Il ministro italiano della Difesa, analisti geo-politici, autorevoli commentatori e quasi tutto ciò che resta della grande stampa ci raccontano quotidianamente di una minaccia militare russa all’Europa, in particolare verso i paesi del nord-est europeo, ma non solo.
Eppure, malgrado il grande impegno profuso, non riescono a convincere il senso comune della grande maggioranza della popolazione, restia a considerare la Russia “il nemico”. E tanto meno a fare accettare alle generazioni più giovani quella specie di “pedagogia della guerra” che ne deriva.
Né aiuta, anzi aumenta la diffidenza, il racconto della “guerra ibrida”, generica e abusata definizione “ombrello” che viene usata per interpretare eventi dalle caratteristiche più diverse, dal malfunzionamento dei sistemi digitali alla propaganda sui social, che vengono raccontati come intenzionali atti di guerra.
Intendiamoci, la fragilità intrinseca delle infrastrutture digitali che innervano ormai tutti gli aspetti della nostra vita è un dato reale, che le espone potenzialmente a ogni tipo di incursione. Comprese quelle oggi più significative che non sono quelle “russe”’, ma quelle operate mediante i sistemi di AI a questo scopo appositamente realizzati dalle Big Tech USA, in concorrenza tra loro sui mercati della “sicurezza informatica”.
Ma è sufficiente l’evidente e spesso ridicola strumentalità della narrazione antirussa per concludere che non c’è una minaccia da parte del regime di Putin? E, se minaccia c’è, di che minaccia davvero si tratta?
Per provare a rispondere a questa domanda è necessario ragionare sul nostro punto di vista, intendendo per “nostro” quello di chi fin dall’inizio ha cercato di opporsi all’invio di armi all’Ucraina come unica forma possibile di contrasto all’invasione militare russa.
Le argomentazioni che hanno sostenuto il confronto tra favorevoli e contrari alla politica europea di crescente sostegno militare all’Ucraina si sono ripetute nel corso di quattro anni di conflitto con stucchevole ripetitività.
Si pensi, come esempio di questa estrema povertà di ragionamento, a quante volte abbiamo sentito richiamare, con tono ultimativo, la necessità di distinguere tra “aggressore e aggredito”.
Certamente meno semplicistico è stato l’impegno di chi ha cercato di analizzare le ragioni storiche, politiche e militari che hanno portato alla disastrosa scelta di Putin di invadere l’Ucraina. Eppure è proprio sulle implicazioni di questa argomentazione che occorre ragionare.
Analizzare queste ragioni, spesso esplicitamente richiamate dallo stesso Putin, ha portato talvolta a considerare “inevitabile” la scelta della guerra, e non – qui sta il punto – a considerare quella della aggressione militare, quella della guerra, una scelta tra altre alternative possibili. A fronte di quelle stesse ragioni storiche, politiche e militari altre opzioni erano praticabili, come del resto lo stesso fallimentare andamento della guerra ha dimostrato. Opzioni di natura economica, diplomatica, politica, anche basate sulla forza degli istituti del diritto internazionale.
L’errore strategico, la colpa politica irrimediabile di Putin, è stata quindi la scelta della guerra come strumento per la soluzione di quelle che abbiamo imparato a chiamare “le cause profonde” del conflitto. Scelta del tutto coerente con il profilo politico del suo regime, molto più simile al nazional/fascismo virile di molti paesi dell’Occidente, a partire dagli USA di Trump, che al modello politico ed economico dell’alleato cinese.
Individuare e condannare questa colpa potrebbe servire ad abbandonare la stupida banalità della ripetizione delle accuse tra “putiniani” e “bellicisti” per denunciare lo scandalo insopportabile della guerra come il vero “crimine” di Putin.
È importante farlo per sottrarre la discussione sul che fare al determinismo, questo sì inevitabile, del ragionamento geopolitico, per arricchirla invece della forza di una opposizione determinata e radicale alla guerra e a chi la considera l’unica opzione politica praticabile.
Opzione inaccettabile non solo perché inorriditi dalle conseguenze già dispiegate in termini di distruzione di vite e di cose, ma soprattutto perché consapevoli della inedita capacità distruttiva della attuale micidiale combinazione tra sviluppo tecnologico e sistemi bellici, e del rischio esistenziale che ne deriva per il mondo intero.
Costringere l’Europa a scegliere il riarmo come orizzonte politico è dunque la vera minaccia di Putin. Fare questa scelta, come fa la quasi totalità dei governi europei, significa trasformare questa minaccia in una vittoria politica, prima ancora che militare.
Al contrario opporsi al riarmo e alla guerra come opzione politica inevitabile è l’unico modo per contrastare efficacemente questa minaccia. Non solo per aprire uno spazio effettivo a opportunità diplomatiche, politiche ed economiche, ma anche per consentire e promuovere mobilitazioni sociali che diano a queste opportunità la forza politica necessaria. Una forza che renda anche possibile rivendicare, con le parole di Papa Francesco, il “coraggio della bandiera bianca”, e invocare non più slava ukrayni, ma myr ukraini.
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