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Irangate? Quello scandalo dei tempi di Reagan non era che un peccatuccio rispetto all’Irangate 2.0 in corso sotto i nostri occhi. Riepiloghiamo.

Il mattino dell’11 febbraio scorso Netanyahu, in visita a Washington, viene introdotto di soppiatto alla Casa Bianca e scortato direttamente nella Situation Room, il sancta sanctorum della sicurezza dove non sono ammessi stranieri. Con il supporto di un video Netanyahu mostra ai presenti sé stesso e il capo del Mossad intenti a descrivere con sicumera che il popolo iraniano è ormai maturo per un cambio di regime ed è il momento di attaccare. Perciò Trump riconvoca giorni dopo il gabinetto di guerra – senza Netanyahu – e fa un giro di tavolo per raccogliere i pareri sul piano d’attacco. Nonostante lo scetticismo di Vance e Rubio, basandosi unicamente sul suo “istinto politico” il Presidente conclude: «Penso che dobbiamo agire».

Così, la notte del 28 febbraio prende il via l’operazione Epic Fury, mentre un raid israeliano condotto con precisione balistica seppellisce sotto un cumulo di macerie l’ayatollah Khamenei e parte della sua famiglia. Di fronte a un mondo ammutolito il governo israeliano non nasconde la sua fierezza per tanta precisione. Oltre a violare la Costituzione, Trump e il suo suggeritore, Netanyahu, fanno a pezzi il diritto internazionale colpendo indistintamente bersagli militari e civili, a cominciare dallo sterminio a Minab di 175 alunne di una scuola femminile; e a Teheran non viene risparmiato neppure l’ospedale Gandhi, con il reparto maternità affollato di partorienti e di neonati in incubatrice. Affiora spontaneo un dubbio: saranno biglietti da visita idonei, questi attacchi, per presentarsi poi come liberatori del gentil sesso in Iran?

A guerra appena iniziata Trump pretendeva già la resa incondizionata, pena la “distruzione totale della civiltà iraniana”; forse ignorava che la civiltà iraniana ha sedimentato quattro millenni di storia. Moltiplica gli attacchi sul territorio e sulla popolazione, ma senza successo, e allora gli sfugge una domanda infantile: «Ma perché non si arrendono?!». Finché, il giorno di Pasqua esplode su Truth in una rabbia incontenibile, con tanto di punteggiatura tipicamente sua: «Martedì sarà il Giorno delle centrali elettriche e dei ponti, tutto in uno!!! Aprite quel maledetto Stretto di Hormuz, pazzi bastardi (Open the fucking Strait, you crazy bastards) o vivrete all’Inferno. VEDRETE! Lode ad ALLAH». Incapace di prevedere ciò che era prevedibile, Trump aveva trascinato gli Stati Uniti nelle secche dello Stretto di Hormuz, provocando una crisi energetica mondiale e una sconfitta strategica per Washington.

La furia bellica e la crisi di Hormuz hanno distolto l’attenzione dell’opinione pubblica da una legge sulla pena capitale varata dalla Knesset il 30 marzo. La legge punisce «chiunque provochi la morte di un cittadino israeliano con l’intento di metter fine all’esistenza dello Stato d’Israele». Di fatto colpisce i palestinesi, in particolare quelli dei Territori Occupati, perché verrebbero giudicati da tribunali militari e non civili. La ratio legis, stando a tutti i giuristi, non lascia dubbi: è gravemente discriminatoria e l’ha confermato alla Knesset anche Yair Lapid a nome dell’opposizione.

Dopo l’esecuzione nel 1962 di Adolf Eichmann, la pena capitale non era stata più comminata, e formalmente abolita nel 1954 con poche eccezioni:  genocidio, crimini contro il popolo ebraico, tradimento militare. In realtà, i governi israeliani non sentivano la necessità di mantenerla in vigore, dato che si erano abituati a ricorrere a una soluzione meno “burocratica” e meno costosa: le esecuzioni extra-giudiziarie. Si è calcolato in 2.700 (duemila settecento!) il numero di omicidi mirati compiuti da Israele dal 1948 al 2026 tanto in patria quanto, e soprattutto, all’estero: un primato irraggiungibile perfino dalla Russia e dagli Stati Uniti. Chi ha avuto la pazienza di contarle è Ronen Bergman, un giornalista investigativo che le ha documentate accuratamente in un libro del 2018, Rise and Kill First (La storia segreta delle uccisioni mirate di Israele).

Grazie al cielo Bergman non aveva esteso la sua ricerca ad altri tempi e adss altri luoghi, perché si sarebbe imbattuto in uno scandalo assai imbarazzante per la Santa Sede (che tanto santa non era). Siamo nel 1607 e un frate servita di grande valore, Paolo Sarpi, si rifugia a Venezia, sua città natale, per sfuggire alla Santa Inquisizione romana (che tanto santa non era). Mancano prove certe che l’ordine di farlo fuori provenisse personalmente dal Papa; restano però agli atti le parole del frate, pugnalato una notte da cinque sicari sul ponte di Santa Fosca: «Riconosco il pugnale della curia romana».

Assuefatti come siamo alle gravissime violazioni del diritto internazionale e umanitario, le esecuzioni extra-giudiziarie compiute da Israele non smuovono quasi più le coscienze. Anzi, sono molti nel mondo ad ammirare il Mossad per la infallibilità con cui elimina uno a uno i nemici: un tempo nazisti in fuga; poi i capi palestinesi scomodi; quindi il capo spirituale di Hamas, Ahmed Yassin, paraplegico in sedia a rotelle; poi il leader carismatico di Hezbollah, Hassan Nasrallah, con i suoi militanti; senza dimenticare i militari e i fisici iraniani impegnati nel programma nucleare; e infine la stessa Guida Suprema, Khamenei. Ma ci siamo mai chiesti come reagiremmo se un potentato straniero inviasse un sicario al Quirinale per attentare alla vita del nostro Presidente?

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