Idee

Una volta si diceva che le piazze erano parolaie; oggi lo sono diventate le classi dirigenti. Il disegno di legge Gelmini è il trionfo della meritocrazia delle chiacchiere. Esso contiene 500 norme che richiederanno circa 1000 regolamenti degli atenei e 35 decreti del governo. Nei prossimi anni i professori passeranno il tempo a fare gli azzeccagarbugli. D’altronde, non avendo soldi per la ricerca potranno dedicarsi a tempo pieno alla burocrazia. Tutto si tiene.

Si dice che si torna al concorso nazionale. E’ una bugia. C’è solo un’abilitazione senza limite numerico, insomma un pennacchio che non verrà negato a nessuno. La comparazione tra i candidati si farà di nuovo a livello locale, con gli stessi esiti di oggi ma col raddoppio delle procedure.

Si usa il termine inglese tenure track per coprire la conservazione di un’usanza molto italiana. Un giovane meritevole continuerà lo stesso calvario di oggi, per un totale massimo di quindici anni, secondo quanto scritto nella legge. L’ultimo premio Nobel per la fisica ha trentasei anni e da noi non potrebbe diventare neppure professore.

Nei cda degli atenei sono previsti i membri esterni. Non è una novità, già oggi i rettori lo possono fare e di solito scelgono persone di fiducia che rafforzano il loro potere. Noi non abbiamo niente di male verso i rettori, ma avevamo capito che il governo faceva la legge per ridimensionare il loro ruolo. Se poi la nomina avviene dall’esterno c’è il fondato pericolo che i membri dei cda diventino esca per i notabili politici del territorio e gli atenei finiscano come le ASL.

Il merito va contro la burocrazia. Quindi, la vera riforma doveva cancellare norme esistenti, lasciare liberi gli atenei di organizzarsi come meglio credono, valutare i loro risultati e finanziare i migliori. La Gelmini fa il contrario: l’agenzia della valutazione è bloccata, intanto ha rassicurato i rettori sul mantenimento della spesa storica e cerca di trasformare il Cepu in università non statale con lo stesso rango della Bocconi.

Si può chiamare riforma se non migliora la ricerca, la didattica e la condizione degli studenti? Decine di migliaia di studenti che hanno diritto alla borsa di studio non la ottengono per carenza di fondi e tanti altri non trovano le residenze, i laboratori e servizi secondo gli standard europei.

Non regge la distinzione che ha fatto il rettore Guido Fabiani su queste pagine tra un ottimo ddl e una pessima legge finanziaria. Sono due facce della stessa medaglia. La legge Gelmini serve solo a fare l’università più piccola, più povera e più rigida. Questo consente a Tremonti di utilizzare i soldi degli atenei non per risanare la spesa pubblica ma per per togliere l’Ici ai ricchi e per l’avventura dell’Alitalia nazionale.

È l’ennesima prova di gattopardismo italiano. Tutto cambi perché nulla cambi può andare bene a chi comanda negli atenei, ma certo va molto male per i giovani. Infatti, i giudizi non sono mai stati così divergenti. Favorevole alla legge è la grande maggioranza delle burocrazie accademiche che hanno gestito l’università nell’ultimo decennio e che ne sanno qualcosa dei suoi difetti.

Sui tetti, invece ci sono i ricercatori che non hanno mai manovrato i concorsi, né gestito i bilanci, né aperto nuove sedi. Sono persone che fanno ricerca di livello internazionale e formano i nostri giovani con competenza e passione civile, per poco più di mille euro al mese, due tre volte meno dei colleghi europei o americani; i più giovani non hanno neppure uno stipendio degno di questo nome.

Pierluigi Bersani è andato a dire a questi giovani scienziati che il Paese ha bisogno di loro.

Da ministro, quando fece le liberalizzazioni subì la rivolta delle corporazioni guidate dai parlamentari del centrodestra (ma gli editorialisti non li criticarono). Sono simboli da inverare nella politica concreta. Ma la direzione è chiara. Meno corporativismo e più sapere per l’Italia del futuro.

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