Interventi

Siamo un paese a lutto, ma nessuno lo dice. Abbiamo perso, solo in Italia, più di 86.000 persone, e nel mondo più di due milioni. Ciascuna, ciascuno di noi ha dovuto dire addio a un amico o un’amica o un conoscente, a un nonno o una nonna, a un marito o una moglie, a un padre o a una madre, a un fratello o a una sorella, qualche volta perfino a un figlio o a una figlia. Tutti questi amici, nonni, genitori, fratelli e sorelle sono morti in solitudine, senza respiro e senza conforto, i più senza adeguata sepoltura, tutti senza pubblico compianto. E non abbiamo perso solo loro. I più vulnerabili ed esposti fra noi, vite precarie già prima della pandemia, hanno perso un lavoro, un reddito, una casa, la possibilità di curarsi negli ospedali pubblici sequestrati dal virus. Tutti abbiamo perso il contatto fisico con il nostro prossimo e con molti oggetti, molte nostre abitudini quotidiane, qualche libertà, la socialità del lavoro e del tempo libero; molte certezze, vere o false che fossero; la possibilità di fare progetti e di viaggiare, e con i viaggi l’altrove dove andare o immaginare di andare. Ci siamo adattati a farne a meno, certo, o a sostituire molte di queste cose con le loro parvenze digitalizzate; ci siamo allenati a vivere nell’incertezza. Ma il cumulo delle perdite è enorme, ed è distribuito in modo intollerabilmente diseguale. Come se un dispositivo sociale basato sull’avere e sul potere si fosse convertito in un’esperienza emorragica fatta di perdita e di impotenza, un’esperienza generalizzata e insieme gerarchizzata. Avremmo bisogno di una politica capace di parlare a questa esperienza; ma ci ritroviamo una politica che di fronte a questa esperienza torna a parlare solo il linguaggio del potere e dell’avere.

La politica ha poca familiarità con la perdita: chi fa politica vuole vincere, e pur di vincere arriva a negare, e perfino a sopraffare, l’esperienza della perdita, propria e altrui. Sul Guardian di pochi giorni fa, Judith Butler ha analizzato in questa chiave l’impossibilità di Donald Trump di accettare di aver perso le elezioni: l’uomo che non riesce a riconoscere la sconfitta elettorale è lo stesso che non è riuscito a riconoscere e piangere le perdite dovute alla pandemia. Lui non può perdere né stare dalla parte di chi conta le perdite, e questo suo “rifiuto maschilista di piangere” è legato all’orgoglio nazionalista e alla supremazia bianca, tant’è che i suoi supporter convenuti a Capital Hill si rifiutano a loro volta di accettare la perdita del loro “naturale” primato razziale, fino a travestirsi da soldati confederati pronti a devastare il Congresso pur di riprenderselo. La negazione della perdita, cioè il rifiuto del lavoro del lutto, scivola così nella violenza: chi nega la perdita preferisce distruggere la realtà piuttosto che accettarne un verdetto di lesione o di sconfitta.

Trump è Trump e per fortuna non abita in Italia (ma i suoi antesignani sì, e certi suoi estimatori anche), ma mi domando se il rifiuto maschilista di piangere le perdite descritto da Butler non sia estensibile ben oltre Trump, e se non c’entri qualcosa con la gestione politica della pandemia e con l’andamento di questa dissennata crisi di governo tutta maschile e machista (e manovrata da maschi anche per interposte donne). Non mi riferisco solo ai negazionisti di casa nostra, che sulle orme di Trump hanno sempre sottovalutato la pericolosità e l’impatto del virus dando mostra di sfidarlo virilmente senza mascherina e anteponendo sistematicamente le ragioni della produzione e del profitto a quelle della salute. Penso anche al modo in cui la maggioranza di governo oggi disfatta si è avvitata sull’uso degli aiuti europei, trasformandoli da strumento di guarigione e ripresa, come indicherebbe il termine “recovery”, in occasione di scontro muscolare e di autodissoluzione. Come se l’improvvisa disponibilità di danaro, inimmaginabile dopo decenni di austerità, avesse fatto da mezzo di rimozione delle ferite della pandemia, e lo scontro di potere sulla destinazione di quei fondi innescato da chi ha voluto la crisi ci avesse poi aggiunto un sovrappiù di cieca distruttività. Danaro e potere come saturazione della perdita e sostituzione del lutto: è precisamente questa sostituzione che rende incomprensibile e inaccettabile questa crisi di governo.

L’elaborazione del lutto, ce l’ha insegnato Freud, è un lavoro di trasformazione di sé. Comporta la messa a fuoco dell’oggetto perduto, l’analisi delle ragioni per cui l’abbiamo perduto ove non siano dovute solo al caso, un cambiamento di sé che apra alla possibilità di nuovi investimenti affettivi. È il lavoro che consente il passaggio dalla perdita – morte, malattia, separazioni, sconfitte – alla rinascita, e senza il quale si rimane inchiodati alla malinconia. Vale per gli individui come per le comunità. Accettare di essere una comunità marcata in questo momento dal lutto, costituirsi in comunità della perdita, vorrebbe dire lavorare collettivamente sulla ragioni per cui un virus è riuscito ad hackerare un intero sistema sociale ed economico basato su presupposti sbagliati, e progettarne di conseguenza le necessarie e radicali correzioni. Vorrebbe dire lasciarsi alle spalle l’etica neoliberale dell’individualismo, della competizione e del rancore per ripartire dalla vulnerabilità e dall’interdipendenza che ci accomuna; prendere sul serio la centralità della cura imposta dal Covid a livello sanitario per costruire una società della cura di sé, degli altri, del pianeta che ci ospita – il contrario del regime di sfruttamento sistematico delle persone e della natura in cui viviamo, in cui i virus saltellano da una specie all’altra e in cui la M del circuito di valorizzazione capitalistico D-M-D’ non sta più per merce bensì per morte. Un cambio di paradigma che a tante e tanti in tutto il mondo è parso urgente e obbligato fin dallo scoppio della pandemia, ma di cui nel discorso politico ufficiale non c’è ancora traccia: lì la pandemia incombe, eppure non insegna nulla.

Forse perché la politica dovrebbe a sua volta elaborare un lutto, il lutto per la perdita della propria volontà di potenza a fronte di un imprevisto che l’ha messa ovunque in scacco. Ma la politica non accetta di perdere e non elabora il lutto. O impara a farlo, deponendo una maschia muscolarità che copre l’impotenza, rinunciando a una insensata distruttività che rifiuta i verdetti della realtà e aprendosi così a un’immaginazione riformatrice e a un’intelligenza programmatica adeguate alla sfida planetaria lanciata da un virus, o si consegnerà a chi il linguaggio del potere e del danaro oggi lo maneggia per davvero. Il mondo post-pandemico può molto rapidamente diventare un mondo post-politico, governato non dai parlamenti e dagli esecutivi ma dalla tecnocrazia del capitalismo digitale. Una distopia che è dietro l’angolo, e non rispetta i riti delle consultazioni al Quirinale.

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3 commenti a “Il lutto della politica”

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