La guerra nell’interregno

Dalla caduta del muro di Berlino, l’Europa occidentale ha coltivato un’immagine di sé come spazio definitivamente sottratto alla guerra, nel quale anche il conflitto sociale avrebbe progressivamente ceduto il posto all’amministrazione dell’esistente. Intrisa di neoliberismo e del culto della fine della storia, questa narrazione ha definitamente esaurito la propria capacità di rappresentare e informare la realtà, schiantata da guerre criminali e disuguaglianze sociali, che stanno convogliando le proteste di milioni di persone.

Le operazioni della NATO in Jugoslavia e in Libia, insieme alla partecipazione di diversi paesi europei alle guerre in Afghanistan e in Iraq, avevano già rivelato la contraddizione insita in quella rappresentazione. La pace era la pax americana del Washington consensus e poteva convivere con la guerra, purché questa fosse svolta altrove e presentata come giusta, perché combattuta in nome dell’ideale liberal-democratico, della lotta al terrore, del dittatore nemico dell’umanità.

L’invasione russa dell’Ucraina, il genocidio dei palestinesi a Gaza perpetrato dall’alleato israeliano sotto gli occhi del mondo, la unprovoked war condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno reso quella contraddizione impossibile da eludere. Il coinvolgimento europeo, anche attraverso infrastrutture e sostegno logistico, appartiene alla storia materiale di queste guerre; il doppio standard che caratterizza la reazione dell’UE nei confronti di Russia, Israele e Stati Uniti svela il vero orientamento della spoliticizzazione del diritto internazionale.

Quella promessa europea di progresso e di pace era falsa. Non perché velleitaria, ma perché non europea, ovvero occidentale, esito della presa americana sull’Europa e sul mondo. Oggi che la grand strategy statunitense chiede ai protetti di proteggere il protettore e di abbattere, uno dopo l’altro, i pilastri giuridici ed economici che fino a non molto tempo fa erano chiamati a costruire, quella falsità appare molto più chiara.

La logica di ciò che ci appare disordine va cercata dentro questa contraddizione e si comprende solo guardando il nostro tempo con il grandangolo della storia. La globalizzazione, cioè l’organizzazione dello spazio-mondo costruita sotto l’egemonia americana, ha determinato condizioni favorevoli alla straordinaria ascesa della Cina. Il gigante asiatico ha da tempo superato gli Stati Uniti per capacità industriale e oggi ne contende il primato anche nei settori tecnologici a più alto valore aggiunto: microchip ultraveloci, intelligenza artificiale, calcolo quantistico, automazione e robotica, esplorazione e colonizzazione dello spazio. Questa sfida mette in discussione la leadership internazionale statunitense e apre quella che Arrighi, nelle sue analisi delle fasi del capitalismo come sistema-mondo, definiva una transizione egemonica. Larga parte della risposta americana consiste nel modificare le condizioni materiali della competizione capitalistica. In questa prospettiva, protezionismo, restrizioni tecnologiche e riorganizzazione delle catene del valore acquistano un significato politico comune e diventano strumento di un progetto più ampio: disarticolare, spezzare la globalizzazione. La forza militare diventa lo strumento per condizionare territori, accaparrare risorse, distruggere rotte commerciali, piegare le resistenze al nuovo corso. La guerra va vista allora come esito razionale di una volontà insieme politica e capitalista; un dispositivo, di cui sono stati soppesati e accettati costi e benefici.

Non siamo nel caos indeterminato, quello che viviamo è un interregno gramsciano, ovvero la situazione che si verifica quando un ordine perde capacità di direzione, mentre le forze capaci di costruirne un altro non riescono ancora a tradurre le proprie possibilità in un progetto egemonico. Il ricorso allo strumento bellico, in questo senso, diventa una risposta alla perdita di consenso e di presa sul mondo.

Tuttavia, il momento del declino del primato americano non ha un esito già scritto e non contiene, in sé, una promessa di emancipazione.

Il ritorno del conflitto

Nel 2025, gli scioperi e le proteste contro il massacro di Gaza hanno portato milioni di persone a mobilitarsi in Europa e nel resto del mondo, offrendo un primo terreno d’incontro a tensioni che da tempo attraversavano le società occidentali.

Nelle università, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, la solidarietà con il popolo palestinese ha preso la forma di una contestazione delle scelte dei propri governi. Nella dignità con cui quel popolo ha resistito alla distruzione, molti hanno riconosciuto una domanda di giustizia che li riguardava. Il rifiuto di quell’orrore si è tradotto in richieste precise. Le mobilitazioni hanno chiamato i governi occidentali a rispondere dei loro silenzi, delle loro complicità e del sostegno che alcuni di essi hanno apertamente accordato all’azione genocidaria del Governo israeliano. Hanno chiesto alle istituzioni nazionali ed europee di interrompere la cooperazione militare, i rapporti economici e gli accordi di partenariato con Israele.

Gli scioperi e le proteste hanno contribuito a restringere il margine entro cui gli Stati Uniti e i loro alleati potevano continuare a sostenere l’offensiva israeliana. Hanno portato nelle piazze e nei luoghi di lavoro la questione palestinese e hanno reso più difficile difendere pubblicamente la prosecuzione della guerra a quella intensità. Anche questa pressione ha pesato nel passaggio che, nell’ottobre 2025, ha portato all’accordo sul cessato il fuoco a Gaza e al Board of Peace, previsto dal piano statunitense e accolto in novembre dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. In verità, le operazioni militari, gli attacchi e le uccisioni, pure se a intensità ridotta, sono proseguiti anche dopo il cessate il fuoco, il genocidio prosegue sotto altre forme, il Board of Peace è un ulteriore strumento di oppressione. In seguito a questi eventi, peraltro, il movimento si è affievolito e l’attenzione mediatica su Gaza è calata. Eppure, il dato rimane: quelle mobilitazioni hanno avuto effetti politici.

Nel 2026, Stati Uniti e Israele hanno mosso guerra all’Iran. L’offensiva, iniziata il 28 febbraio, e la successiva chiusura dello stretto di Hormuz hanno compromesso le forniture di petrolio e gas che ha determinato il rincaro dei carburanti.

L’aumento dei prezzi degli idrocarburi, insieme alla riorganizzazione delle catene del valore e alle misure protezionistiche hanno aggravato la stagnazione economica e alimentato l’inflazione. Nel frattempo, la Commissione europea e i governi nazionali hanno avviato una serie di misure straordinarie per rendere possibile l’aumento della spesa per armamenti in bilanci pubblici che non riescono più a sostenere welfare, sanità e scuola.

Il costo di questa crisi e delle risposte che le sono state date si legge nella perdita di potere d’acquisto dei salari, nel deterioramento dei servizi pubblici, nella diffusione del lavoro povero e precario. Nelle periferie delle grandi città come nei territori più isolati della provincia, lo stato arretra e intere comunità sono abbandonate al disagio sociale. Periferie materiali ed esistenziali in cui, per la classe lavoratrice e una parte crescente delle giovani generazioni del ceto medio, la difficoltà del presente e l’impossibilità di costruirsi un futuro si accompagnano all’impossibilità di incidere nelle decisioni che lo determinano.

Mentre la propaganda del riarmo chiede alle popolazioni di riconoscersi nelle ragioni della guerra e di subordinare a quelle priorità occupazione, salari e diritti, i governi liberali e delle destre restringono lo spazio del dissenso.

Tuttavia, proprio mentre quello spazio si restringe, nell’occidente che aveva celebrato la fine della lotta di classe torna il conflitto sociale.

Autunno caldo

È in questo contesto che si è aperto l’autunno europeo che sta infiammando le piazze, i luoghi di lavoro, le scuole, e le università in Spagna, Francia e Italia dove lavoratori, studenti e ceti subalterni si stringono in lotta unendosi attorno a piattaforme condivise di rivendicazione sociale.

Non sfugge che rispetto alle mobilitazioni dello scorso anno, la protesta che sta prendendo forma in questi mesi è di natura diversa. Da una parte, per il peso politico che hanno assunto i temi sociali, che – pur collegati con le questioni della guerra e del riarmo – ora sono al centro delle rivendicazioni dei manifestanti; dall’altra, per l’incontro che si va saldando tra i diversi gruppi sociali che animano le proteste.

Gli studenti contestano un sistema educativo che asseconda il regresso sociale, sempre più escludente e classista, che impartisce una formazione in strutture fatiscenti e per lo più scadente, e che è posto al servizio delle imprese e del mercato, votando gli studenti alla riproduzione dell’esistente anziché allo sviluppo dello spirito critico; si oppongono alla turistificazione delle città e alla gentrificazione dei centri urbani, che impone al 95% dei fuori sede affitti insostenibili per alloggi a oltre due ore dalle sedi universitarie, e ai tagli ai fondi per l’istruzione pubblica. Lavoratori e famiglie d’altro canto rifiutano di farsi ingranaggio dell’economia di guerra e di continuare a sostenere il peso e i costi di scelte che salvaguardano interessi che non li riguardano, che perseguono obiettivi che non condividono e sulle quali non sono stati chiamati ad esprimersi. Chi paga sempre di più per la benzina e il gasolio contesta la scelta di destinare risorse crescenti agli armamenti. Chi vede il proprio salario o la propria pensione perdere potere d’acquisto mette quella perdita in relazione con ciò che il fisco lascia intatto, dagli extraprofitti ai guadagni della speculazione, mentre il prezzo delle case e degli affitti continua a salire.

A differenza di quanto è accaduto in altri momenti, lavoratori e lavoratrici riescono a intravedere tra gli studenti che manifestano il volto dei propri figli; gli studenti, a loro volta, riconoscono nelle ragioni dei lavoratori che scioperano il motivo delle difficoltà e della disperazione dei loro genitori. Nelle strade e nelle piazze, nel progressivo disvelamento di contraddizioni e cause comuni che determinano la loro condizione, le rivendicazioni degli studenti si saldano a quelle dei lavoratori.

Lo sciopero internazionale dei portuali: quattro questioni

La convergenza fra studenti e lavoratori ha trovato una prova concreta il 30 ottobre 2026, nella giornata internazionale di mobilitazione dei portuali che in Italia si è intrecciata con lo sciopero generale. A promuoverla è stata Ports in Action, la rete che riunisce la CGT Ports and Docks francese, ENEDEP in Grecia, LAB nei Paesi Baschi, Liman-İş in Turchia, ODT in Marocco, USB e ORSA Porti in Italia e la Water Transport Workers Federation of India. L’iniziativa, preparata a partire dall’incontro sindacale di Istanbul del maggio 2026, ha dato una piattaforma comune a scioperi e manifestazioni che hanno assunto forme diverse da uno scalo all’altro.

Nella Dichiarazione di Istanbul, il rifiuto di movimentare armamenti e di mettere i porti al servizio della guerra sta accanto alle richieste di aumenti salariali, occupazione stabile e riduzione dell’orario, e all’opposizione ai progetti di automazione che minacciano posti di lavoro e diritti. È una piattaforma che muove dalla condizione concreta dei portuali, ma che pone comunque almeno quattro temi di ordine generale, che oltrepassano i varchi dei porti e che parlano a tutto il mondo del lavoro.

Il primo tema concerne la possibilità di decidere gli scopi per i quali si lavora: fra la decisione di fare la guerra e la possibilità di condurla c’è sempre una certa quantità di lavoro che il vocabolario della cronaca lascia in ombra. Le armi devono essere fabbricate, i mezzi riforniti, le munizioni immagazzinate e trasportate. Ogni passaggio richiede infrastrutture, competenze e persone che assicurino la continuità delle operazioni. Quando quelle persone si organizzano e decidono di fermarsi, il conflitto entra nella catena di produzione materiale della guerra. La posizione dei portuali rende visibile la portata di questa possibilità.

La seconda questione riguarda la capacità dei lavoratori di coordinarsi sul livello internazionale: secondo l’UNCTAD, oltre l’80% del volume del commercio internazionale di merci viaggia per mare. La concentrazione dei traffici negli scali fa sì che la chiusura di un porto possa determinare ritardi e l’aumento dei costi logistici, ma se un armatore trova un altro approdo un blocco isolato può perdere immediatamente forza. Per impedire che un carico semplicemente cambi rotta, occorrono conoscenza dei traffici, legami fra scali e capacità di sostenere nel tempo la decisione presa insieme con spirito solidale. Coordinare un’attività di boicottaggio fra paesi diversi significa costruire una capacità d’azione all’altezza di una logistica che da tempo opera oltre i confini nazionali.

La terza questione attiene agli effetti concreti delle mobilitazioni: la lotta organizzata dei lavoratori può incidere su decisioni di norma riservate agli Stati. I portuali, in questo senso, possono intervenire proprio nel punto in cui una decisione di politica estera si invera. A Genova, per esempio, il CALP e l’USB hanno portato questa iniziativa dentro una mobilitazione cittadina. Il corteo dei portuali ha incontrato quello degli altri lavoratori e degli studenti. Insieme, oltre diecimila persone hanno attraversato le aree del porto fino a raggiungere il centro. La giornata ha dato una forma concreta a un incontro che si è preparato nelle giornate precedenti. Il conflitto aperto in un luogo di lavoro ha potuto in questo modo raccogliere la solidarietà della città, mentre chi protestava contro il riarmo e il carovita ha incontrato una lotta capace di intervenire nel punto in cui quelle scelte diventano operazioni quotidiane.

La quarta questione di rilievo che la piattaforma solleva è quella del governo della tecnologia e dell’automazione. Nei porti, una tecnologia che solleva i lavoratori da una mansione faticosa può migliorare la sicurezza e ridurre l’orario. Il medesimo investimento può servire a ridurre gli organici, accelerare i ritmi e affidare a un programma decisioni prima lasciate all’esperienza di chi lavora. A determinare quale di queste possibilità prevalga sono i fini dell’investimento e il potere di chi può fissarne le condizioni.

È una contraddizione che Marx aveva colto nel Frammento sulle macchine dei Grundrisse. Nella grande industria, la capacità di produrre ricchezza dipende sempre più dalla scienza, dalla tecnica e dalla cooperazione sociale. Diventa così possibile ridurre il tempo di lavoro necessario a produrre ciò di cui la società ha bisogno. Ma il capitale introduce le macchine per valorizzare l’investimento, e può appropriarsi del tempo risparmiato sotto forma di maggiore lavoro erogato da chi resta occupato o di minore occupazione. Perché quel risparmio diventi tempo libero per tutti, occorre che chi lavora possa rivendicarne la destinazione.

Negli stessi manoscritti, Marx mostra come il sapere incorporato nella macchina possa presentarsi a chi lavora come una forza estranea. La macchina condensa scoperte scientifiche, abilità acquisite nel lavoro e conoscenze accumulate da generazioni. Quando chi la possiede dispone anche del potere esclusivo di stabilire come usarla, quel patrimonio collettivo può essere rivolto contro gli stessi lavoratori che hanno contribuito a formarlo. Il loro sapere, tradotto in un impianto o in un programma, può tornare a imporsi su di loro nella forma di una cadenza, di una procedura o di un ordine.

L’appoggio di figure di primo piano dell’industria tecnologica ai candidati repubblicani e la presenza di alcuni di essi all’interno dell’amministrazione Trump rende plastica la posta in gioco di questo tempo. L’arretramento dello Stato davanti all’oligarchia tecno-capitalista, prelude a un mondo in cui il controllo privato dei mezzi tecnologici produce un’organizzazione sociale basata sul privilegio anziché sull’uguaglianza giuridica, dove chi possiede reti, piattaforme e infrastrutture materiali come server, data center e brevetti, controlla gli accessi, i dati e le condizioni alle quali altri possono servirsene. Un sistema capitalistico tecno feudale dove chi detiene immense quantità di ricchezza accumulata e capacità di manovrare potenti mezzi tecnologici, come satelliti, robot, intelligenza artificiale e calcolo quantistico esercita un potere che non può rimanere entro i confini dell’impresa, ma che necessariamente investe le condizioni da cui dipende la vita collettiva di interi popoli; dove funzioni un tempo prerogative assolute degli Stati vengono progressivamente erose da algoritmi e da capacità computazionali.

La lotta per il governo dell’automazione certamente comincia dal diritto di conoscere e discutere i piani d’investimento, di decidere quali tecnologie introdurre e a quali condizioni, di contrattarne gli effetti su occupazione, sicurezza e orario, fino a rivendicare la riduzione del tempo di lavoro a parità di salario. Ma la questione della proprietà comune della tecnologia è una pietra d’angolo per ogni movimento che si ponga l’obiettivo di liberazione dell’essere umano dallo sfruttamento e dalla sopraffazione.

Un conflitto politico

Quando si rivendica il potere di sottrarre la propria attività a uno scopo deciso da altri o la facoltà di intervenire nelle scelte che quell’attività trasforma e innova, il conflitto che si determina riguarda la direzione dei processi economici, materia che attiene per via diretta alla gestione del potere, e dunque alla sfera della politica.

Il rischio da scongiurare è quello della jacquerie, termine con il quale qualche commentatore ha già definito le proteste francesi, che richiama l’immagine di una rivolta cieca, meramente rivendicativa, che non si pone il problema della conquista del potere. Non che ci manchi di provare simpatia per i contadini francesi che presero le armi contro la nobiltà nel pieno della guerra dei Cent’anni, ma se proprio dobbiamo guardare alle rivolte del XIV secolo, allora la sfida che deve riproporsi è quella dei Ciompi, i salariati cardatori della lana che nel 1378, a Firenze, insieme ad altri lavoratori del popolo minuto, conquistarono per alcune settimane il diritto di organizzarsi e di partecipare al governo della città.

La solidarietà, la rabbia e la disperazione possono portare soggetti sociali diversi a condividere una piattaforma di rivendicazioni e a manifestare nella stessa piazza, ma – perché la mobilitazione permanga e acquisti efficacia – servono organizzazioni capaci di elaborazione teorica e azione pratica, che si pongano l’obiettivo di prendere parte alle decisioni generali.

Decidere che cosa produrre, come e per chi significa poter intervenire sulla destinazione delle risorse prima che siano impegnate; significa poter scegliere se mettere capacità industriali e sapere tecnico al servizio del riarmo o dei bisogni collettivi, oppure stabilire a chi spetti il tempo che l’innovazione tecnologica rende disponibile.

Si tratta allora di costruire una soggettività di tipo politico, cioè di conquistare un punto di vista organizzato con capacità autonoma di giudizio e di intervento. Il tema che qui si pone è quello di dare al conflitto un’organizzazione e una direzione che lo rendano capace di assumere un ruolo nella fase storica che esso attraversa.

D’altronde, come è noto a chiunque non sia ebbro di ideologia neoliberale, la ricchezza di una società non dipende dalle imprese, ma è determinata dall’intreccio di saperi e competenze che si formano nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro, che vivono nelle relazioni umane e che sono sorrette da strutture sociali che ne rendono possibile lo scambio e la trasmissione. Studenti e lavoratori possono rivendicarne il governo a buon diritto.

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