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La parola – la luce –
limita l’illimitato
per superare
il proprio limite
percorrere il buio.

Non siamo soli,
nell’universo
ci sono altre stelle…

Mosè ha dato agli Ebrei
non una terra
con dei confini,
ma la legge
per una umanità
senza confini.

[da Confini, Cadmo edizioni, Fiesole (FI), 2016, p. 21]

Israele non è un territorio, è un popolo, il popolo ebraico nel suo insieme. Stato di Israele significa Stato del popolo ebraico, di tutto il popolo ebraico: un territorio ha dei confini, un popolo no. Quindi lo Stato di Israele si rifiuta di porre dei limiti agli ebrei dentro il territorio che occupa, di dare una porzione di questo territorio al popolo palestinese. Potrebbe averne bisogno per il proprio popolo il cui arrivo è in evoluzione perché prima o poi tutti gli ebrei dovranno giungere nella terra che duemila anni fa era la loro terra.

Questo l’assunto sionista.

Le conseguenze di questo assunto, di queste premesse, sono di fronte agli occhi del mondo e della storia da oltre settanta anni. Rabin, l’ultimo che ha cercato di trattare una cessione di territorio al popolo palestinese è stato ucciso, si disse, da un fanatico squilibrato, ma dopo la sua morte nessuno ha più ripreso quelle trattative. Questo dovrebbe indurre qualche riflessione seria sull’argomento.

Ci si può chiedere: come impostare a questo punto il problema? Perché ben difficilmente gli israeliani accetterebbero di cambiare nome al proprio Stato. Ma è possibile convincerli della follia che sono le conseguenze logiche che ne stanno traendo?

Perché, stando così le cose, nessuna pace con il popolo palestinese, nessun territorio a questo popolo possono essere concessi dallo Stato che aspetta di dare spazio e territorio a tutti gli ebrei che hanno il diritto, come ebrei, di abitarlo.

Fare due Stati nell’attuale territorio, uno ebraico e uno palestinese, significherebbe dare un altro significato all’espressione Stato di Israele, porre dei limiti territoriali all’immigrazione degli ebrei in Israele.

Questa è la ragione per la quale, dopo l’assassinio di Rabin, non si è più parlato, in Israele, di uno Stato palestinese. Netanyahu ha rappresentato e rappresenta il sionismo nella sua accezione più estrema. Sempre di più, dopo la morte di Rabin, lo Stato di Israele è stato portato da un estremismo di destra che fa della religione ebraica uno instrumentum regni, verso un sionismo estremo pronto a ogni eccesso, ogni destabilizzazione dell’area mediorientale, ogni eccesso anche nell’uso delle armi e della sistematica oppressione e decimazione del popolo palestinese.

Sono molti, in Israele, gli ebrei che si battono, con enormi difficoltà, per i diritti dei palestinesi. Ma la democrazia, la stessa democrazia, in questo paese, è sempre meno garantita. Basta vedere quante volte è stato rieletto Netanyahu, da quanto tempo è al potere.

Si deve dire, impietosamente, che le azioni terroristiche dei palestinesi favoriscono la politica sionista di Netanyahu. Hamas e Netanyahu sembrano agire di concerto, con la stessa crudeltà e con la stessa cieca fiducia nella guerra. Il risultato è sotto gli occhi di tutto il mondo.

Chi non si commuove per la strage del 7 ottobre 2023? Chi non ha provato orrore?

E chi non prova orrore per il sistematico intervento di distruzione di Israele nella striscia di Gaza, divenuta ormai non più un campo di battaglia, ma un campo di sterminio dove il pericolo dei soldati israeliani si riduce a degli “incidenti sul lavoro”?

Le intenzioni dichiarate di Netanyahu sono quelle dell’uccisione di tutti i componenti di Hamas, dei suoi amici, ma l’operazione comporta l’uccisione di un numero imprecisato e incredibilmente alto di civili. Forse si pensa a nuovi insediamenti di coloni ebrei negli spazi resi vuoti da questo “lavoro”.

No, questo esercito israeliano non ha più niente a che fare con gli ebrei della diaspora che hanno dato un contributo fondamentale alla civiltà dell’Europa e del mondo occidentale. Con il popolo cui Mosé ha dato le tavole della legge prima di arrivare alla terra promessa, perché questa terra non divenisse mai un idolo.

La differenza tra l’esercito israeliano e Hamas ora sta tutta nei rapporti di forza.

Doveva essere Israele a rivolgersi alla corte dell’Aia denunciando la ferocia di Hamas il 7 ottobre 2023, invece lo ha fatto, giustamente, più tardi, il Sudafrica, per protestare contro l’efferatezza della rappresaglia israeliana, la sua determinazione nella distruzione di un territorio e di un popolo.

Ci si può chiedere: perché il Sudafrica, che esce vittorioso da una lotta pacifica contro il razzismo e l’apartheid? C’è forse un elemento di razzismo nel comportamento degli israeliani nei confronti dei palestinesi?

La risposta, purtroppo, non può che essere positiva. Lo stesso modo sprezzante con il quale viene sacrificata la popolazione civile palestinese per raggiungere dichiarati obiettivi militari, lo dimostra chiaramente. La vita di un palestinese non vale la vita di un israeliano. Non hanno gli stessi diritti umani. I palestinesi non appartengono alla discendenza di Abramo. È questo che li rende nemici che possono essere uccisi senza rimorsi. In questo consiste la serenità interiore di Netanyahu. La stessa serenità con la quale la cristianità – non il cristianesimo – ha sterminato i nativi americani e ha tentato, in Europa, di sterminare gli ebrei.

La dichiarazione universale dei diritti umani è un punto fermo su questo argomento e pone fine sia al razzismo che alla guerra. Per questo l’ONU è odiato dai detentori delle armi, dai detentori della forza. Perché rappresenta il diritto. Prima della dichiarazione universale dei diritti umani c’era soltanto la forza: indietro, su questo, la storia non torna.

Una guerra può sembrare necessaria (lo sembra sia all’oppressore che all’oppresso), ma la guerra non è mai giusta.

La guerra rende non soltanto lecito ma necessario l’omicidio, e l’omicidio in particolare, la violenza in generale, non soltanto non sono giusti ma sono il contrario della giustizia. La giustizia produce vita e felicita, non morte e dolore.

Anche il dolore che provoca un giudizio di colpevolezza in chi lo riceve, deve avere come conseguenza la cura del colpevole, un suo cammino verso la libertà della non violenza, non il suo soggiacere alla violenza.

La giustizia deve avere sempre il significato del vivere e del suo valore.

La punizione è giusta quando è farmaco, non quando è vendetta. Questo è ciò che può rendere una comunità politica più civile, meno violenta, più responsabile: a prescindere dalla sua forma di governo. Curare un essere umano che ha commesso del male è anche curare la comunità e l’umanità che questo male hanno subito e della malattia che è la colpa del colpevole. Perché il male di ogni essere umano è anche il male della comunità politica di cui fa parte e dell’umanità cui appartiene. L’essere umano è un animale solitario, ma anche quando sta solo è in relazione, attraverso il pensiero, che è parola, con tutta l’umanità.

Mosé non ha messo piede
in Palestina
perché la terra promessa
restasse un orizzonte
e non divenisse mai
un idolo.

[da Confini, cit., p. 22]

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Un commento a “Il popolo della legge e la sua terra promessa”

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