Ci eravamo lasciati alla COP di Belém lo scorso ottobre, con il tentativo fallito di costruire una roadmap globale per guidare la transizione energetica. I petrostati erano riusciti ad affossare quello che sembrava essere l’accordo degli accordi, anche se dietro alle rassicuranti parole “equa”, “giusta” e “ordinata” già si nascondeva una debolezza strutturale, dovuta alla mancata obbligatorietà per gli Stati di rispettare la tabella di marcia per l’abbandono dei combustibili fossili.
Un amaro in bocca che Colombia e Paesi Bassi hanno tentato di tamponare convocando il primo vertice globale sulla transizione dai combustibili fossili, tenutosi a Santa Marta dal 24 al 29 aprile. Come accaduto per la COP30, organizzata nel cuore dell’Amazzonia, simbolo stesso della lotta ai cambiamenti climatici, anche in questa occasione il simbolismo ha assunto un ruolo centrale. La scelta di mantenere il dibattito sulla transizione dai combustibili fossili nel Sud globale, a un passo dal Parco Nazionale Naturale Tayrona, emblema della ricchezza e della fragilità ecosistemica della Colombia, è una vera e propria metafora geografica di un Paese ancora legato all’economia fossile, ma al tempo stesso, fortemente esposto al rischio ambientale. Proprio qui 57 paesi, tra cui l’Italia, e più di 1500 voci tra esperti del mondo accademico, rappresentanti di governi subnazionali, ONGs, popolazioni indigene, afrodiscendenti, contadini, donne, bambini e minoranze, hanno avviato una nuova fase del multilateralismo nell’ambito di un’iniziativa che aspira al superamento della lentezza dei negoziati sul clima delle Nazioni Unite. Con queste premesse non ha stupito la grande assenza di Cina, Stati Uniti e Russia.
L’obiettivo non è stato quello di definire nuovi traguardi energetici e climatici, ma di accelerare gli impegni di decarbonizzazione già individuati in sede di COP28, focalizzandosi su: 1) riduzione della dipendenza economica dai combustibili fossili; 2) trasformazione dell’offerta e della domanda e 3) promozione di una cooperazione internazionale che assicuri sostegno finanziario e trasferimento tecnologico dai Paesi del Nord globale alle comunità indebitate e, per questo, impossibilitate a investire in una transizione equa verso economie sostenibili.
La discussione si è liberata, almeno in parte, dalle rigidità dei negoziati precedenti e i partecipanti sono riusciti a evitare il ripetersi dello schema che a ogni Conferenza si ostina a vedere in tecnologie fintamente salvifiche, come i sistemi di compensazione delle emissioni o la cattura e stoccaggio del carbonio, la soluzione ad una crisi climatica indissolubilmente legata alla proliferazione fossile e che in troppi vogliono fermare solo a parole.
A Santa Marta si è provato a riaprire lo spazio politico per una transizione reale, riconoscendo che l’unica strada percorribile risiede nell’eliminazione dell’estrazione e uso dei combustibili fossili e nello stop al fracking, ossia la fratturazione idraulica del sottosuolo, tecnologia inquinante che consente di estrarre petrolio e gas naturale da giacimenti “difficili”, fatto di fossili intrappolati nelle rocce altrimenti non estraibili. In altre parole, l’attenzione si è spostata sull’offerta di risorse energetiche fortemente inquinanti, anziché sulla domanda.
Per troppo tempo, e ancora oggi, infatti, la responsabilità della riduzione delle emissioni è scaricata sull’ultimo anello della catena, ossia i consumatori, lasciando libere le compagnie petrolifere di continuare il loro business e di aumentare produzione e profitti, mettendosi di traverso nei processi decisionali necessari alla transizione energetica. Con queste premesse, si è finalmente riconosciuta la responsabilità dei produttori di energia inquinante nelle emissioni globali causate nell’intera catena di estrazione, lavorazione e trasporto dei combustibili fossili.
Ma anche a Santa Marta non è tutto oro quello che luccica. I petrostati hanno invitato a non strafare. La necessità di avviare la transizione non può prevedere, nella loro posizione, l’eliminazione dei fossili, ma una “graduale riduzione” che più si adatti alle specifiche esigenze nazionali. Una richiesta di flessibilità che stona con gli obiettivi climatici e i molti punti di non ritorno già oggi superati e che mal risuona alla società civile più sensibile.
Le popolazioni indigene, in particolare, hanno espresso una posizione più radicale, chiedendo un rapido abbandono delle fonti fossili e denunciando il rischio di una nuova forma di colonialismo, dovuta a una transizione che semplicemente sposti l’attenzione dall’estrazione fossile all’estrazione mineraria, seppure mascherata da transizione giusta.
In questo contesto, il dato forse più rivelatore emerso dalla conferenza di Santa Marta chiarisce la tensione tra consenso internazionale sulla necessità della transizione energetica e la sua concreta attuazione: a fronte di un’ampia partecipazione, la produzione di combustibili fossili resta concentrata in pochi Paesi. Appena sei Stati tra i 57 partecipanti (Canada, Australia, Brasile, Messico, Norvegia e Nigeria) rappresentano da soli oltre l’80% della produzione fossile. Pur dichiarando la volontà di transitare verso un’economia basata sulle rinnovabili, questi Stati continuano a dipendere dai combustibili fossili, che restano centrali nelle loro esportazioni e, di conseguenza, nelle politiche economiche interne. In Canada, ad esempio, Shell ha recentemente scommesso 13,5 miliardi di dollari nel futuro del petrolio e del gas nel Paese. L’Australia, pur essendo tra i leader mondiali nella produzione solare pro capite, rimane fortemente ancorata all’export di fonti fossili, con previsioni di crescita fino a livelli record entro il 2027.
Proprio nel tentativo di superare questa dipendenza, il report finale della Convenzione individua tra i suoi obiettivi principali quello di aiutare i Paesi a sviluppare piani nazionali di transizione energetica tra loro più coerenti e allineati agli impegni climatici già assunti. Per farlo, ciascun Paese potrà fare affidamento sul supporto degli esperti del Panel Scientifico per la Transizione Energetica Globale (SPGET), ovvero una guida basata sull’evidenza scientifica, indispensabile per superare la dipendenza dai combustibili fossili e, contemporaneamente, per restituire credibilità alla scienza del clima, ingiustamente minata da una classe politica sconsiderata.
Al tempo stesso, un’altra fetta di Paesi si trova nell’impossibilità di investire nella transizione a causa dell’elevato livello di debito che assorbe una quota significativa delle risorse pubbliche che potrebbero essere destinate nella produzione di energia rinnovabile, infrastrutture e programmi di adattamento. A ciò si aggiungono le difficoltà di accesso alla finanza climatica, spesso caratterizzata da tempi lunghi e da una distribuzione diseguale delle risorse. Ne deriva un circolo vizioso in cui alle realtà più vulnerabili e maggiormente esposte agli impatti di una crisi climatica che non hanno contribuito ad alimentare, viene impedito di svilupparsi in maniera sostenibile. Inoltre, dal report finale della Conferenza emerge chiaramente che la transizione energetica implica necessariamente una profonda trasformazione dell’economia e del lavoro, che non può prescindere da una transizione anche sociale. L’uscita dai combustibili fossili comporta, infatti, la riconversione di interi settori industriali tradizionali e processi di riqualificazione sia territoriale che professionale. In assenza di adeguate misure di protezione sociale e occupazionale, capaci di accompagnare i lavoratori verso i nuovi “lavori verdi” nel rispetto dei diritti e dei principi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la transizione rischia di ridursi alla sola dimensione economica e tecnologica. Così facendo, perderebbe i benefici e le opportunità che una transizione giusta può offrire alle comunità locali, alle stesse imprese e ai lavoratori.
In conclusione, l’analisi delle sfide emerse alla Conferenza di Santa Marta evidenzia tanto i limiti quanto il potenziale del processo di transizione. Come nelle COP, ancora una volta il percorso resta bloccato dall’assenza di roadmap vincolanti, lasciando l’attuazione alla sola volontà politica degli Stati e rischiando di ridursi a una somma di dichiarazioni d’intenti, proprio mentre gli effetti della crisi climatica si fanno sempre più rapidi e tangibili. Al tempo stesso, la Conferenza segna uno slancio politico, poiché non intende sostituirsi ai negoziati dell’UNFCCC, che resta il principale riferimento della governance climatica globale, ma vuole influenzarne i processi decisionali attraverso l’individuazione di soluzioni concrete.
È in questa logica di complementarità e continuità che una seconda conferenza è stata annunciata per il 2027 a Tuvalu, Stato insulare di appena 26 km², situato nel Pacifico tra l’Australia e le Hawaii. Altro luogo simbolo della crisi climatica che la NASA ha previsto sprofonderà per gran parte sott’acqua entro il 2050.
Un nuovo spazio di dialogo si è aperto e, mentre a Santa Marta ci si inizia a finalmente domandare se il capitalismo possa davvero adattarsi a un sistema energetico non fossile, resta una certezza: nello scatenarsi drammatico delle attuali guerre energetiche, abbandonare i combustibili fossili non è solo una scelta climatica, ma anche l’unica opzione possibile.
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