Ci troviamo di fronte a un precipizio, e quel che viene messo alla prova è il significato stesso dei nostri convincimenti, della parola, e più concretamente la prospettiva stessa del vivere.

Viviamo una fase nella quale il pericolo estremo è quello di non aver più nulla da dire. Già ammetterlo è un atto di coraggio e onestà intellettuale giacché tra il dire e il prendere parola la differenza è abissale. Prendere parola presuppone anzitutto aver chiaro da che prospettiva la prendi, dove ci si colloca, a chi ci si rivolge. Prendere parola significa riconoscere in ogni caso che le parole hanno perso senso, restano un involucro vuoto, “immagine senza sostanza”. Basti pensare a come ciò che viene ripetutamente enunciato come un conflitto tra il bene e il male, tra un Occidente libero e democratico e un Oriente tiranno e oscurantista sia frutto di una visione assolutamente parziale e di comodo. Giacché i riverberi di questo conflitto si diffonderanno su tutta l’umanità. L’imperativo di salvare vite, di assicurare la sopravvivenza dell’umano, passa in subordine, è l’ultima sponda nella quale veniamo trascinati fino al punto di poter accettare l’idea stessa dell’annientamento di un popolo in nome di un supposto alto valore di libertà. Lo stesso concetto di libertà perde significato di fronte a questa mistica del sacrificio estremo, della morte giusta, ed eroica, e in ultima istanza della guerra giusta. Un corpo annientato non potrà più essere libero, è scomparso, non ci può più interrogare su di esso. Disertare la guerra nel nostro caso equivale a opporsi a questa logica, ed a decidere di non schierarsi in un conflitto di parole che è speculare rispetto a quello delle armi. Tornando al tema della libertà, negli ultimi decenni soprattutto le forze progressiste e liberal hanno teorizzato e messo in pratica un concetto di politica estera etica che di fatto rielaborava quello della guerra giusta. Magari non chiamandola guerra ma senz’altro attribuendo all’uso della forza un carattere quasi taumaturgico. Da qua la dottrina dell’ingerenza umanitaria, dell’intervento unilaterale per prevenire genocidi effettivi o supposti tali, rimettendo in gioco il concetto stesso di sovranità degli Stati. Ora questo armamentario concettuale viene utilizzato dal “nemico” di turno, che oggi siede al Cremlino e che legittima un atto brutale contro la pace e i diritti dei popoli usando le stesse argomentazioni di chi decise di intervenire unilateralmente in scenari quali l’Afghanistan, o i Balcani, o la Libia. O di non intervenire come nel caso della Siria, scegliendo invece di alimentare un conflitto per procura. Viene così meno uno strumento essenziale della politica estera etica, già di per sé una contraddizione visto che la politica estera è sempre stata nella storia il perseguimento degli interessi nazionali. E la guerra la continuazione della politica con altri mezzi. O meglio della sua inesistenza. Avendo perso di significato tutti questi concetti, essendo svuotate le parole, che diventano così pericolosamente ambivalenti, anche invocare la pace si trasforma in rischio o in esercizio vacuo. In rischio in quanto la narrazione dominante è quella che per fare la pace devi fare la guerra, devi alimentarla, e ti devi attrezzare per il futuro aumentando la capacità militare. E così facendo sostituendo alla forza della diplomazia la forza delle armi, che sia o meno esercitata. Anche invocare la pace, di fronte a tanta devastazione a milioni di profughi, che lasciano le loro case e le loro vite rischia di apparire auto-assolutorio. Parlare di pace quindi rischia di farci trovare di fronte ad una situazione nella quale come nel “pharmakon” greco, per tentare di curare un male si rischia di precipitare in un male peggiore. Ricorre spesso nei dibattiti e delle argomentazioni sulla guerra lo spettro della catastrofe, principalmente la catastrofe nucleare che riporta la mente al passato, a Hiroshima e Nagasaki.

La catastrofe che rischia di annullare qualsiasi altra narrazione, e che già veniva evocata di fronte agli scenari apocalittici prefigurati dai cambiamenti climatici o al COVID. Già allo scoppio della pandemia, si notò come il contrasto alla stessa prefigurava una sorta di bisogno o urgenza di guerra, ovviamente in questo caso contro un virus ma probabilmente contro sé stessi, l’epopea dei popoli che con esso si confrontavano con eroica resistenza, la celebrazione degli atti eroici di medici e infermieri lasciati a dover fare i conti con il virus spesso senza strumenti adeguati, il patriottismo rispolverato come espressione di un comune destino. Oggi con la guerra combattuta con le armi e le bombe, e non con le bandiere appese ai balconi o i respiratori nelle corsie di ospedale, dobbiamo fare i conti con spettri che pensavamo potessero essere stati relegati al passato. Un passato che viene evocato in maniera assolutamente strumentale e opportunistica alla ricerca di un imperativo morale che possa giustificare la guerra, essendo venuto meno, come già detto in precedenza, quello della politica estera etica. Cento anni sembrano non essere passati se oggi si ricorre alla Resistenza, alla Shoah, al genocidio, alla responsabilità storica del nazismo, ci si accusa reciprocamente di essere nazisti. Nazista sarebbe l’Ucraina per chi vorrebbe assolvere Putin dalle sue colpe, nazista è Putin per chi vuole chiamare a raccolta il mondo intero per una supposta battaglia finale contro la tirannia. La storia stessa viene svuotata di senso e cancellata. Segno della fragilità e della vulnerabilità di questa umanità che vive nel terzo millennio. Disertare la guerra, quindi, nelle sue molteplici espressioni, disertarne i luoghi immateriali, il linguaggio, la retorica, l’evocazione e l’invito all’uso delle armi per difendere con il loro furore e a ogni costo la libertà di corpi che vengono votati al sacrificio estremo, per provare a riannodare le fila di una proposta culturale, e in ultima istanza politica, all’altezza della sfida e che ci renda degni di ciò che accade.

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Un commento a “Guerra in Ucraina. L’abisso delle parole”

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