Articolo pubblicato su “il manifesto” del 27.03.2026.
Il no al referendum racconta di una rivolta contro l’arroganza e la violenza del potere; di voglia di principi; di politica come visione del mondo; di desiderio di un altro futuro.
È un passo contro l’autoritarismo, per la Costituzione. Dire Costituzione significa antifascismo, diritti, partecipazione, pace, emancipazione.
Ed è un passo tanto più rilevante in quanto, come risulta dai primi dati disaggregati, proviene dai giovani, dalle donne, dal Sud; da chi più di altri sente il disagio e il peso dell’esistente e ha colto nel referendum la possibilità di far sentire la propria voce (e non escluderei che il Sud abbia votato anche contro l’autonomia differenziata, voto precluso dalla dichiarazione di inammissibilità del referendum sulla legge Calderoli).
È una vittoria della società, di cittadine e cittadini, che hanno organizzato incontri, discusso, distribuito volantini. Sono le forze sociali e politiche vive che attraversano i territori ad aver innervato la campagna referendaria, ad aver contrastato con una informazione consapevole una cappa mediatica asfissiante di falsità, menzogne, strumentalizzazioni.
Ai magistrati il merito di aver compreso l’importanza di essere nella società, di essere un “potere contropotere”; alla società di aver saputo guardare la magistratura oltre il suo essere un potere e le sue distorsioni in chiave repressiva, classista, razzista e patriarcale.
È stato un voto contro la riforma, contro il Governo Meloni, contro la costruzione di un regime autoritario, direi anche contro la guerra e contro il genocidio che continua in Palestina: è stato un voto contro l’esistente. Un “ora basta”, invertiamo la rotta.
I partiti dell’opposizione si sono attivati tardi, per poi ribaltare subito l’esito referendario sul voto alle prossime elezioni politiche: certo è auspicabile un fronte ampio per battere le destre, ma mobilitazione e partecipazione non sono state per loro (né grazie a loro, né in loro favore).
E certo la soluzione non sono le primarie, la scelta del capo, ma, al contrario, la via non può che essere un ascolto attento ed effettivo del corpo vivo della società, di quanto si muove nel “basso”; e non una recezione finalizzata al voto, ma la capacità di costruire una alternativa credibile e reale.
Per le opposizioni, che sono state governo, una semplice domanda: sapranno essere alternativa allo stato di cose o ne veicoleranno, come in passato, solo una versione più soft? L’auspicio è che sappiano cogliere la tensione al cambiamento che c’è nel “no”, nel “no” della società civile. E non suoni populista: è il tessuto vivo della società, dell’associazionismo, del mondo del lavoro, dei movimenti che si è mosso; in modo trasversale, con le proprie differenze, ma insieme convergente. Come nelle dirompenti piazze per la Palestina. Gli anticorpi sociali.
L’alta partecipazione, non solo al voto, ma come mobilitazione, è un segnale di vitalità della democrazia, ma non ha un riflesso scontato sulla crisi della rappresentanza. E chi sta cercando di leggere il voto in chiave autoreferenziale, di appropriarsene, dovrebbe rifletterci.
Ci sarà tempo per esaminare meglio i dati, per confrontarli con altri esiti, per comprendere la convergenza di motivazioni che hanno spinto in alto la partecipazione e il “no”. In prima istanza, si può dire che è stata una vittoria della Costituzione, non solo perché è stata impedita una revisione “incostituzionale”, ma perché è stata ancora una volta sentita come argine contro il potere e terreno sul quale costruire diritti, conflitto e alternativa. Un referendum ri-costituente, come nel 2006 e nel 2016.
La Costituzione è un progetto di trasformazione della società: solidarietà, redistribuzione delle risorse, diritti sociali, pace, partecipazione effettiva, riconoscimento del conflitto. In una parola, emancipazione, personale e sociale. È l’antitesi del neoliberismo autoritario, del tecno-fascismo, della plutocrazia, della normalizzazione della guerra e del clima bellico.
Abbiamo difeso le istituzioni, la loro possibilità di essere garanzia, limite al potere; il No alla riforma della giustizia segna anche la fine del silente premierato (anche se non necessariamente quella di una legge elettorale che può riprodurne alcuni effetti perversi). Le istituzioni sono lo strumento, il quadro, per attuare il progetto. Ora passiamo a questo.
Impediamo la conversione dell’ennesimo decreto sicurezza e del disegno di legge di contrasto all’antisemitismo (alias al dissenso), e poi rimuoviamo le norme che criminalizzano dissenso, poveri e migranti, che qualificano come necropolitica la gestione delle frontiere, che demoliscono i diritti dei lavoratori. Sostituiamole con politiche che rendano effettiva la partecipazione, che valorizzino pluralismo e conflitto, che costruiscano la democrazia sociale contro un modello economico predatorio ed estrattivista, che perseguano la pace e tutelino i diritti senza “se e ma”, senza ambiguità selettive e coloniali, senza l’inganno di supposte guerre giuste.
È leggere troppo in un “No”? Non credo.
Il referendum è stata l’occasione per discutere di politica e ha mostrato il desiderio di un’altra politica, quella che è praticata nel basso e che dal basso apre crepe nell’orizzonte autoritario, bellico, dominato dalla logica del profitto, che ci avvolge. È una voce contro l’esistente.
E la Costituzione è – ancora (e lo attestano i dati sul voto dei giovani) – spazio di immaginazione e costruzione contro e oltre l’esistente. È un primo passo, continuiamo il cammino.
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