Anche nel summit della riconciliazione con il ‘Boss’, tenutosi in occasione del G7, la leadership continentale ha continuato a ignorare i pericoli della escalation presenti nella insidiosa guerra d’oriente. Nessun argine è stato perciò sollevato dinanzi all’incontenibile Presidente ucraino che, con le risorse e le armi occidentali, intende nientemeno (a proposito di guerra difensiva) “bruciare anche Mosca”. Neppure una voce degli statisti in trasferta ha preteso il controllo del linguaggio. Anzi, dalla bocca della NATO è uscito un Rutte assordante: “Svolta sul campo a favore di Kiev”.
Con ostinazione, i capi di governo presenti a Parigi hanno di fatto rifiutato di promuovere una realistica politica di pace per arrestare un ascesso purulento che può in ogni momento rivelarsi letale. Eppure i segnavia della catastrofe incombente sono da tempo tutti lampeggianti. Il Corriere della Sera ha salutato la conclusione del G7 con un titolo a tutta pagina “Trump con l’Europa contro Putin”. La carneficina deve andare avanti, poco importa che già ora la battaglia è più lunga della ‘grande guerra’ del 1914-18.
Il foglio di Cairo ringrazia il tycoon, che ha accantonato quel lampo di lucidità che ad Anchorage lo portò ad accusare il petulante presidente in mimetica di giocare con la terza guerra mondiale. Piace molto l’abito di comandante MAGA dell’occidente ritrovato, che poggia sui capelli arancione un elmetto di ordinanza con l’impegno di allungare le ostilità. I governi indebitati brindano alla radicalizzazione dell’inimicizia. E per questo fine ultimo, a dispetto delle loro opinioni pubbliche, hanno assunto l’impegno di proseguire a finanziare, armare, incoraggiare l’incendiario Zelensky.
Il Corriere è inebriato dalle recrudescenze delle isterie bellicose. Con le immagini di raffinerie in fumo certifica: “la sensazione è che il vento soffi a favore dell’Ucraina”, che “è riuscita non solo a resistere ma a contrattaccare”. Dinanzi ai gesti dannunziani di Kiev, che recita nel teatro di guerra con l’estetica degli attentati contro singoli generali, i media rispolverano la narrazione di una vittoria ormai vicina. Con altre forniture belliche e con straripanti fiumi di dollari, la squadra acrobatica della Baronessa intende convincere lo zar in tono minore a non deflettere nel rifiuto stizzoso dei negoziati che condurrebbero a una pace ingiusta.
Al cospetto di una inimicizia dal carattere etico-ideologico, che segue cioè la polarizzazione libertà-autocrazia, al macero va mandata la parola negoziato. Nei dintorni di Versailles, i sette nani che si spacciano per Grandi della terra hanno riacceso la fiaccola della guerra per procura che davvero può annichilire l’Occidente. Più che alla teologia e ai superiori principi morali propri dello schema manicheo, la condotta suicida degli europei, rinvia a una categoria specifica del diritto privato, l’accordo trilaterale.
Per integrare l’Ucraina nell’Occidente, e quindi togliere alla Russia ogni titolo di superpotenza mondiale, la Casa Bianca ha imbastito una intricata triangolazione. Il primo contraente (USA) dà sistematicamente i missili, i dollari, l’intelligence. Il secondo (UE) destina al teatro delle operazioni euro a volontà, munizioni sofisticate acquistate dagli esosi statunitensi, che mai rinunciano agli affari. Il terzo (Ucraina) conteggia i cadaveri sul campo, registra i milioni di fuggiaschi e di renitenti alla leva. L’essenza della guerra per procura, che procede nei modi di un accordo trilaterale, implica che colui che preme il grilletto o manovra i droni, combattendo agli ordini di chi tiene le fila e insegue i più vasti obiettivi geopolitici, difetta in origine del minimo potere di orientare il proprio destino.
In Alaska il Comandante in capo annunciò il ravvedimento statunitense rispetto alle trame di Biden e varò uno schema negoziale che accordava alla Russia più territori di quanti ne avesse occupati con i carri armati. Da soggetto delegante del fuoco nemico, Trump aprì all’interruzione del circolo della delegazione e lasciò al delegato europeo la scelta: continuare a pagare in moneta sonante gli Yankee per i Patriot elargiti, che poi gli emissari di Ursula potranno pure trasferire a loro discrezione in Donbass, o invece provare a sbrigarsela da soli nella steppa con la marcia dell’esercito dei “volenterosi”. Quanto al delegatario, che gira il mondo in perpetua canottiera verde, Trump gli intimò di non rivolgersi più alla Casa Bianca per raccattare altre armi: l’ex impero, oberato dai debiti per la bellezza di 37 trilioni di dollari, non è disposto al sacrificio monetario per lo scamiciato.
Con una certa ipocrisia, i governi europei reagirono all’incontro in Alaska fingendo di assumere l’Ucraina come uno Stato autenticamente sovrano cui riconoscere la facoltà di formulare una parola vincolante nel tavolo delle trattative. È però evidente che gli oltre duecento miliardi inviati, gli armamenti sofisticati concessi, hanno reso le terre dei cosacchi sprovviste di una sovranità effettiva. Pare appurata la condizione di assoluta dipendenza di Kiev dai propositi dei benefattori occidentali. Dopo aver boicottato lo spirito di Anchorage, i governi europei sono adesso diventati euforici perché gli USA sono tornati a investire per la dolce morte nella trincea orientale.
Per consolidare la rinascita dell’asse euro-atlantico, impegnato in una impresa di civiltà contro le velleità neoimperiali di Mosca, il cancelliere teutonico convoca i paesi amici. L’intenzione è di alimentare il gettito dei cannoni in un furore agonistico ritenuto indispensabile nell’inseguimento della vittoria finale. I guerrieri di Ursula tramutano in tal modo l’originario progetto europeo di pace in una manovalanza nella gestione dei contraccolpi geopolitici della dissoluzione dell’URSS.
I governi europei, fornendo il sistema di informazione e di intelligence, gli aiuti militari e i sussidi per combattere e spargere il fuoco a Mosca, paiono sempre più impelagati in una situazione di effettiva cobelligeranza. Su un piano strettamente giuridico, il coinvolgimento attivo dei leader dell’Europa è così eclatante da legittimare, ai sensi del diritto di guerra, azioni di ritorsione e rappresaglia. C’è il rischio che nella follia della escalation affiori ben altro rumore che quello della cannonata esplosa nel canale della Manica.
Ora che il ‘Boss’ è di nuovo considerato un amico leale dai politici liberali, anche Meloni si appresta a volare da Merz. È certa che i borbottii della Lega non produrranno conseguenze reali. Del resto anche l’opposizione, divisa e con una componente sempre sensibile alla voce del metapartito americano, la lascerà libera nei movimenti più bellicisti. All’inizio dell’invasione, Veltroni coniò la formula magica con la quale le èlite politico-industriali-mediatiche hanno interpretato gli eventi: “una guerra metafisica per la libertà”. Dopo anni di guerra d’attrito, le classi politiche del vecchio continente appaiono inghiottite in un conflitto temerario contro una potenza nucleare condotto fuori dall’orbita dell’ONU. Corrosi dall’ideologia di guerra, evocano una salvifica belligeranza allargata su scala mondiale e così però con l’amore per la trincea sanciscono il declino economico, diplomatico, culturale, geopolitico dell’Unione.
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