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Se le cifre sono come lampioni

Un saggio di Mario Tronti uscito sul numero 1/2006 di Democrazia e Diritto
Pubblicato il 5 Gennaio 2006
Materiali, Officine Tronti, Scritti

Mai un risultato delle elezioni è stato, in modo così sicuro, figlio legittimo di una campagna elettorale. Mai una campagna elettorale ha inciso, in modo così preciso, sul risultato del voto. Tranne forse – come è stato già osservato – quella del 1948. Quello che era allora scontro ideologico è diventato oggi scontro mediatico. L’uomo della comunicazione ha imposto il gioco. E tutti i concorrenti, volenti o nolenti, si sono fatti attori. È sceso in campo il popolo dei telespettatori, popolo politicamente muto, non rilevabile nei sondaggi, non controllabile dagli exit-poll. La novità non è la mela spaccata in due, ma la mela intera, che si lascia spaccare così. Con l’ottimismo della volontà, si può vedere una attiva partecipazione democratica. Col pessimismo dell’intelligenza, si vede una passiva mobilitazione di massa.

Questo commento esce a opportuna distanza dal voto. Quindi non si ferma sugli aspetti contingenti. Cerca di scrutare almeno alcuni problemi di fondo, che da lì scaturiscono per il dopo. Il primo problema è la società italiana: questa sconosciuta. Sconosciuta a quelli stessi che adesso dovrebbero governarla. Dietro, c’è questa sorta di analfabetismo analitico di ritorno che caratterizza un po’ tutte le componenti del cosiddetto centrosinistra. Prima che una fabbrica del programma, andava messa in piedi una fabbrica della conoscenza: a chi ci rivolgiamo, chi dobbiamo rappresentare, come sono distribuiti sul territorio nazionale i soggetti sociali della nostra proposta politica. Di qui, chi siamo e cosa vogliamo. Questo una volta erano i partiti. Le coalizioni invece mettono in primo piano: come ci presentiamo. Di nuovo, il primato dell’apparire sull’essere. Di nuovo la dittatura della comunicazione.


L’analisi del sociale era una caratteristica qualificante soprattutto della sinistra, che attraverso le sue forme organizzate conquistava il possesso politico del territorio, e di qui costruiva giorno per giorno consenso ed egemonia. Adesso lo staff delle segreterie è composto di portavoce, pubblicitari, giornalisti, non economisti, al più commercialisti della finanza, non sociologi, al meglio sondaggisti, non seri uomini di studio, piuttosto spregiudicati uomini di mondo. La fine delle narrazioni ideologiche ha trascinato dietro di sé la fine della figura politica dell’intellettuale. Una parte, non tutta, di quella cosa che va sotto il titolo di crisi della politica, è causata da una crisi di cultura politica. Questo processo ha devastato il campo delle élite, che non si sa più come e dove vengono pro-dotte, preparate, selezionate. C’è stato un crollo di classi dirigenti, a livello mondo. Poi, localmente, ogni residuo stato-nazione, dal più forte al più fragile, ci mette abbondantemente del suo.

Si è avverata la profezia di Schumpeter: i sistemi democratici sono niente altro che l’arena di un mercato politico. Vince chi convince che sta vendendo il prodotto migliore. Migliore vuol dire il più utile. Il più utile a sé, oppure il più utile al paese. Ci si divide, su questo, cinquanta a cinquanta. Non è vero che in Italia non ci sono valori condivisi e in altri paesi, sì. Dappertutto il valore comune è l’utilità. Certo, meglio l’utilità sociale che l’utilità individuale. Per questo, continuiamo a votare, noialtri, a sinistra, qualunque cosa passi il convento, e lor signori a destra,

specialmente se c’è un signore che sa parlare al popolo degli individui. Ma l’utilitarismo politico è oggi il vero legame sociale. La vittoria sul campo del modo di vita capitalistico è questo. L’utilita-rismo ha una sua tradizione filosofica, non eccelsa, ma, comunque, dignitosa. È un calco empirico sulla struttura psicologica dell’homo oeconomicus, questo che è, per chi non lo sapesse, il vero individuo sociale moderno, per cui non c’è bisogno di inventarne un altro, di individuo sociale, come vorrebbe la chiacchiera post-moderna. Nell’antropologia dell’homo oeconomicus l’individuo è sociale malgré lui, come spiegano le leggi del mercato capitalistico. Ecco perché il problema non è la divisione al cinquanta e cinquanta, ma l’unione al cento per cento, almeno dei votanti. Per acclamazione si vota infatti il principio che il governo deve curare gli interessi.Siccome l’Italia è il paese forse più pubblico del mondo, abbiamo espresso questo in forma classi-ca: prima eleggendo capo del governo un imprenditore d’assalto, poi indicendo un referendum su di lui. E da dodici anni stiamo facendo politica pro o contro un conflitto appunto di interessi. Quando si è contrapposto al proprietario il manager, secondo la mitica separazione del capitale contemporaneo, il cerchio si è chiuso. La campagna elettorale ultima ha espresso una carica simbolica davvero inquietante. Si è parlato solo di soldi: tasse, Ici, imposte di successione, Bot, Cct, e quant’altro. La politica istituzionale, la politica inter-nazionale, le stesse politiche sociali: assenti. Europa, una parola quasi mai pronunciata: eppure non dovrebbe essere questo il destino del cittadino nazionale? E la rideclinazione della parola patria nel mondo di oggi, che pure aveva avuto un’enfasi, a volte perfino eccessiva, nel passato settennato? Gli stessi diritti civili nuovi sono stati del tutto emarginati: di fatto, tranne che ai pochi interessati, si è visto che non gliene importa niente a nessuno, come del resto aveva già dimostrato una recente vicenda referendaria. La verità è che le urne hanno decretato un solo vincitore: l’antipolitica. È incomprensibile che la sinistra cosiddetta di governo non si ponga questo problema strategico, cui è legata la sua stessa sopravvivenza, come forza politica, erede di quel movimento operaio, che aveva saputo dare alla vita quotidiana del lavoratore l’orizzonte di una missione storica.


Io non so, sono incerto, se si possa dire conclusa l’epoca delle lotte di classe. So che bisogna disporsi, con curiosità intellettuale, a ragionare anche di questo. Ma certo, l’attuale crisi di élite, pubbliche e private, e quindi di classi dirigenti, deve essere sintomo, specchio, di qualcosa di più profondo, che non sia una generica crisi della politica, con conseguente degrado delle istituzioni rappresentative, soprattutto parlamento e partiti. Il guasto sta a monte. Il dissolversi del legame di classe, nella cosciente forma organizzata che aveva assunto nel novecento, ha aperto la via a processi selvaggi di privatizzazione, che nessuno più ha controllato. Neppure la logica del capitale, che pure era all’origine di questi processi, ha saputo razionalizzarli e quindi gestirli. Produzione, circolazione, distribuzione, consumo della ricchezza, hanno preferito orizzontalmente mondializzarsi, piuttosto che verticalmente socializzarsi.


Il passaggio dallo stato sociale nazionale all’economia politica mondo è stato decisivo. E quando si è incontrato con il fallimento della costruzione di socialismo, l’intero campo anticapitalista si è sfaldato. La colpa delle sinistre post-comuniste e post-socialdemocratiche, unite nella sconfitta, è stata quella di aver colto i soli aspetti apparentemente innovativi del passaggio, lasciandosi sfuggire i sostanziali aspetti restaurativi. In realtà andavano denunciate le pesanti conseguenze negative che ricadevano sulla condizione sociale della maggioranza delle popolazioni: le nuove forme di espropriazione nella precarietà del lavoro, le nuove forme di alienazione nell’uso del tempo libero, la fatica mentale dei nuovi saperi tecnologici, l’insicurezza crescente nelle prospettive di esistenza, i guasti pressoché inevitabili nella qualità della vita, la volgarità dei mezzi di comunicazione di massa, la battuta d’arresto per tutti i movimenti di emancipazione e di liberazione, il blocco dell’ultima rivoluzio-ne del novecento, quella femminile, entrata in campo a dissacrare l’ordine simbolico dominante. Insomma, è mancata, e manca, una critica di civiltà e la proposta di una riabilitazione politica dell’essere umano di contro alle brute leggi oggettive della storia, tutta nelle mani dei padroni del mondo.


Forse bisognerebbe tornare al giovane Marx, a una sorta di umanismo comunista per il dopo-novecento, in grado di reimpiantare una critica della società civile-borghese e della degradata pianta-uomo da essa alla fine prodotta. Avremo pur sbagliato, per eccesso di ambizione ideologica e per difetto di realismo storico, a evocare la figura dell’uomo nuovo. Ma il bisogno era quello. E in fondo c’è, in questo bisogno, qualcosa di eterno. L’avevano già detto i cristiani, e dopo venti secoli non si sono ancora rassegnati. Noi, qualche de-cennio, e abbiamo chiuso bottega. Loro si sono accorti subito che per durare ci voleva una Chiesa. Di qua, per scomparire, le abbiamo inventate tutte, sen-za convincere nessuno.


Tornare dunque a quella giovane-marxiana essenziale distinzione/contrapposizione di bourgeois e citoyen? Tutto l’evolversi e l’involversi delle democrazie contemporanee sembra consigliarlo. Non c’è un caso italiano se non nel senso che qui si vede meglio quello che c’è ovunque, in occidente. Il borghese ha vinto sul cittadino, la società civile sullo stato, il privato sul pubblico, l’economico sul politico. Il momento elettorale è diventato la massima espressione simbolica di un’anomalia del sistema democratico. Nel segreto della cabina, è il bourgeois che vota, non è il citoyen . Si è chiamati a scegliere non l’interesse pubblico, ma l’interesse privato. Scelgo chi mi fa pagare meno tasse, chi mi toglie l’Ici dalla casa, chi mi fa pagare meno imposte sulle mie rendite finanziarie. E chi se ne importa se questo in-cide sul bilancio pubblico in modo tale da togliere, a chi non ne ha, assistenza, sicurezza, avvenire decente. Questa cosa qui è certa: la decisione politica è diventata antipolitica.

Si dirà: è la società capitalistica, bellezza! Non c’è dubbio. Ma il discorso da fare oggi è che la situazione si è di recente molto aggravata. Questa verti-calizzazione e personalizzazione della scelta e della decisione, che va dal basso in alto e dall’alto in basso, queste due ideologie complementari del direttismo e della governabilità – il cittadino sceglie direttamente e il capo decide sovranamente – è un meccanismo perverso, tutto da seconda repubblica. Il maledetto Stato dei partiti prevedeva che il singolo voto privato venisse tra-dotto in politica, mediato da un’appartenenza politica, e così rappresentato in parlamento. Non a caso poi il governo era in parlamento, e non altrove. Impressionante è questa unanime conversione, a seconda della convenienza, a marchingegni elettorali truffaldini, dove, comunque la si metta, al paese reale della sovranità popolare non corrisponde il paese legale della rappresentanza parlamentare. La difficoltà di governo sta qui: in questa ritornata contraddizione di legittimità e legalità. L’impressione dunque è che si continuino ad aggirare – non si sa se per pigrizia, per insipienza, per laissez faire politico-istituzionale – i problemi veri di una democrazia moderna.


Qui si è voluta richiamare l’attenzione, approfittando della stagione calda post-elettorale, su un cahier de doléances diffusamente sentito, anche se non apertamente espresso. Ma l’occhio è già alla prossima scadenza referendaria, che vedrà un vero e proprio terreno di «lotta sulla costituzione». Speriamo che, prima e dopo questo passaggio, si apra un grande discorso pubblico, una controversia intellettuale e morale, sul destino della Repubblica e delle sue Leggi, quelle scritte e quelle non scritte.

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