Democrazia, Politica, Temi, Interventi

Il referendum sulla riforma costituzionale in tema di giustizia pone problemi complessi. Alcuni hanno una dimensione squisitamente “tecnica”, ed è quindi opportuno lasciarle agli specialisti. Ma altri hanno invece a che fare con questioni che investono direttamente la più ampia sfera del governo della società, e quindi legittimano anche chi scrive – che si occupa di questioni relativamente lontane dal diritto e della giustizia – ad esprimere qualche considerazione in merito.

Conviene partire da qualche valutazione relativa alla storia più o meno recente di questo Paese. Da quaranta anni a questa parte, una preoccupazione ossessiva orienta la retorica dell’establishment economico e l’azione dei nostri governi, indipendentemente dal colore politico: frantumare i corpi intermedi tra Stato e individuo. La retorica proposta in questo lungo scorcio della nostra storia dalle principali agenzie di informazione e diffusione di cultura politica ed economica (come è noto, tutte di proprietà dei “padroni del vapore”) è stata caratterizzata dal tentativo sistematico di delegittimare la partecipazione di sindacati, associazioni rappresentative di comunità professionali, enti rappresentativi di comunità territoriali, etc., alla progettazione degli indirizzi dell’organizzazione sociale. Il sindacato dei lavoratori siderurgici vuole esprimere un’opinione sul ruolo dell’industria siderurgica nell’organizzazione dell’economia del Paese? Ma perché non lasciano fare a qualche tecnico che abbia una visione meno condizionata dai conflitti di interesse? La comunità della cittadina X si mobilita per dire la propria sulla discarica che gli stanno mettendo a 2 km dal centro abitato? Ma che possono capirne loro di danni ambientali? Perché non lasciano fare agli ingegneri e ai medici che studiano queste cose da una vita? I professori si associano per esprimere dissenso da un progetto di riforma della scuola che gli appare bizzarra e di scarsa utilità rispetto alla qualità della formazione dei giovani? Ma che ne sanno loro, lasciassero fare ai pedagogisti profumatamente pagati dal Ministero. E così via.

Nel loro ammirevole sforzo di compiacere i “padroni del vapore”, i poteri pubblici hanno conseguentemente fatto di tutto per impedire alle entità associative portatrici di istanze provenienti dal basso di incidere significativamente sulla progettazione dell’organizzazione economica e sociale del Paese. La giustificazione teorica di questa sistematica marginalizzazione di queste istanze delle comunità intermedie non mancava di un certo appeal: il Paese si stava integrando nell’economia globale, e quindi sarebbe diventato via via più dipendente dal resto del mondo. E poiché il mondo cambia in fretta, le istituzioni di regolazione sociale ed economica devono essere in grado di dare risposte “rapide” agli shock (indipendentemente dalla “qualità” delle risposte). E quando devi fare tutto molto in fretta, la negoziazione tra istituzioni e corpi intermedi diventa un ostacolo al governo della dinamica sociale. I corpi intermedi vanno quindi smantellarli: se pretendono di continuare a discutere al loro interno di come vogliono la società (o magari singoli “pezzi” di società che li riguardano da vicino), dopo che hanno discusso ed eventualmente essere approdati a idee condivise, ovviamente si sentiranno anche legittimati a far sentire la loro voce. Ebbene, questo non ce lo possiamo permettere: l’Europa, la comunità globale, l’intera galassia esigono da noi risposte rapide ai problemi. Non possiamo trascorrere settimane a discutere i nuovi indirizzi urbanistici di Milano con le comunità di quartiere o la riforma della sanità con i sindacati della funzione pubblica, e nemmeno il PNNR con il Parlamento.

La gran parte delle riforme più importanti approvate nell’ultimo quarantennio portano il marchio di questa “urgenza”: la riforma della moneta, con l’affidamento della politica monetaria a un tecnico che non rende conto neanche a un qualche corpo rappresentativo di quello che una volta si chiamava “popolo sovrano”; la riforma della politica fiscale, formalmente ancora di competenza dei parlamenti nazionali, ma di fatto ormai ingessata da parametri numerici decisi in qualche ufficio studi della Commissione Europea, ottenuti con algoritmi incomprensibili ai comuni mortali e difficili da afferrare persino dagli addetti ai lavori; le regole delle relazioni industriali, riscritte in fretta e furia in un assolato pomeriggio di Luglio di una trentina di anni fa perché «ce lo chiedeva l’Europa», e ce lo chiedeva mentre ci minacciava di non farci salire sull’«ultimo treno per Maastricht»; la riforma delle pensioni, approvata di fretta in un triste inverno di una quindicina di anni fa sotto il ricatto, vergato su carta intestata della BCE dai sig.ri Trichet e Draghi («se non la approvate vi chiudiamo i rubinetti»); i vari provvedimenti che hanno lentamente trasformato (purtroppo non in meglio, a giudicare da una rapida occhiata) il funzionamento della pubblica amministrazione, della sanità, della scuola e dell’università.

E porta questo marchio anche la più ambiziosa riforma costituzionale passata al vaglio degli elettori poi una decina di anni or sono, che pretendeva di “sveltire” il processo legislativo abolendo il passaggio per una delle 2 camere, nonché di escludere le regioni dalla dialettica decisionale relativa alle “opere di interesse nazionale” eventualmente collocande sul proprio territorio.

L’attività legislativa, ordinaria o costituente, si è quindi fatta carico sistematicamente di questa “urgenza di semplificazione” della dialettica sociale. La logica è stata regolarmente quella di frantumare le soggettività politiche in grado di rappresentare legittimamente interessi di grandi o piccole comunità, in modo da azzerarne sostanzialmente la forza negoziale. L’esito è stato la riduzione della società a una moltitudine di individui atomizzati, e quindi inevitabilmente deboli nel confronto con i centri del potere politico ed economico.

Questa vicenda probabilmente spiega gran parte del declino del Paese: a furia di smantellare i corpi intermedi e affidare le loro competenze a presunti “esperti” che in realtà vivono abbastanza separati dalla società e hanno scarsissima consapevolezza dei problemi della gente comune, dalla nostra società è andato via via scomparendo un ingrediente essenziale ai fini del suo governo: l’intelligenza “sociale”, quella indispensabile capacità di comprensione dei “nodi” del coordinamento tra i diversi sottoinsiemi della comunità. Perché, purtroppo, l’intelligenza sociale non si insegna a scuola, ma si forma quando si discutono e si affrontano collettivamente i problemi di governo delle micro-comunità territoriali, sociali, professionali di cui si compone il Paese (dal quartiere al comune, dalla regione allo Stato, dal nostro luogo di lavoro alla scuole dei nostri figli, fino all’ospedale nel quale ci curiamo), e purtroppo si tratta di un’attività che non facciamo più ormai da tempo immemorabile. Precisamente non lo facciamo più da quando ci hanno convinti che qualche “competente” che non prende mai un autobus, che non fa mai la spesa al mercato, che manda i propri figli a studiare nelle università americane, e che ha l’abitudine di curarsi presso cliniche svizzere, possa capirne più di noi dei problemi della nostra società.

All’esito di questa trasformazione, è quindi venuto in essere un Paese surreale, dove chi “progetta” il mutamento dell’organizzazione sociale non sa nulla della realtà su cui interviene, e chi invece vive dentro la realtà, poiché ha smesso di credere che la propria conoscenza della realtà possa essere utile a renderla migliore, ha anche smesso di ragionarci su, e quindi non capisce più come funziona, a dispetto del fatto che la frequenti quotidianamente.

Cosa c’entra tutto questo con il referendum? C’entra eccome. Perché in Italia esiste una significativa eccezione a questo processo a riduzione dei corpi intermedi a meri aggregati di intelligenze reciprocamente sconnesse, e questa eccezione è proprio la magistratura. I magistrati, ovviamente con tutti i limiti soggettivi e oggettivi, sono stati l’unica corporazione professionale che in questi anni ha difeso strenuamente la prerogativa, concessagli dalla Carta costituzionale, di partecipare alla definizione delle modalità del proprio contributo al funzionamento della società attraverso la dialettica interna. E il meccanismo che ha reso possibile questa pervicace resistenza è stato proprio il criterio “democratico” che presiede alla formazione dell’organo di autogoverno del corpo professionale, che permette che l’esito della dialettica interna alla corporazione si rifletta nella composizione del CSM.

Il vero “filo rosso” che attraversa trasversalmente tutte le modifiche implicate dalla legge costituzionale oggetto della prossima consultazione referendaria è il tentativo di estendere anche alla magistratura quella logica di “atomizzazione” già sperimentata negli altri ambiti della società italiana, il desiderio di eliminare quella fastidiosa eccezione al principio stabilito da Margaret Thatcher come guideline della ristrutturazione in senso neoliberale dei nostri sistemi sociali: la “società“ deve scomporsi in singole individualità “disorganiche”, incapaci di aggregarsi per obiettivi condivisi, così che il mercato possa entrare nel governo delle loro vite come una lama nel burro. Come si fa a far capire anche ai magistrati che è finito il tempo della tolleranza nei confronti della loro “premoderna” modalità di confronto con la società, e che anche loro si devono rassegnare ad una funzione servile nei confronti dei “poteri forti”? Semplice: (a) dividiamo le carriere e spacchiamoli di fatto in due diverse corporazioni (divide et impera, che funziona sempre abbastanza bene); (b) ammettiamoli a concorrere al governo delle relative corporazioni attraverso una selezione basata su un criterio casuale (sorteggio), così finiranno prima o poi per trovare inutile aggregarsi in base alla propria visione del ruolo del magistrato, visione che non potrebbe in nessun caso trovare rappresentanza in seno al relativo organo di autogoverno.

Del resto, gli esponenti del Governo maggiormente impegnati nella campagna referendaria lo dicono senza troppi infingimenti: se vince il Sì, «cacceremo finalmente la “politica” dalla magistratura». Cioè, tradotto in italiano, avremo finalmente smantellato quella pretesa dei magistrati di voler concorrere all’autogoverno del proprio corpo professionale in una modalità mediata dall’esito del dibattito interno. Se passa il modello dell’accesso ai CSM mediante sorteggio, l’esito di quel dibattito non potrà evidentemente avere alcun riflesso nella composizione numerica degli organi in oggetto, e quindi alla lunga tutti i magistrati riterranno superfluo praticare la nobile attività della riflessione sul senso di ciò che fanno nella vita e su (eventuali) modalità per farlo meglio. Diventeranno anche essi, come tutte le altre comunità intermedie tra l’individuo e lo Stato che popolano questo Paese, un mero aggregato di intelligenze sconnesse, quindi incapaci di esprimere alcuna forma di resistenza di fronte agli inquietanti tentativi di riorganizzazione degli snodi critici della comunità da parte di una classe dirigente sempre meno coinvolta nel destino del Paese, e quindi sempre più orientata dalla “rapacità”.

Le nostre società hanno urgente bisogno di una redistribuzione dei poteri dall’alto verso il basso, che dia ragioni ai membri delle comunità intermedie per ritornare a coltivare l’intelligenza “sociale”. In assenza di ciò, i tecnici “disorganici” alla società che la governano potranno solo continuare a combinare disastri. La riforma costituzionale della giustizia propone un processo di segno esattamente inverso: l’ennesima redistribuzione dei poteri dal basso verso l’alto, l’ennesima frantumazione delle intelligenze della comunità, l’ennesimo tentativo di trasformare un corpo professionale in una costellazione di individualità atomizzate e quindi “disarmate” di fronte ai poteri forti. Se queste considerazioni sono una rappresentazione più o meno corretta della nostra storia recente, sconfiggere la proposta di riforma costituzionale nella imminente consultazione referendaria sarebbe assai importante.

Qui il PDF

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *