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La luce fa vivere
il respiro,

la parola
fa apparire la luce.

L’indipendenza è forza, la libertà pensiero. Ma senza il pensiero quale indipendenza può avere un essere umano, un popolo umano, uno Stato? Soltanto una autonomia ridotta al dominio del più forte sul più debole. È questa l’indipendenza di cui Donald Trump ha festeggiato il duecentocinquantesimo anniversario negli Stati Uniti, quattro luglio 2026?

Tutto fa sembrare che sia così. Tutto fa sembrare che in questa celebrazione ciò che si è dimenticato è lo spirito e la lettera della Costituzione americana, che sono l’espressione del desiderio di felicità di ogni essere umano, non dei ricchi, non dei detentori del potere, non dei presidenti degli Stati Uniti, non dei monarchi. Un desiderio di felicità da realizzare con la libertà del pensiero e dell’azione di ogni cittadino.

L’indipendenza è l’autonomia della forza, la Costituzione la libertà del pensiero. Una indipendenza senza libertà è sventura per il popolo di cui è indipendenza e per tutti i popoli che gli sono vicini e lontani, per tutti i popoli della Terra. L’indipendenza priva della libertà del pensiero scava un abisso sotto i piedi dell’intera umanità. Le energie intellettuali vengono spese per fabbricare armi, non per rendere sani e felici gli esseri umani. La legge non diviene mai diritto, non è mai il risultato della ricerca della giustizia. I conflitti vogliono giungere sempre alla sopraffazione, mai all’armonia della pace e della libertà: di guerra in guerra gli esseri umani finiscono per distruggersi a vicenda, essere l’uno per l’altro l’infelicità e la morte.

La ricerca della giustizia è il principio della pace e il respiro della vita. Non v’è ricchezza che la sostituisca, non v’è bene che la uguagli, non v’è potenza che la sostituisca.

L’umanità è una sola e ogni popolo le appartiene, ogni essere umano la incarna e va rispettato per questo. Di questa consapevolezza si deve celebrare l’anniversario ogni giorno, ogni mese, ogni anno, a ogni inizio e a ogni termine di un’esistenza umana.

Ma cosa è stata la conquista delle Americhe, per gli europei? Guerra e soltanto guerra. Si sono considerati addirittura i popoli, le civiltà americane come espressione di esseri umani pre-adamitici. Non erano esseri umani, secondo i primi viaggiatori europei. Si dovevano semplicemente sterminare e sostituire con gli europei. Soltanto gli europei erano considerati esseri umani e quando la resistenza dei nativi è stata sconfitta lo sterminio non è cessato. Negli Stati Uniti gli indiani, i nativi, sono ancora confinati in territori che si considerano riserve, come i parchi naturali per gli animali selvatici.

Ma non basta. Sono stati portati nelle Americhe milioni di africani ridotti in schiavitù: e quando una parte degli Stati Uniti li ha dichiarati liberi, c’è stata una guerra con gli Stati che volevano mantenerli schiavi. La guerra è stata vinta dagli Stati che volevano liberarli, ma il presidente che aveva voluto la libertà di tutti gli africani è stato assassinato, ha pagato con la vita la sua libertà intellettuale e il suo pensiero politico.

In linea di principio, negli Stati Uniti è permesso fin da bambini di possedere armi, perché la sicurezza di ciascuno è garantita in primo luogo da questa possibilità di armarsi.

Il possesso di una o più armi è l’indipendenza che – contraddittoriamente – viene mescolata con semi, tratti di libertà nati dalla temperie illuministica nella quale è stata scritta la Costituzione statunitense.

Questo ha permesso che gli Stati Uniti fossero una delle potenze che, dopo la Seconda guerra mondiale, hanno fondato l’ONU e approvato la dichiarazione universale dei diritti umani. Ma non sono mancate le occasioni per dimostrare quanto sia lontana qualche amministrazione americana da questa storia degli Stati Uniti. In particolare l’amministrazione di Donald Trump.

Fino a che esisterà un essere umano che pensa, la storia umana avrà un senso. Questo senso non sarà mai riducibile a un anniversario, ma darà sempre vita alla speranza che questo senso resti anche un compito. Perché il vertice della civiltà umana non è rappresentato dall’arma più potente, ma dal pensiero più libero e profondo. Un pensiero che rende inutili le armi ed essenziale la parola.

Ci sono tanti gradi di profondità del pensiero e di libertà degli individui umani e dei popoli. Non tutti i popoli hanno uno Stato, ma non è questo a decidere della loro libertà e del loro livello di civiltà. Riconoscere la libertà dei popoli senza Stato sarà uno dei progressi più notevoli, quando avverrà, dell’Umanità nel suo insieme.

Questo significherà la liberazione anche delle comunità più piccole e sperdute. Come quelle, ad esempio, che popolano la foresta amazzonica, la maggior parte delle quali sono state umiliate e distrutte.

Questo significherà anche il recupero del valore di una vera libertà del pensiero umano di creare forme sempre nuove e differenti di vita in comune.

C’è molto lavoro da compiere in questa direzione, un lavoro impossibile anche da immaginare senza una presa di coscienza piena di sé degli esseri umani e della libertà come orizzonte della loro spiritualità.

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