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Versione ampliata rispetto a quella pubblicata su “il manifesto” del 15.05.2026 con il titolo “Se il papa all’università riecheggia Gramsci”.

Il discorso che Papa Leone XIV ha tenuto lo scorso giovedì 14 maggio nella città universitaria della Sapienza di Roma appare, anche a un laico non credente, come un reiterato invito, quasi un sentito e convinto appello, al dialogo, al confronto e alla collaborazione intergenerazionale tra docenti e studenti per immaginare, costruire, condividere le possibilità di un mondo nuovo. «Contro il mondo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra, […] collaboriamo insieme, siamo costruttori di pace nel mondo». Con il monito di mai più guerre che si lega a filo doppio con l’esplicita citazione del «ripudio della guerra come strumento di offesa e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», sancito dall’articolo 11 della nostra carta costituzionale repubblicana, nell’ottantesimo anniversario del voto costituente.

L’inquieta Sapienza

Certo l’accesso ai viali dell’ateneo era blindatissimo, per un protocollo di sicurezza che non ha neanche permesso l’auspicabile bagno di folla, date le poche centinaia di studenti ammessi al rito. In ogni caso si respirava un’aria diversa, per chi come me ricorda il clima di aperta contestazione, e anche dura repressione, che accolse Giovanni Paolo II nella primavera del 1991, un anno dopo il movimento della Pantera. Così come la mancata visita di Benedetto XVI per l’inaugurazione dell’anno accademico del 2008, grazie alla forte mobilitazione della comunità universitaria, partita da una lettera aperta del celebre fisico e docente emerito sapientino Marcello Cini, storico collaboratore de il manifesto, che infatti la pubblicò il 17 novembre 2007.

Il futuro non è scritto

I tempi sono radicalmente cambiati, in un «mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie», così papa Prevost si rivolge direttamente a quei giovani studenti e studentesse, evocando la figura a lui cara di Agostino d’Ippona, che prima della conversione al cristianesimo, quand’era ultra-trentenne, fu un giovane berbero umbratile, esuberante, ribelle, condizione comune alle giovani generazioni di tutte le epoche. Perché Prevost sa bene che le ragazze i ragazzi (terribili, li rappresentava Jean Cocteau), sono «abitati da sentimenti contrastanti», nell’inquietudine della giovinezza, che da un lato li rende spensierati e lieti, consentendo di dire che «il futuro è ancora da scrivere e nessuno ve lo può rubare». Un’invocazione radicale che attraversa le giovani generazioni, se pensiamo al «the future is unwritten» (il futuro non è scritto) nel retro-copertina di Combat Rock di The Clash, 1982. Un anno prima della milionaria manifestazione pacifista romana del 23 ottobre 1983, contro l’installazione degli euromissili a Comiso, in cui il giovane agostiniano Prevost (non aveva ancora trent’anni) viene fotografato da Gianni Novelli dietro l’inequivocabile cartello Agostiniani per la pace.

L’inquieta giovinezza desiderante dentro/contro/oltre l’algoritmo dell’IA

Così papa Prevost sa benissimo che quella inquietitudine giovanile ha un volto anche triste, ansiogeno, generatore di malessere, causato dalla pressione di una società che esaspera la competitività, nel ricatto delle aspettative e delle prestazioni, ma «noi siamo un desiderio, non un algoritmo!». E questa esortazione, letta insieme al passaggio in cui si biasima l’«inquinamento della ragione» e l’urgenza di vigilare sull’applicazione civile e bellica dell’intelligenza artificiale, dall’Ucraina a Gaza, a noi ricorda quel «siamo esseri umani, non macchine» proclamato dal giovane attivista italo-canadese Mario Savio, leader del Free Speech Movement nel 1964 a Berkeley, agli albori della Silicon Valley degli attuali negromanti dell’illuminismo oscuro, tecno-oligarchi digitali al di qua e al di là del Pacifico, da Nick Land a Peter Thiel. Perché l’ossessione per il riarmo aumenta insicurezza, riduce investimenti in istruzione e salute, «arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».

In questo senso, diviene interessante leggere la prima enciclica di papa Leone XIV, pubblicata lo scorso 15 maggio, anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII (1891), con il titolo Magnifica Humanitas, sulla custodia della persona umana al tempo dell’intelligenza artificiale, e quindi discussa alla presenza anche di Christopher Olah, il co-fondatore, ateo, di Anthropic, passato anch’egli per i finanziamenti di Peter Thiel. Perché nelle ricchissime pagine di questo testo che meriterà ben altri approfondimenti, salta agli occhi la citazione da quel John Ronald Reuel Tolkien, principale riferimento dell’immaginario tecno-identitario proprio di Peter Thiel, che ha dato nomi tolkieniani alle sue società. A cominciare proprio da Palantir Technologies, le pietre vedenti/veggenti, coloro che sorvegliano da lontano, gemme sferiche create dagli Elfi per il controllo e dominio globale, ne Le due torri de Il Signore degli Anelli. Un testo di riferimento anche dell’estrema destra missina e identitaria italiana, fin dai campi Hobbit degli anni Settanta di quella compagine attualmente al governo del Belpaese. Per questo Prevost riporta un passo di Tolkien (punto 213), in cui ribalta la lettura monopolistico centralizzatrice dell’Unico Anello che concentra tutto il potere in un solo e unico punto (in un centro tecno-suprematista intorno a Peter Thiel?), per ricordare che «non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verrannodopo terra sana e pulita da coltivare». E a questa citazione Papa Prevost lascia seguire la proposta di «cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo». Una traccia da interrogare, confrontare, ripensare collettivamente, in questa transizione verso l’artificialissima intelligenza umana e delle macchine, tanto che alcuni analisti dell’enciclica papale sostengono che molte parti appaiono scritte dalla stessa intelligenza artificiale (Daniel Filan in Lesswrong, Many Portions of Magnifica Humanitas appear to be AI-written e Ling Zhan in Linchpin, Claude, Author of the Humanitas. Grazie a Francesca Cayce Pollard Colaiori per queste segnalazioni).

Tutta la vostra intelligenza e audacia

Così Prevost, tornando a rivolgersi agli studenti, intravede «l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico», fattore che impone ai giovani di «studiare, coltivare e custodire la giustizia: c’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia». Istruitevi, organizzatevi, agitatevi, invocava Antonio Gramsci dopo quella Grande Guerra dei nazionalismi, primo dramma del Novecento, da non dimenticare mai, per «non chiudersi tra ideologie e confini nazionali», per continuare a lottare anche contro il cambiamento climatico, per la questione ecologica, cara al Papa Francesco dell’enciclica Laudato sì (2015). Nei giorni in cui l’Assemblea Generale dell’ONU adotta una risoluzione di lotta contro il cambiamento climatico, con 141 voti favorevoli e solo otto stati contrari (tra i quali USA, Russia, Israele e Iran).

La pratica critica dell’insegnare, come alleanza intergenerazionale

In conclusione Papa Leone si rivolge a docenti e ricercatori, forse troppo spessi isolati e silenti, ricordando la responsabilità della pratica critica dell’insegnare come «forma di carità», come «soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata». Sottolineando quindi come il sapere non serva solo agli scopi lavorativi, ma a comprendere chi si è, nell’interazione con la città e la società in trasformazione, dalla parte di una concordia tra i popoli, di una pace disarmata e disarmante, costituente quel mondo nuovo evocato all’inizio, che forse proprio nella relazione e nell’alleanza tra studenti, ricercatori e docenti può germogliare.

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