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Il libro di Andrea Vannoni, Teologia della “Liberazione. L’esperienza concreta della fede nella lotta degli oppressi” (Fefè editore), verràpresentato a Roma, mercoledì 13 maggio, ore 18, presso la sede della Fondazione Giacomo Matteotti – ETS, via dell’Arco del Monte, 99/a, alla presenza dell’autore, con l’introduzione di Alberto Aghemo (Presidente della Fondazione Giacomo Matteotti) e la partecipazione di Piero Spila, Leonardo de Sanctis e Giuseppe Allegri che qui presenta una versione della prefazione al libro appositamente aggiornata per il Centro per la Riforma dello Stato.

Teologia della Liberazione. L’esperienza concreta della fede nella lotta degli oppressi(Fefè editore, pp. 274, 23 euro) è prima di tutto una inedita e inaspettata testimonianza di una preziosa e coinvolgente ricerca svolta quarant’anni fa sul campo della riflessione e delle pratiche della Teologia della Liberazione, a partire dall’incontro con uno dei suoi fondatori, il dominicano, teologo peruviano e intellettuale cosmopolita Gustavo Gutiérrez recentemente scomparso (1928-2024). A condurla è Andrea Vannoni, a quei tempi giovane studente universitario e studioso in formazione, on the road per un anno sulle polverose e affollate strade latinoamericane. Siamo nel mezzo degli anni Ottanta del Novecento, sul finire del mondo bipolare post-bellico, mentre il sud del mondo era rozzamente definito come Terzo Mondo dei Paesi in via di sviluppo, dei “non allineati” alle due superpotenze, statunitense e sovietica, ancora egemoni. Esattamente quarant’anni dopo, l’autore di quella che poi divenne la sua tesi di laurea in filosofia teoretica decide di rendere pubblico questo processo di ricerca e scrittura, non solo per restituirci un pezzo di storia mancante, percorso in soggettiva da quel giovane appassionato laureando che era, ma con la volontà di dirci qualcosa in più, sull’oggi.

Dialoghi intergenerazionali mancati e a venire

Perché questa pubblicazione è anche, e soprattutto, un’occasione per tornare a interrogare quell’esperienza storica in un mondo radicalmente mutato e dinanzi a giovani generazioni che sembrano esigere la presenza di altri sguardi e pratiche dinanzi all’orrore del regime di guerra diffuso sul fronte orientale mediterraneo ed europeo, dell’Asia occidentale, e tracimato nella quotidiana, annichilente, comunicazione digitale e social, da noi tutti subita in una condizione di passività, senza apparente possibilità di intervento e mobilitazione efficace contro questa diffusa pulsione di morte.

Perciò è da salutare felicemente la pubblicazione di questo libro, come un piccolo tassello di un continuo dialogo intergenerazionale con quella porzione di più o meno giovane umanità che in tutte le epoche si interroga e si attiva per condividere l’esigenza di promuovere un mondo in cui sia messa al centro di qualsiasi progetto di vita in comune la promozione e tutela dell’eguale dignità di ciascun essere umano, nella sua esistenza individuale e nelle sue relazioni sociali.

Da queste pagine, che l’oramai maturo Andrea Vannoni di oggi ha deciso di rendere pubbliche, ci parla il giovane studioso e ricercatore sul campo, che nella sua maturità ricorda, prima di tutto a sé stesso e quindi a noi attuali lettori, che è sempre il tempo per ri-mettersi in gioco. A partire dalla volontà di recuperare e condividere un percorso di ricerca nel quale aveva a sua volta incontrato e interrogato l’esperienza ideale e pratica di un intellettuale militante come Gustavo Gutiérrez, a quei tempi attivo sessantenne e già da un paio di decenni promotore, insieme a molte e molti altri, di quell’epocale movimento di liberazione collettiva che aveva contribuito a definire a partire dal suo Teología de la Liberación. Perspectivas (1971). Con la sua opción preferencial para los pobres, dalla parte dei poveri e degli emarginati del sud del mondo, dei Paesi latinoamericani, per dare nuova vita al cristianesimo come religione di quegli ultimi che rivendicano dignità, giustizia, emancipazione da un’economia predatoria e profondamente iniqua.

Così oggi possiamo interpretare questa tarda pubblicazione come occasione per restituire l’ampiezza della ricerca del giovane Vannoni dell’epoca ai giovani in formazione di questi attuali mortiferi tempi. Condividendo la prospettiva di una inesausta e comune immaginazione di altri mondi possibili, da costruire qui e ora, come reali utopie concrete, dentro, contro e malgrado le condizioni storiche nelle quali viviamo, per trasformarle radicalmente nel senso di una maggiore giustizia in favore dei molti e delle molte.

Perché in fondo di questo ci parla la tesi di Vannoni, riuscendo a condurci per mano nel pensiero e nell’azione di alcuni dei protagonisti della Teologia della Liberazione, che sul finire degli anni Sessanta del Novecento, successivamente al Concilio Vaticano II e alla seconda Conferenza dell’Episcopato dell’America Latina di Medellín (Colombia) del ’68, inaugurarono un ampio e plurale movimento di emancipazione delle masse impoverite nel Continente latinoamericano, per interpretare la Bibbia e praticare il cristianesimo dando centralità al vissuto delle persone in condizioni di povertà economica e marginalità sociale, per una liberazione dalle ingiustizie contingenti e da quelle subite da secoli di sfruttamento, colonialismo, razzismo.

L’universalismo concreto di movimenti per la liberazione collettiva

In questo percorso sono fondamentali i viaggi e gli incontri che costellano il periodo di formazione di Gustavo Gutiérrez lungo gli anni Sessanta del Novecento, con i suoi soggiorni di studio e confronto in quelle città europee accoglienti per militanti, studenti e ricercatori, a partire da Lione e Lovanio, crocevia di scambi e intuizioni, veri e propri incroci meticci di teorie e pratiche tra vecchio e nuovo Continente latinoamericano, che lo portano a riflettere sulla centralità delle scienze sociali: dalle teorie critiche, al marxismo e oltre, passando anche per Louis Althusser e Antonio Gramsci, in quella presa di coscienza collettiva che porterà ai movimenti culturali e sociali del nord e del sud del mondo protagonisti in quel decennio di lotte femministe, generazionali, anti-coloniali, operaie, etc.

Vannoni ci dimostra come anche al centro del pensiero e delle pratiche di Gustavo Gutiérrez ci sia quindi un’analisi materialistica delle condizioni di vita delle masse impoverite, dalla quale partire per immaginare progetti comuni di esistenze degne di essere vissute, nel solco di un cristianesimo sempre più vicino alle domande di giustizia dei molti. In un passaggio esistenziale e politico, oltre che religioso, dalla compassione, nei confronti delle persone in condizioni di povertà e sofferenza, all’indignazione attiva che giunge alla «militanza per la carità e nella carità», per quella repubblica sempre a venire dei giusti e generosi che permetterebbe di rispondere collettivamente alle ingiustizie, per una nuova vita liberata in comune1.

Non è un caso che nel corso degli anni Novanta e nel passaggio di Millennio, una parte della Teologia della Liberazione, a partire da Leonardo Boff che in quegli anni abbandona la Chiesa, incontrerà i movimenti alter-globalisti e alter-democratici, cioè per nuove forme di democrazia e di globalizzazione dal basso, informata a criteri di giustizia sociale, per spazi autonomi di autogoverno federato in una sorta di plurale e aperta Repubblica universale, a partire dall’esperienza zapatista in Chiapas (dal 1994) e dalle manifestazioni a Seattle (1999) e Genova (2001), passando per il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre (2001) e per il movimento dei movimenti. In quel faticoso processo di ripensamento di un universalismo concreto, capace di rifiutare il ricorso a identità native idealizzate, secondo la ricostruzione proposta da Bruno Montesano, in favore di un cosmopolitismo postcoloniale, per dirla con il recente studio di André Murgia.

Si tratta di un messaggio tuttora attuale di emancipazione collettiva, nelle diversità e nel pluralismo delle culture di riferimento, da quelle religiose a quelle politiche, che allude a scelte radicalmente oppositive rispetto alle chiusure degli attuali movimenti nazional-sovranisti e anti-mondialisti, fomentati da leader e partiti politici sostenitori di opzioni al contempo nazionalistiche, nativiste, xenofobiche, suprematiste, tradizionaliste, tecnocratiche, reazionarie, autoritarie, sessiste, che generano una lotta tra poveri, marginali ed esclusi, mentre le classi dirigenti speculano su paura, insicurezza, rancore, per acuire ulteriormente diseguaglianze e ingiustizie2.

Concrete utopie di esseri umani immaginativi

E proprio dinanzi a questi cupi tempi della società automatizzata e del tardo capitalismo tecno-predatorio queste pagine ci impongono di non rassegnarci e continuare invece ad alimentare una nuova immaginazione collettiva, tornando sulle anticipazioni di futuro che non si sono ancora date. Perché, come è suggerito nel terzo capitolo di questo libro, forse non è più il caso di classificare gli esseri umani «come rivoluzionari o conservatori, ma come immaginativi o senza immaginazione», per riprendere un’intuizione formulata un secolo fa, nel 1924 del primo manifesto Surrealista che tanto influsso ebbe proprio nei confronti del grande intellettuale e attivista marxista eretico peruviano José Carlos Mariátegui (1894-1930), il cui figlio studierà con Gustavo Gutiérrez. E qui si dipana il filo rosso che pensa «l’insurrezione surrealista» come «fenomeno spirituale complesso, protesta dello spirito» (sempre Mariátegui, Il gruppo surrealista e «Clarté», 1926) e giunge fino a noialtre che, un secolo dopo quel primo Manifesto del Surrealismo, anche di ritorno dalla potente e commovente mostra Surréalisme dell’autunno 2024 al Centre Pompidou, siamo ancora più consapevoli di quanto i surrealisti fossero «disposti a guardare nell’abisso della cosiddetta civiltà, ad ammettere “il pessimismo su tutta la linea” e, ciononostante, a strappare da quell’oscurità una poetica del cambiamento rivoluzionario», per dirla con Naomi Klein, in surrealismo contro fascismo.

Così Mariátegui proseguiva, con la sua proverbiale, acuminata e creativa ironia, spiegandoci che il conservatore è privo della capacità mentale e della sensibilità culturale di immaginare il cambiamento dell’ordine esistente delle cose, mentre l’immaginazione, intesa come collettiva forza culturale, sociale, politica, spirituale, quella posseduta dai Libertadores ad esempio, riesce a produrre particolari tipi di utopie, non vaghe e astratte, perché «sono valide solo quelle utopie che potremmo definire realistiche. Quelle utopie che nascono dall’interiorità stessa della realtà».

Quell’utopia concreta e reale della Teologia della Liberazione continua a parlare a noi, a partire dalle parole e dalle azioni di Gustavo Gutiérrez e grazie al volume di Andrea Vannoni, per immaginare e condividere ancora discorsi e progetti di liberazione, solidarietà, degna e gioiosa vita in comune.

Note

1 Si riprendono queste suggestioni da alcuni passaggi di T. Negri, Quanto a me, continuo a cercare, con uno scritto di P. Fontana, Castelvecchi, 2025, diffusamente, che raccoglie testi pubblicati tra il 1997 e il 2007, molto in sintonia con un’interpretazione materialistica del cattolicesimo e a proposito dei quali si rinvia a una prima riflessione in P. Allegri, Una suora per amica. Gli scritti dal carcere di Toni Negri, in OperaViva Magazine, 1 ottobre 2025: https://operavivamagazine.org/una-suora-per-amica/.

2 In questi ultimi anni di studi e dibattiti ragiona su questa polarità, tra precedenti movimenti altermondisti e alterdemocratici soppiantati dagli attuali movimenti antimondialisti e nazionalisti, J.-C. Monod, L’arte di non essere eccessivamente governati. La crisi della governamentalità, Castelvecchi, 2025 (2019), spec. pp. 171 e ss.

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