Nel recente saggio/manifesto sull’Europa1 del segretario del Pd Enrico Letta, si prospettano “Sette Unioni”; in sostanza sette politiche comuni (politica estera, allargamento preceduto da una fase propedeutica confederale, accoglienza, energia, difesa, Europa sociale, salute) che dovrebbero contare su cessioni di sovranità da parte degli Stati membri.

Un passo in avanti solo in apparenza, perché elude o dà risposte sbagliate a due questioni fondamentali.

La prima è il “governo” di queste politiche; non a caso si parla di “governance”, riducendone la riforma al superamento del voto all’unanimità nel Consiglio europeo. Mantenendo l’attuale assetto intergovernativo, ciò significherebbe passare dalla “dittatura delle minoranze” allo strapotere di un “direttorio”, costituito non già dai principali Stati membri bensì dai loro Governi. E le vicende di questi ultimi lustri, fino a quelle attuali della guerra in Ucraina, ci indicano chiaramente cosa questo significhi. Se è vero che non c’è più tempo per il funzionalismo, è anche vero che l’unica via d’uscita dal dilemma tra perdita di ogni rilevanza dell’Unione e ulteriore perdita di democrazia nel suo governo, è quella dell’assetto federale. Il potere legislativo affidato prevalentemente al Parlamento europeo, con il Consiglio che svolga funzioni analoghe a quelle del Bundesrat tedesco. Una scelta, quella federale, non più rinviabile.

La seconda questione è la “bussola” che dovrebbe orientare le politiche comuni, le cosiddette Sette Unioni. La risposta di Letta è sostanzialmente questa: la bussola sono i “valori”. Il segretario del Pd sembra ignorare la differenza tra valori e principi. Sono questi ultimi, in quanto mediazione tra valori diversi – che, per questo diventano valori comuni – che informano la statualità. E il luogo in cui i valori diventano principi è la Costituzione. Nella stessa Rivoluzione francese, i valori di “Liberté, égalité, fraternité” danno luogo, prima, alla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” e poi alla Costituzione del ’91. Un esempio fulgido di percorso virtuoso dai valori ai principi è senza dubbio il processo costituente italiano.

Non ci possono, quindi, essere vere politiche comuni senza una Costituzione europea, da costruire sulla base dei portati più alti delle costituzioni nazionali. E questa è cosa ben diversa dalla evocata riforma dei trattati e, certamente, non vi si può pervenire con una “convenzione”, vista l’esperienza non certo positiva che ha prodotto l’attuale Trattato di Lisbona.

Peraltro, l’insistente richiamo ai “valori” rischia di riportarci all’infausto dibattito che si svolse proprio in occasione di quella convenzione e al tentativo, di introdurre nel mai ratificato Trattato costituzionale europeo il riferimento alle “comuni radici giudaico-cristiane”. Ancora più inquietante è la definizione dell’Unione, nello scenario politico globale, come “potenza di valori”. A questo proposito, valgono le parole di Gustavo Zagrebelsky: “Tra l’inizio e la conclusione dell’agire ‘per valori’ può esserci di tutto, perché il valore copre di sé, legittimandola, qualsiasi azione che sia motivata dal fine di farlo valere. Il più nobile dei valori può giustificare la più ignobile delle azioni: la pace può giustificare la guerra; la libertà, gli stermini di massa; la vita, la morte, eccetera. Perciò, chi molto sbandiera i valori, spesso è un imbroglione. La massima dell’etica dei valori, infatti, è: agisci come ti pare, in vista del valore che affermi”2.

Per questo non potremo mai accettare che una vera politica estera e di sicurezza comune possa avvenire in mancanza di una Costituzione europea. Nessuna cessione di sovranità deve essere possibile in un campo che regola l’uso della forza senza i limiti imposti dalla nostra Costituzione. Essa, infatti, all’art. 11, ampiamente citato in questo periodo nella sua prima parte, recita nella parte successiva: “consente, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Questa cessione di sovranità, quindi, ha delle condizioni cui va aggiunto il ruolo dei parlamenti che non può essere accantonato come attualmente accade per il Parlamento europeo. In questa prospettiva si può pensare a una nuova Conferenza per la pace e la sicurezza in Europa che affronti le grandi questioni della pace, attraverso il disarmo e un nuovo e più alto progetto di convivenza.

A chi mostra scetticismo su proposte che in futuro possano riportare la pace nel nostro continente, si può ricordare che il “Manifesto di Ventotene” fu elaborato da Spinelli, Rossi e Colorni, tra giugno e dicembre del 1941: mentre avveniva l’aggressione alla Jugoslavia e alla Grecia da parte degli eserciti nazi-fascisti e iniziava la campagna di Russia con l’assedio di Leningrado, il più lungo della storia dopo Sarajevo; mentre nel Pacifico, il Giappone bombardava Pearl Harbour.

Misurarsi su proposte di pace e di convivenza vuol dire anche interpretare al meglio le preoccupazioni, lo smarrimento, le paure dei cittadini italiani ed europei, e impedire che se ne appropri la destra.

Note

1 Enrico Letta, Un nuovo ordine europeo, Il Foglio, 11 aprile 2022.

2 Gustavo Zagrebelsky, Valori e principi, Eddyburg, 15 marzo 2008.

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