Si deve coltivare un pensiero critico: non basta inseguire l’innovazione, occorre orientarla. La scuola e l’università sono luoghi in cui si può determinare una coscienza di come la tecnologia possa diventare uno strumento di emancipazione o essere un moltiplicatore di disuguaglianze e di oppressione delle libertà. Qui la responsabilità pubblica è ineludibile. Dev’essere rivendicata.
Un’analisi andrebbe svolta sugli effetti del Next-generation EU, sulla realizzazione del nostro imponente PNRR: si sono promosse o no le «pari opportunità generazionali»? Mentre è una conquista importante è quella dell’obbligo per legge della Valutazione d’impatto generazionale, dovuta soprattutto all’impegno dell’ASviS: uno strumento utile a perseguire l’equità intergenerazionale e la sostenibilità delle politiche pubbliche.
Nella persistente crisi del debito pubblico e del sistema pensionistico, niente sarà credibile senza una battaglia per una riforma progressiva del fisco, coraggiosa – Emanuele Felice la propone nel suo «Manifesto» – che, parte essenziale di un cambiamento del modello economico, ridistribuisca le risorse verso i servizi sociali e i beni pubblici, la cura dell’ambiente e la riconversione energetica, cambiando quello attuale che favorisce i rentiers e colpisce i giovani come i lavoratori.
In questa prospettiva, le analisi di Fabrizio Barca e del Forum Disuguaglianze e Diversità aiutano a mettere a fuoco il nesso decisivo tra crisi della democrazia e condizione giovanile. La dinamica autoritaria che attraversa oggi molte democrazie – la nostra compresa – non nasce solo da pulsioni identitarie o reazionarie, ma dall’incapacità dei sistemi democratici di governare la complessità prodotta da disuguaglianze crescenti, concentrazione di potere economico e dominio delle piattaforme digitali. I giovani sono al tempo stesso le principali vittime di questo fallimento e, nel nostro caso, del «blocco sociale del declino» che la destra italiana sta cementando con l’ingiustizia fiscale e impoverendo il lavoro dipendente e la «classe media». La questione giovanile è il terreno su cui si gioca la contesa tra una possibile rigenerazione democratica e la subalternità culturale, l’attrazione esercitata da soluzioni autoritarie presentate come efficienti, rapide, «anti-sistema». Senza una radicale riattivazione di dispositivi partecipativi reali, capaci di incidere sulle decisioni pubbliche e di riequilibrare i rapporti di potere, la sfiducia giovanile rischia di tradursi non in conflitto democratico ma in disaffezione o, peggio, in consenso passivo verso oligarchie politico-tecnologiche e politici a loro servizio.
Tutto questo chiama in causa direttamente la politica organizzata e il partito. Senza soggetti collettivi profondamente rinnovati, fluidi, capaci di creare consapevolezza e tenere insieme diritti civili e diritti sociali, conflitto e progetto, radicalità e organizzazione, la domanda politica giovanile continuerà a manifestarsi in forme facilmente assorbibili o deviabili. I giovani con il loro agire non chiedono partiti perfetti, ma partiti credibili e coerenti, collegati con la cittadinanza attiva e con la produzione di cultura: luoghi in cui si possa stare bene e valga la pena investire tempo ed energie perché esiste la possibilità reale di fare e di incidere.
La sfida, dunque, non è «coinvolgere i giovani» con operazioni cosmetiche o comunicative, ma ricostruire una politica all’altezza delle loro condizioni di vita, vivibile e vissuta in prima persona. Una politica che non rimuova le contraddizioni, che non prometta scorciatoie. Una politica capace di riconoscere che senza radicalità sociale organizzata non c’è futuro democratico.
In questo senso, i giovani non sono solo destinatari di politiche, ma cartina al tornasole della qualità della democrazia. Se una società è in grado di offrire loro autonomia, sicurezza, prospettive e spazi di partecipazione reale, allora è una società che può ancora pensarsi nel futuro. Se non lo è, la questione giovanile continuerà a essere il segnale più precoce – e più ignorato – di una crisi democratica sempre più profonda.
Riferimenti bibliografici (in ordine di testo)
Qui il PDF
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