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L’età dei patriarchi

La prolusione di Mario Tronti letta il 31 marzo 2005 alla presenza del presidente della Repubblica Ciampi e della Camera Casini in occasione della celebrazione per i novant’anni di Pietro Ingrao. "Anche se Ingrao resiste al compito di vestire i panni biblici del patriarca. Potrebbe prestarsi ad essere agevolmente il patriarca della sinistra. Ma sappiamo quanto questo sia contrario alla sua indole".
Pubblicato il 31 Marzo 2005
Materiali, Officine Tronti, Scritti
Signor Presidente della Repubblica,
Signor Presidente della Camera dei deputati,
cari amici di Pietro Ingrao,
carissimi suoi famigliari.
Giudicherete voi alla fine se ho trovato le parole giuste per assolvere al grato compito che mi è stato assegnato.
Ho pensato di partire da una citazione di due autori che so per certo non graditi a Pietro Ingrao. Ma so anche di certo che per lui non sarà un problema, conoscendo non tanto la sua tolleranza, quanto il suo gusto per il diverso e per il contrario. Ernst Jünger scrisse un biglietto di auguri a Carl Schmitt per il suo novantesimo compleanno. E Schmitt rispose in un altro biglietto con questa frase: << la vecchiaia è finita; adesso comincia l’età dei patriarchi >>.
E’ bello poter dire in vita: la vecchiaia è finita. Si può veramente, finalmente, coltivare quella che Goethe anziano chiamava “la cara dolce abitudine di vivere”. Anche se Ingrao resiste al compito di vestire i panni biblici del patriarca. Potrebbe prestarsi ad essere agevolmente il patriarca della sinistra. Ma sappiamo quanto questo sia contrario alla sua indole. Alcune sue scelte recenti – una soprattutto – hanno voluto sottolineare la sua appartenenza di campo e, per utilizzare una formula ormai per il troppo uso diventata banale, un’appartenenza di campo senza se e senza ma.
Mi colpì una frase della sua amatissima moglie Laura, pronunciata qualche tempo prima della scomparsa: dovevamo diventare vecchi per ritrovarci ad essere dei senza partito. Non c’è pensiero che meglio definisca la Stimmung, diciamo così, il senso e il tono, di questo estremo lembo dell’impegno pubblico di Ingrao.
Non voglio ripercorrere qui le fasi del suo percorso politico. Né voglio farne una biografia per consegnarlo al passato. Stiamo trasformando il Crs, Centro di studi e iniziative per la riforma dello stato , questa sua creatura, inaugurato nel 1972 da un altro Presidente, Umberto Terracini, in Fondazione, raccogliendo qui l’Archivio Ingrao. Abbiamo in programma una giornata di studio, per approfondire, con il contributo di storici, di politologi, di critici, i passaggi della sua presenza nella vita politica, istituzionale, culturale del paese.
Sì, anche culturale, perché un punto determinante da tenere a mente per ricostruire la personalità di Ingrao è questo: che in lui la vocazione intellettuale precede quella politica. Solo questo spiega la sua attenzione agli strumenti del linguaggio, non in quanto comunicazione, secondo la deriva a cui è oggi sottoposta e subordinata la parola umana, ma in quanto espressione: dire di sé e del mondo l’essenziale, il significato e il valore di ciò che veramente è.
Di qui la curiosità per gli strumenti nuovi del linguaggio: il cinema, questa passione giovanile, rimasta nel tempo, il cinema come forma espressiva del Novecento, l’immagine del mondo per il secolo.
E poi…, quella voce della maturità che è la poesia. Ingrao poeta non è un particolare della sua persona; non è un accessorio da aggiungere al resto. La poesia è costruzione di sé, momento e processo di autoconsapevolezza, memoria del passato e etica del presente. Ieri sera, nella serata popolare in suo onore, all’Auditorium di Roma, ci ha parlato del dissidio che sente in sé tra il limite della politica e lo “smisurato” dell’umano. Qualcosa che nemmeno si può dire per intero.
“L’indicibile dei vinti, il dubbio dei vincitori” (sono suoi versi) e quel grido: “Leva in alto la sconfitta”, furono, a metà degli anni ottanta il presagio di ciò che stava per accadere.
Del resto, ci sono dei titoli dei suoi libri: Masse e potere, in mezzo agli anni settanta, Tradizione e progetto, all’inizio degli anni ottanta, Le cose impossibili, all’inizio degli anni novanta, che perfettamente aderiscono al tempo storico che li suggeriva.
Ingrao ha riconosciuto il suo secolo, lo ha vissuto – con “l’alta febbre del fare” (titolo di un’altra sua intensa opera poetica) – e quindi, in questi ultimi anni lo ha giudicato. Un giudizio severo, a mio parere, anche troppo severo, soprattutto quando ha coinvolto la sua stessa persona, le sue scelte e prese di posizione su eventi, che è più facile riguardare oggi di quanto non fosse allora, quando si stava nel “gorgo”, per usare una parola cara a Pietro.
Questo suo andare oggi elencando puntigliosamente gli errori di allora, è umanamente molto bello, ma, vorrei dirgli con affetto, sembra a molti di noi anche eccessivamente autocritico.
Ci allontaniamo dal “nostro” secolo e forse sta maturando il momento di uno sguardo più equanime. Il Novecento è stato, sì, tragedia e violenza, ma è stato anche emancipazione, liberazione, conquiste. Il negativo delle guerre è vissuto accanto al positivo delle lotte. Intreccio, appunto, tragico tra disumani esperimenti riusciti e grandiosi tentativi falliti. Male assoluto e male necessario: questa dialettica è ancora da sciogliere ed è tremendamente complicato scioglierla. Profetiche rimangono le parole di Max Weber, pronunciate appena dopo la fine della prima grande guerra: << Non è vero che soltanto il bene possa derivare dal bene e il male dal male, bensì molto spesso il contrario. Chi non lo capisce, in politica non è che un fanciullo >>.
a malo bonum: questo segno agostiniano è alla base della giusta volontà politica; dal peccato la grazia, dalla caduta la libertà del cristiano. Non è nella contrapposizione tra male e bene, ma nell’intreccio tra l’uno e l’altro che deve districarsi e motivarsi la buona politica.
Non è esattamente questo l’orizzonte dell’agire pubblico ingraiano, piuttosto quell’altro, più che alternativo, direi, complementare rispetto a questo: i popoli in movimento, le masse protagoniste, la storia vista e agita dal basso, il potere partecipato, quelle cose che hanno fatto di Ingrao, prima durante e dopo la sua Presidenza della Camera, il campione – come è stato già ricordato dal presidente Casini – di quella che una volta si chiamava la “centralità del Parlamento”, e cioè il primato della rappresentanza sulla decisione, appunto della partecipazione democratica sulla concentrazione del potere;
Ricordo che una volta lo trascinammo, per un convegno dell’Istituto Gramsci veneto, a un confronto con Gianfranco Miglio: uno scontro di civiltà!, sia pure nell’agreement tra gentiluomini. Il modello Westminster non è stato mai nelle grazie di Ingrao.
C’è una figura che mi piace accostare ad Ingrao, è quella di Dag Hammarskjöld, segretario generale dell’Onu tra il 1953 e il 1961. Un Quaderno della rivista Servitium – quella di Padre Turoldo – lo ha recentemente inserito in una galleria dedicata ai Mistici d’oggi, accanto a Giovanni Vannucci, Edith Stein, Benedetto Calati, Teilhard de Chardin, Cristina Campo. Hammarskjöld aveva fatto predisporre all’ingresso del palazzo dell’Onu una “stanza di raccoglimento” – la chiamava così – dove, tra un incontro e l’altro, si ritirava a meditare e a contemplare. E invitava gli altri a fare la stessa cosa prima degli incontri. E’ lui che ha detto quella frase splendida, che bisognerebbe riprodurre sul frontone dei palazzi di Parlamento e Governo: <>.
C’è un piccolo video, amatoriale, di appena qualche anno fa, che ritrae Pietro Ingrao, con gli occhi lucidi, mano nella mano, con il vecchio monaco camaldolese, impedito nella parola e alla vigilia della morte, Benedetto Calati, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, persona di grande carisma spirituale. A vederli, veniva da pensare: ecco, due fratelli e compagni.
Confesso che non mi ha mai scandalizzato la pur rozza definizione del comunismo come una chiesa. In parte lo era. Perché era un orizzonte di fede per milioni e milioni di uomini e di donne “semplici” – come si chiamavano allora – e di speranza per chi non aveva da perdere altro che le proprie catene, e in un certo senso anche di carità, che si esprimeva nella pratica della solidarietà.
C’era quell’idea-forza, passata non a caso nelle canzoni proletarie, che nominava il “riscatto del lavoro”. Il comunismo, non quello dello Stato ma quello del Popolo, è stato una forma di attesa, attesa della venuta di qualcosa se non di qualcuno, qualcosa che non era di questo mondo, ma di un altro, da venire. L’”avvenire” , l’Avvento – “cieli nuovi e terre nuove” – è parola comune al cristianesimo e al comunismo.
La secolarizzazione è cosa bella e buona, ma va presa con saggia misura. Essa contiene dentro di sé, come pericolo, la volgarizzazione dell’esistenza. Tutto ciò che laicamente passa per le compatibilità di sistema, va poi ad alimentare quel vizio pubblico, oggi deflagrante, che è la “servitù volontaria”.
Quello scrittore pessimista e al fondo nichilista che è Cioran ci ha ammonito: attenzione!, la morte del sacro ha come conseguenza non che non si crede più a niente, ma che si crede a tutto.
Le fedi non vanno soppresse, vanno civilizzate, umanizzate, tolte all’uso che ne possono fare i potenti, e riconsegnate ai bisogni degli umili.
Un’altra figura con cui Ingrao è entrato in sintonia negli ultimi anni è quella di Giuseppe Dossetti, questo monaco politico, – penso che si possa dire così, anche così, per definirlo, almeno nell’ultima parte della sua vita. Li ha accomunati la difesa di quel bene pubblico primario che è la lettera e lo spirito della Costituzione. Anche se il loro “patriottismo costituzionale” – al contrario di quanto si pensa – mai si è presentato come conservazione, sempre anche come innovazione.
Li ha accomunati poi anche la passione per la pace, il ripudio costituzionale della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, quell’art. 11, che è diventato un po’ l’assillo del vecchio Ingrao.
Ma c’è qualcosa di più profondo che accosta le due personalità. Il loro essere – nei diversi campi di appartenenza – non eretici, piuttosto, direi, eterodossi. E’ importante questa differenza. Eretico è chi rompe con il proprio mondo e vi si contrappone. Non ortodosso, o altro da ortodosso, è chi sceglie di restare dentro in posizione critica. In questo caso, si paga un prezzo, appunto, alla propria chiesa, ma si rimane in contatto con le forze che essa organizza, lievito per una trasformazione interna di essa.
Ingrao è stato interprete e rappresentante di una forma inedita di “critica” dentro la pur pesante ortodossia marxista. Nella storia teorica del movimento operaio il revisionismo ha avuto sempre un’etichetta di destra. Quello di Ingrao è stato, ha voluto essere, un revisionismo di sinistra, o da sinistra. Al di là dei contenuti e degli approdi, questa è fondamentalmente la forma di eredità che ci lascia. Bisogna dire che non sempre questo punto è stato tenuto fermo, in quella folla di figure che si sono dette, senza il consenso di Ingrao, “ingraiani”.
Due sono le parole-chiave che – per sua espressa confessione – definiscono la persona di Ingrao: il dubbio e l’organizzazione. Il dubbio come atteggiamento critico nei confronti della realtà e di se stessi. Pensiero antidogmatico e conseguentemente comportamenti autonomi. Libertà di essere, di conoscere, di dialogare e di fare.
E organizzazione come politica collettiva strutturata, preparata e guidata. Politica come fare insieme. E non come la propria faccia su un manifesto. Bisogno umano di partito. Ripeto: bisogno umano di partito. Dovremmo interrogarci tutti su che cosa abbiamo fatto per aver reso questa parola, a livello di senso comune, oggi, così dispregiativa. Il disprezzo per la parola “partito” trascina con sé il disprezzo per la parola “politica”.
Ecco. Uomini come Pietro Ingrao sono la confutazione in vita di un così diffuso pregiudizio negativo.
La politica come “scelta di vita” – un’espressione che fu di Giorgio Amendola – il partito, come comunità, non di destino, ma di volontà e di decisione, volontà e decisione collettive, quel noi che è più che io, oggi così fuori di moda: questa è la misura umana che per l’occasione qui festeggiamo.
Ingrao appartiene a quella straordinaria generazione di uomini e di donne “gettata” – uso consapevolmente questo concetto della filosofia dell’esistenza – gettata nella politica dalla grande storia. La crisi del fascismo, la lotta contro il fascismo, la seconda grande guerra, la Resistenza, ancora la Costituzione: questo c’era, intorno, negli anni di formazione.
E poi, l’esperienza di costruzione di quella “giraffa” togliattiana -questo animale strano che era il “partito nuovo” – non più di quadri ma di massa, popolare alla base e centrale al vertice, che ha dato molte soddisfazioni e anche qualche sofferenza a Pietro Ingrao, e non solo a lui.
Signor Presidente, perdoni il piccolo atto d’orgoglio contenuto nel passaggio che adesso farò, a conclusione di questo discorso. Ho riflettuto se non fosse di cattivo gusto evocare qui questo motivo, con il rischio di urtare qualche altra sensibilità. So bene che fu un’intera classe politica, trasversale, ad assolvere questo ruolo fondatore. Ne ho concluso che, stante la tonalità delle cose dette fin qui, e il tipo di persona che onoriamo, il passaggio non poteva mancare.
Insomma. Montanelli ha detto una volta che, nella deprecata prima Repubblica, e io andrei più in là, allungherei il tiro, forse nella non esaltante storia italiana unitaria, non c’era stato ceto politico migliore di quello comunista.
Ingrao è prima di tutto esponente di questo ceto. Sulle radici di questo tronco, di questo ceppo, la pianta Ingrao allarga poi i suoi rami. Ha avuto la fortuna che a noi è mancata – di qui tutte le nostre insufficienze – quella di prender parte da protagonista all’età dei costruttori, costruttori insieme del Partito e della Repubblica.
Uomini di parte, con il senso dello Stato: una combinazione difficile, una sorta di stato d’eccezione permanente, che ti costringe a coltivare un quotidiano equilibrio. Per reggerla, questa condizione, ci voleva Beruf, weberianamente, professione e vocazione della e per la politica, etica della convinzione più etica della responsabilità, e, gramscianamente, buona cultura, molta buona cultura.
Radicare il partito nel Paese, contribuire a costruire la forma repubblicana dello Stato, con la politica “fare società”, cioè attraverso la politica produrre legame sociale, preparare, educare, organizzare, i lavoratori – operai, contadini, ceti medi vecchi e nuovi – ad essere, a diventare, forza politica democratica di governo.
Un’impresa interrotta. Ci guardiamo intorno, curiosi, a volte smarriti, a cercare di capire chi può riprendere, chi può riafferrare nelle proprie mani, innovandola, ammodernandola, aggiornandola a tempi radicalmente mutati, questa impresa storica. Con chi altri, come e quando.
I novant’anni di Ingrao sono da vedere proiettati verso questa ricerca. Auguriamo a lui, e a noi, che possa dire presto: ecco, ho trovato da dove ripartire.

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