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Questo articolo è tratto da “La traccia del secolo”, inserto speciale de “il manifesto” sul venticinquesimo anniversario dell’11 settembre, uscito l’11 settembre 2026. Gli altri contributi sono di Alessandra Annoni, Marco Bascetta, Leonardo Bianchi, Giovanna Branca, Marina Catucci, Luca Celada, Giulia D’Agnolo Vallan, Mario Di Vito, Emanuele Giordana, Michele Giorgio, Guido Moltedo, Alberto Negri, Alessandro Portelli, Mario Ricciardi, Francesco Strazzari, Fabrizio Tonello.

Fu tutt’altro che univoca l’interpretazione degli attentati dell’11 settembre e dello shock globale che ne seguì: massimamente perturbante (in senso freudiano), l’immagine delle Twin Towers di New York infilzate da due aerei-kamikaze provocò il rifugio in letture difensivo-aggressive rassicuranti, che si trattasse di difendere l’amico americano (come fece compattamente il mainstream) o di attaccare il nemico americano che in fondo se l’era cercata (come fece quella parte dell’estrema sinistra che all’antiamericanismo non rinuncia mai). Eppure la scena, ossessivamente riproposta sugli schermi di tutto il pianeta per settimane, mesi e anni, parlava da sola, e di ben altro.

Doppie e gemelle, speculari e falliche, nell’attimo del crollo le torri-simbolo di Manhattan ci mandavano a dire che il mondo bipolare e gemello, speculare e fallico, geometricamente spartito nei suoi spazi politici, militarmente e ideologicamente ordinato dalla logica amico/nemico, era crollato con loro: all’alba del XXI secolo non era più pensabile con le coordinate del XX, e nemmeno con la favola bella di una globalizzazione senza attriti e di una democrazia senza rivali raccontata in coro da tutto l’Occidente dopo un altro crollo, quello del Muro di Berlino nel 1989. Dodici anni erano bastati per far saltare in aria “il nuovo ordine mondiale” a indiscussa egemonia americana proclamato da George Bush nel 1991. Ma erano bastati anche perché la globalizzazione cambiasse la pelle e le viscere del pianeta e dei suoi abitanti, comprimendo lo spazio e il tempo, forando i confini, erodendo la sovranità nazionale, ibridando le culture e le identità, cambiando i soggetti e le forme dello scontro geopolitico. Nell’Impero – come lo avevano definito Toni Negri e Michael Hardt nel loro libro di culto del 1999 – non c’era più un esterno e un interno. E infatti quei due aerei apparentemente così alieni e quei piloti kamikaze che infilzarono il simbolo del potere imperiale erano intrisi in realtà dell’immaginario, della tecnologia e delle astuzie politiche del nemico. Più che per un attacco esterno, l’Impero vacillava per una sorta di implosione interna.

Bisognava aguzzare l’ingegno per afferrare il significato dell’evento. E ci fu chi lo fece: l’11 settembre fu anche un evento del pensiero critico (ho cercato di darne conto in occasione del ventennale nel mio 2001. Un archivio, manifestolibri 2021), che si aprì a categorie innovative incentrate sull’interdipendenza, sulla vulnerabilità, sulla relazione con il diverso, sugli effetti positivi che la ferita dell’11 settembre, se elaborata e non rimossa, avrebbe potuto avere sull’autocoscienza della più potente democrazia del mondo. Ne nacque un laboratorio di idee ancora prezioso per leggere il caos geopolitico di oggi. Ma il mainstream andò in tutt’altra direzione: il contraccolpo dell’11 settembre fu regressivo, anzi propriamente reazionario, e feroce, nelle cose e nel pensiero. E di fatto dettò all’Occidente l’agenda politica del ventennio successivo, sotto le insegne del paradigma neoconservatore dello “scontro di civiltà” che tuttora influenza la lettura di uno scenario geopolitico pur ulteriormente cambiato rispetto a quello d’inizio secolo.

Solo in superficie ispirato al celebre libro di Samuel Huntington Clash of Civilization, che il “clash” puntava a scongiurarlo e non ad attizzarlo, quel paradigma non servì solo a legittimare le guerre contro il terrorismo internazionale in Afghanistan e in Iraq (e altrove). Servì anche e soprattutto a blindare militarmente la narrativa messianica della democrazia che aveva imperversato dall’89 in poi: se dopo la sconfitta del comunismo la democrazia era diventata l’unico regime politico desiderabile e destinato a imporsi su scala planetaria, dopo l’11 settembre diventava un regime da esportare anche con le armi, spostando la linea del nemico, di volta in volta, dai fondamentalisti islamici ai dittatori fino, più di recente, agli autocrati. E certo c’è voluta una bella dose di ironia della storia perché l’amministrazione Biden riattivasse quella narrativa contro la Russia subito dopo che la sua efficacia era stata clamorosamente smentita dalla ritirata americana dall’Afghanistan nel 2021. Venti anni dopo l’11 settembre, il Nemico perduto con la fine della Guerra fredda tornava al suo posto di partenza, in terra russa.

Lo schema dello scontro di civiltà è parso in seguito archiviato dall’autocrate che gli Stati uniti hanno partorito in casa propria, Donald Trump, il quale con i suoi simili sparsi per il mondo preferisce fare affari e al quale della difesa della democrazia, in guerra o in pace, importa meno di zero. In realtà Trump lo disattiva o lo riattiva a corrente alternata, com’è chiaro quando minaccia l’Iran di distruggere “un’intera civiltà in una notte”. È un altro tuttavia il filo di ferro che lega l’ascesa di un personaggio come Trump alla scia sotterranea, e perfino inconscia, dell’11 settembre, e sta nel binomio sovranismo-suprematismo.

Per quanto la letteratura politologica associ l’affermarsi dei sovranismi e dei populismi, di là e di qua dall’Atlantico, alla crisi economica del 2008 e seguenti, la radice profonda del sovranismo americano va ricercata nel dopo-11 settembre. È allora che gli USA rispondono alla sfida globale e virale e del terrorismo internazionale con il tentativo di riaffermare militarmente la potenza della sovranità nazionale lesionata, all’implosione dell’Impero con un backlash imperialista, all’attacco degli “alieni” con il presidio dei confini e con una morsa securitaria interna, al disorientamento della società e dell’individuo americani con la costruzione del cittadino autoctono, virile e nazionalista. Sovranità dello Stato e sovranità dell’io si stringono in un patto che rimuove la ferita dell’11 settembre, e invece di risanarla con la presa d’atto dell’interdipendenza e della vunerabilità globali la saturano con dei surrogati dell’onnipotenza perduta. Come spesso accade, c’è un lutto non elaborato, in questo caso il lutto per la perdita dell’inviolabilità, alla radice di una postura difensiva e aggressiva.

Tuttavia, la vicenda che qui stiamo ricordando per (troppo) sommi capi è stata tutt’altro che compatta e unidirezionale. L’elezione di Barack Obama nel 2008 fu espressione di una potente controtendenza, in cui la società aperta e multiculturale americana si prese la sua rivincita sul cammino tracciato dai neocon. Che quella controtendenza sia stata sconfitta dalla prima e inaspettata elezione di Trump e poi dalla seconda non significa che sia esaurita: negli USA la partita resta aperta, come dimostrano l’esperimento Mamdani, il risveglio dei democratici socialisti, i movimenti di resistenza ai soprusi di Trump e dell’Ice. Nel male e nel bene gli Stati uniti potranno ancora stupirci nel prossimo futuro. Piuttosto, è la profezia di chi dopo l’11 settembre vedeva gli USA “figli di Marte” condannati alla perdizione e l’Europa “figlia di Venere” deputata a custodire la pace e il diritto a risultare clamorosamente smentita dallo stato fra il letargico e il neonazista in cui versa il Vecchio continente.

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