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L’evoluzione e il risultato della complicata trattativa per la formazione del governo danese conferma intanto soprattutto una cosa: il centrismo ispirato a Macron (e tentato anche da Renzi, nonché da altri imitatori seriali) non funzione nemmeno in salsa parlamentarista e proporzionale. La sua idea di semplificazione escludente delle dinamiche reali, in questi tempi di arretramento socio-economico, non funziona nemmeno nella migliore economia europea. Cioè nemmeno in Danimarca.

Eppure era stato quello il piano dell’ex primo ministro liberale Løkke Rasmussen, che nella precedente legislatura aveva portato socialdemocratici e liberal-agrari di Venstre a collaborare col suo partito Moderaterne in un doppiamente raro esecutivo: di maggioranza e di centro. Cioè tagliando fuori sia la destra nazional-populista sia la sinistra socialista. Oggi, anche se il programma e il cammino del nuovo Governo di Copenaghen sono pieni di incognite, Løkke Rasmussen dovrà accettare proprio quello che aveva confessato essere uno dei suoi incubi: una coalizione di minoranza sorretta dalla volontà “del comitato centrale di Enhedslisten”, la lista postcomunista guidata da Pelle Dragsted. Nel Governo dovrà lavorare assieme a ministri dei Socialisti del Popolo, Radical-democratici, Socialdemocratici e ovviamente Moderaterne. E dovrà anche guadagnare il consenso degli ambientalisti di Alternativet. Il Governo sarà condotto ancora da Mette Fredriksen, anche se i socialdemocratici sono usciti male dalle elezioni, come tutti e tre i partiti del passato esperimento centrista, arretrando dal 27 al 22%. Tuttavia, nella frammentazione estrema (dodici partiti in Parlamento) i socialdemocratici rimangono il doppio più grandi di chiunque altro, e in virtù di ciò sono necessari per pressoché qualunque coalizione pensabile. Proprio il piano con cui Løkke Rasmussen aveva fondato il suo partito, conquistare un 10% che costringesse liberal-agrari e socialdemocratici a produrre governi indipendenti da ogni influenza delle estreme, ha cannibalizzato sé stesso in pochi anni. Nessuna contorsione negoziale, negli oltre due mesi di mandati esplorativi concessi dal monarca Federico X (prima alla Fredriksen poi al liberal-agrario Troels Lund Povlsen), ha potuto rimediare alla semplice realtà di una sinistra socialista e post-comunista rafforzata, e di partiti nazional-populisti (tre in Parlamento con circa il 20% totale dei voti) che non solo sarebbero indispensabili a formare qualunque governo borghese, ma anzi nel caso del Dansk Folkeparti addirittura pongono un veto anche solo alla presenza dei Moderaterne. Così, questi hanno dovuto rimangiarsi la ragione stessa della propria nascita.

Per la verità, le mazzate elettorali arrivate ai socialdemocratici già prima delle recenti elezioni politiche, avevano condotto il partito di maggioranza relativa a tornare su contenuti utili a una collaborazione proprio con post-comunisti e socialisti del popolo. A cominciare da una campagna elettorale all’insegna dell’eguaglianza, con tanto di tassa patrimoniale che, se non verrà realizzata in modo sistematico, non è certo scomparsa senza conseguenze. Al momento di parlare del programma in via di definizione, non a caso, Mette Fredriksen a una ben precisa, insistente, domanda della stampa (“ma con questo governo diventeremo una società più eguale?”) ha riposto senza giri di parole: “Ja”. Ora la questione più interessante è: cosa nasconde, di rilevante, di ambiguo e contraddittorio questa affermazione? Diciamo subito che, com’è ovvio, ai Moderaterne non potevano non essere concessi punti di programma in grado di resistere alle critiche dei liberali, conservatori e nazional-populisti all’opposizione (e lì finiti anche perché, a differenza che in Italia e in Francia, in Danimarca la destra è composta di sei partiti frammentati e meno coalizionabili della sinistra). Ad esempio, le tasse sulle imprese caleranno del 3%, più di quanto previsto a destra, anche se quelle del settore finanziario, che con un eufemismo possiamo definire a bassa intensità di manodopera, non beneficeranno del calo. È stato anche in buona misura accolto il dettame neoliberale riguardo al nesso fra calo delle tasse di certi redditi da lavoro (specie quelli fra 641.200 e 777.900 DKK dei ceti più dirigenziali e specializzati) e disponibilità a offrire maggiore manodopera, riducendo un poco la tassazione in quel segmento. Quanto ai redditi più elevati, invece, si è raggiunto un compromesso: aumento sensibile di tassazione aggiuntiva, ma oltre le 2.818.152 DKK eliminazione di un ulteriore contributo prima previsto.

Nonostante tutto ciò, i partiti del movimento operaio hanno ottenuto niente meno che segnali sensibili di ripresa del cammino universalista nel welfare (ovvero il principio di servizi per tutti e pagati esclusivamente con i proventi di tasse progressive). Parliamo per esempio dell’immediata concessione di cure dentistiche gratuite ai pensionati al minimo e ad altre categorie svantaggiate, ma con l’orientamento di rendere quelle cure gratuite per tutti in un decennio. Una conquista per cui ha esultato specialmente il leader dei postcomunisti. Uno squarcio universalista, significativo sebbene per ora meno proiettato verso allargamenti futuri, è anche l’uso gratuito dei mezzi pubblici per tutti i giovani fini ai 22 anni, che lascia intravedere in lontananza due obbiettivi che se realizzati sarebbero davvero storici: 1) il trasporto pubblico reso servizio (appunto universalistico) come la scuola o la sanità; 2) la gratuità del traffico collettivo pubblico come forse la più rapida possibilità nel ridurre emissioni nocive e pianificare una trasformazione economico-industriale del comparto industriale auto. Ciò risale anche alla presenza di forze molto più radicalmente ambientaliste in maggioranza: l’ecosocialismo dei Socialisti del Popolo (SF) al governo e l’ambientalismo libertario di Alternativet a sostegno esterno. Da cui anche l’annuncio che la regolamentazione riguardante la storicamente potentissima industria agro-alimentare danese sarà accelerata e inasprita, specie riguardo al trattamento penoso dei quindici milioni di suini prodotti annualmente, ma anche riguardo all’uso di sostanze chimiche dannose per corsi d’acqua, fiordi e coste. L’organizzazione dell’agroindustria si è subito mobilitata (non a caso sul quotidiano jutlandese Jyllands Posten) sostenendo con decisione che il cosiddetto “accordo verde tripartito”, concluso nel 2024 con la loro firma, era da ritenersi saltato. Ecco subito un fronte aperto per il governo Fredriksen III.

Tornando al welfare, un altro modo in cui i socialdemocratici avevano per tempo preparato la propria uscita dal catastrofico centrismo degli ultimi anni cercando di limitarne i danni è l’idea che l’età pensionabile non può continuare a crescere per sempre. Chiaramente, si tratta di un principio esposto a reazioni forti, su cui combattere anche dentro il Governo con i Moderaterne e i Radical-Democratici, e su cui tornare a una concordia con il sindacato confederale, vero sponsor dell’idea e in generale dell’azione politica contro la disuguaglianza. A ogni modo, l’accordo di governo ha rafforzato quella che era stata definita già nel 2018 “pensione Arne”, così denominata sulla figura e il nome proprio di un operaio realmente esistente e davvero molto usurato dopo decenni di lavoro nella ripulitura delle interiora suine. Insomma, chi lavora in settori usuranti potrà come Arne andare in pensione ancora prima. Una ricerca di credito verso il fronte sindacale (che riesce ancora piuttosto bene, nei paesi nordici, a spostare consenso e finanziamenti in modo efficace) sta anche nel ripristino di un giorno festivo, il “Grande giorno della preghiera”, ricorrenza luterana istituita nel 1686 e annullata dal passato Governo centrista senza neppure sentire il sindacato (in violazione del modello di trattativa nordico) né la Chiesa del Popolo schiacciantemente maggioritaria (sollevando addirittura questioni teologico-costituzionali).

Si può parlare, in sintesi, di un compromesso fra incentivi offertisti neoliberali a domandare e a offrire lavoro (argomenti che, se non insuperabili, sono però almeno forti in un’economia a elevatissimo tasso di occupazione e già bassa disoccupazione) e misure destinate a ottenere nel modo più perspicuo possibile riduzioni immediate della disuguaglianza (che costituiscono fattori di domanda interna). In quest’ultimo insieme vanno poste le 1000 DKK mensili extra per i pensionati sociali al minimo, e, forse, soprattutto l’aumento delle tasse sulle eredità, tra cui il raddoppio su eredità immobiliari sopra i 10 milioni di DKK (soglia non elevatissima visti i valori pazzeschi del mercato immobiliare di Copenaghen). Così come l’abbassamento del tetto sulle detrazioni per gli interessi a pagare (che colpisce maggiormente gli acquisti più ambiziosi) e l’avvicinamento della tassazione per gli alti redditi azionari con quella per gli alti redditi di altro tipo. Uno dei maggiori contributi alla riduzione immediata delle disuguaglianze sarà il ritorno addirittura quasi commoventemente classico a uno dei principi-base del movimento operaio: la guerra alle tasse indirette, specie nei consumi alimentari. Spariranno infatti le accise su frutta e verdura (il che nella gastronomia nordica avrà anche effetti sulla salute media dei ceti più poveri) e saranno dimezzate quelle sugli altri prodotti alimentari. Diverse commissioni saranno infine poste al lavoro su altre questioni di questo tipo che, secondo il disilluso politichese nordico, sono così “messe in salamoia”: un po’ per prevenire che l’accumularsi delle tensioni ritardasse ulteriormente la complicatissima nascita dell’esecutivo, un po’ perché si tratta in effetti di questioni complesse. Fra esse la tassazione dei surplus nelle rivendite immobiliari, che dovrebbe (almeno secondo la sinistra) scovare cespiti nuovi e più equamente scelti, ma anche frenare valori immobiliari che, almeno nelle città principali, hanno effetti distorsivi sia sulla più immeritata delle disuguaglianze materiali sia sulle eguali opportunità. In questo senso, la cosa pone anche problemi di efficienza economica: infatti, se è vero che specialmente Copenaghen e Århus (come Stoccolma e Göteborg in Svezia) richiamano spesso i migliori studenti e lavoratori, la inaccessibilità materiale all’abitare sta già probabilmente frenando l’ottimale formazione e il reperimento delle competenze, dunque la stessa crescita delle economie nordiche.

In conclusione, alcuni ragionamenti. L’esplicita dichiarazione di volere ridurre la disuguaglianza da parte di Fredriksen e del suo Governo è ancora troppo rara per non meritare attenzione. Potremmo mai immaginare, in Italia o nella gran parte d’Europa, un programma elettorale e di governo così esplicitamente impegnato su questo fine? Il fatto è che la storia nordica (ma rispetto al resto del mondo anche quella europea occidentale) rivela che, almeno intesa come eliminazione o forte limitazione dello sfruttamento, un’elevata eguaglianza continua a non potere essere elusa quale fattore di efficiente competizione e funzionamento socio-politico. D’altra parte, le contraddizioni della socialdemocrazia oggi (ma forse più in generale della socialdemocrazia quale versione specifica del socialismo democratico) non sono scomparse con la nuova stagione programmatica, coalizionale e comunicativa di Mette Fredriksen. Ciò perché le capacità di competere al meglio proprio sulla base della maggiore eguaglianza storicamente ottenuta non sono poi estese come programma internazionale e internazionalista. Anzi, la tendenza a crescere in modo sbilanciato sulle esportazioni, rigidamente scritta nelle regole UE, comprime la possibilità di altri di avvicinarsi a questo tipo di modello sociale. Erodendo dal di dentro l’unico modello europeo non regressivo e dunque accettabile, soprattutto da una cultura socialista. Ecco perché nonostante frequenti malintesi (e anche manipolazioni) non vi è affatto coincidenza fra internazionalismo ed europeismo. Non solo: ogni crescita export-led riproduce alla fine fatalmente un’erosione dell’uguaglianza anche negli stessi paesi nordici. Per cui l’attuale ed esplicita scelta egualitaria di Fredriksen è una buona notizia ma purtroppo non può entusiasmare. Da un lato essa è con ogni probabilità un’oscillazione di un percorso storico-ideologico che ha interrotto la propria fase egemonica più coerente. Dall’altro, tuttavia, segnala pur sempre un dato di cultura politica prezioso, un passo almeno oltre il semplice “più soldi in sanità pubblica” o “nella scuola”. E di certo ancora più oltre il semplice “combattere la povertà”, e altre timide, insufficienti (e non a caso sempre eluse) dichiarazioni che vediamo emergere in partiti come il PD.

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