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Nel primo anniversario dell’attacco russo all’Ucraina ci saranno in tutta la Germania numerose veglie, manifestazioni e comizi, che però interpretano la “pace” in modi molto diversi, e spesso non la nominano nemmeno nei titoli delle locandine.

La portata di queste iniziative era già evidente lo scorso fine settimana in occasione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Da un lato, una grande manifestazione di solidarietà insieme alla comunità degli ucraini in Germania, sostenuta da alcuni politici di spicco, principalmente dei Verdi (Die Grünen) e dei Liberali (FDP). In primo piano non c’era la “pace” ma il sostegno illimitato dell’Ucraina con la richiesta di ulteriori forniture di armi: “Le parole non fermano i dittatori, le armi sì”. Dall’altra parte l’estrema destra, i sostenitori della AfD e i cosiddetti “Querdenker” (pensatori anticonformisti per autodefinizione), nati dal movimento No Vax. Nella loro manifestazione hanno sventolato bandiere russe e promosso teorie complottistiche sulla guerra in Ucraina mostrando immagini antiamericane e antisemitiche. Invece la manifestazione tradizionale contro la conferenza sulla sicurezza e per il disarmo nel mondo, organizzata ogni anno in occasione della Conferenza da un’alleanza di gruppi di sinistra, ha registrato una partecipazione scarsa e ha trovato poco attenzione.

Nell’anniversario dell’inizio della guerra, tutte e tre queste forme di protesta torneranno nelle strade. A Berlino sono annunciati due grandi eventi.

All’insegna del motto “Non accettare il mostruoso”, il Zentrum Liberale Moderne, un think tank fondato nel 2017 da due politici Verdi, ha convocato per il 24 febbraio una manifestazione insieme a Vitsche, un’organizzazione della diaspora di giovani ucraini. Molti gruppi della società civile hanno aderito a questa chiamata. Al comizio finale, davanti alla Porta di Brandeburgo illuminata di blu e giallo, sarà richiesto l’ulteriore armamento dell’Ucraina. L’hashtag FullScaleFreedom, lanciato già da qualche giorno, non lascia dubbi: “Ogni guerra è una catastrofe umanitaria. Ma in questo caso, l’unica strada per una pace giusta passa attraverso il fallimento dell’aggressione russa. Il mondo democratico deve lavorare per garantire che l’Ucraina vinca questa guerra!”.

Come contro-evento il giorno dopo, il 25 febbraio, si svolgerà un altro raduno alla Porta di Brandeburgo, chiedendo una “rivolta per la pace”. L’appello arriva da Alice Schwarzer, femminista storica, e da Sarah Wagenknecht, ex capogruppo parlamentare della Linke. Le due donne hanno pubblicato il 10 febbraio un “Manifesto per la pace” in cui viene ribadita la solidarietà alla popolazione ucraina aggredita dalla Russia, ma allo stesso tempo ci si chiede che cosa, nella situazione attuale, possa effettivamente valere come aiuto solidale. Richiamandosi al generale statunitense Mark Milley si presume che la guerra non possa essere vinta militarmente, perciò si chiede di fermare “l’escalation delle consegne di armi” per non ritrovarsi su “uno scivolo verso la guerra mondiale e la guerra nucleare”. Il “Manifesto” ricorda che il cancelliere federale Olaf Scholz è obbligato dal suo giuramento d’ufficio a “evitare danni al popolo tedesco”, perciò viene sollecitato a lavorare “per un cessate il fuoco e per negoziati di pace”. Il “Manifesto” è stato firmato finora da più di 570.000 persone su change.org. Nei media prevale invece la critica: molti commentatori accusano le autrici di “complicità con l’aggressore”. Del resto, chiunque sollevi il timore di un attacco nucleare e rimproveri l’Ucraina di non voler negoziare viene accusato di militare per la “propaganda del Cremlino”- L’accusa da prendere più sul serio riguarda i toni nazionalisti del “Manifesto”, che sono un ammiccamento con la destra.

Infatti Tino Chrupalla, presidente dell’AfD, ha subito firmato l’appello e invitato via Twitter a seguire il suo esempio: “Quando si lavora per la pace, i confini dei partiti non dovrebbero essere barriere”. In un’intervista al settimanale Spiegel, Wagenknecht non ha voluto chiudere alla possibilità di una “Querfront” (fronte incrociato tra destra e sinistra) sottolineando che tutti sono i benvenuti alla manifestazione a condizione che non vengano mostrate bandiere e simboli di estrema destra. Questa restrizione in realtà non rappresenta nessun ostacolo per la destra neofascista, che da tempo allarga i suoi consensi grazie al mascheramento della sua ideologia. Per il suo appello alla “Pace con la Russia”, ad esempio, si è appropriata del vecchio slogan del movimento pacifista “Frieden schaffen ohne Waffen” (“Fare pace senza armi”) .

La presa di distanza dalle posizioni della destra non è l’unico banco di prova per il partito di Wagenknecht. La Linke vuole profilarsi come il partito anti-guerra, perciò unisce al suo “no alla fornitura di armi” anche un più generale “no agli armamenti”. Le posizioni pacifiste, però, sono poco penetranti. È una situazione difficile anche per una parte dei Verdi, nati storicamente dal movimento per la pace. La rete che di solito organizza a Pasqua le marce per la pace si mobilita per il 24 febbraio con lo slogan: “Stop alle uccisioni in Ucraina – per un cessate il fuoco e i negoziati”. È uno striscione che si vedrà in tante manifestazioni al di là del loro focus politico. Per esempio, a Stoccarda, da dove scrivo, la rete per la pace organizza per la serata del 24 febbraio una fiaccolata, che però è accompagnata da una conferenza dell’ex capo della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Wolfgang Ischinger, che di recente ha attirato più attenzione più per la sua richiesta di ulteriori forniture di armi che per un’iniziativa negoziale.

I due grandi eventi di Berlino stanno polarizzando il discorso pubblico. Anche se in realtà le posizioni opposte sono accomunate da una ottusa prospettiva nazionalista: entrambe le parti temono per il destino della Germania, gli uni a causa del riarmo della Bundeswehr, gli altri viceversa a causa del disarmo dell’esercito tedesco, fino al punto da temere un presunto “stato privo di difesa contro i nemici della democrazia”.

Nel mezzo dell’acceso dibattito sulla questione delle armi è uscito il testo di Jürgen Habermas “Appello per i negoziati” (pubblicato in traduzione italiana domenica scorsa su Repubblica, ma con il più salomonico titolo “Europa tra guerra e pace”). Le reazioni sono state per lo più critiche e ostili, come quelle sul “Manifesto per la Pace”, seppure con il riconoscimento a Habermas di una più grande finezza nel linguaggio e un più profondo ragionamento da vecchio “filosofo sociale impegnato”. Poi però in sostanza la polemica è forte: Habermas viene rimproverato di non capire (più) niente di politica, e il suo perseverare sulla teoria comunicativa viene giudicato “ingenuo” se non “stupido” di fronte a un despota nel Cremlino che secondo i critici non dev’essere considerato un interlocutore dotato di razionalità. Non bastasse, diversi storici e storiche della storia dell’Europa orientale accusano Habermas, in quanto vecchio uomo bianco, di mancanza di “empatia” e di una “visione coloniale” dell’Ucraina. I riferimenti di Habermas agli “errori dell’alleanza occidentale” e alla “co-responsabilità per le vittime e le distruzioni causate dalle armi occidentali” suscitano una disapprovazione affettiva ma non vengono approfonditi. Il suo monito “a prendere sul serio il significato della sfumatura retorica tra le espressioni ‘non perdere’ e ‘vincere’ la guerra” è già messo da parte nell’attivismo dei prossimi giorni. L’appello per la manifestazione di solidarietà del 24 febbraio a Berlino chiede mobilitazione per la “vittoria”.

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Un commento a “La pace e il suo contrario”

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