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Articolo pubblicato su “Officina Primo Maggio” il 23.09.2026: https://www.officinaprimomaggio.eu/appunti-sulla-germania-di-oggi/

In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland) nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider, laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di origine del Sri Lanka… Chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?”

Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce lo stesso a fare un governo, perché l’unico partito disposto ad allearsi con loro, quello di Sahra Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU. Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene, grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte Ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD (e in parte anche i Grünen) si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume.

Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70 anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR, nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia.

Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e lavora a Dresda. E continua: “La CDU ha amministrato il Land con persone incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei colleghi della Sassonia-Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati, più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in Sassonia-Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! – persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma persistono.

Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del Governo Merz verso una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche questo che ci ricorda in parte le riforme del Governo Monti. Tutti questi fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione.

In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione).

Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta. Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù iperprecarizzata.

Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico, come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc. L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali, fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto, così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”.

Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “La maggioranza dei giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato, avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive positive”.

Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali. Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi; colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è un neonazi, secondo me.

Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del nazifascismo, perché allora quello interpretava il modello fordista, era la trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. E poi, parliamoci chiaro, se noi guardiamo l’insieme delle forze che sta creando la crisi attuale e ci chiediamo che ruolo svolge un soggetto come AfD là dentro, ci fa la figura di un granellino di sabbia. Drammatizzare i successi elettorali di AfD in Germania o di FdI in Italia, dimenticando in che razza di condizioni generali dei rispettivi paesi si stanno verificando, significa essere davvero miopi. Se in Italia i salari sono inferiori alla media europea, se i giovani laureati debbono andarsene all’estero, se l’evasione fiscale tocca percentuali del 50% o anche più, se le banche e le imprese accumulano utili ma non reinvestono, se i grandi contratti di lavoro non vengono rinnovati alla scadenza, se quello che viene chiamato eufemisticamente “caporalato” caratterizza interi settori (agricoltura, logistica, edilizia, cantieristica navale, sanità e professioni della cura in genere) se, malgrado questa enorme sproporzione di forze tra capitale e lavoro, le grandi imprese continuano a delocalizzare o a chiudere, da Electrolux a Natuzzi – tutto questo non lo possiamo attribuire alla Meloni. Questo è il modello perseguito dal capitalismo italiano dalle privatizzazioni del 92/93 in poi, mai seriamente contrastato dai governi di centro-sinistra, che anzi, sono stati capaci soltanto di “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del primo governo Prodi (1996) al Jobs Act di Renzi (2015). Su questa torta di macerie la Meloni ci ha messo “solo” la ciliegina repressivo-securitaria.

Analogamente in Germania, da quando la tenuta della CDU ha iniziato a vacillare con il dopo-Merkel, è stato un disastro dopo l’altro. Già la Merkel – mi ha fatto notare uno dei miei interlocutori – “non ha rinnovato né consolidato l’infrastruttura materiale e sociale”, è arrivato Scholz e si è trovato in mezzo a scandali finanziari che hanno scoperchiato le porcherie di un sistema bancario al servizio degli evasori, un sistema al quale una parte della magistratura tedesca ha cercato di mettere argine ma poi ha dovuto gettare la spugna perché la politica non le veniva dietro (ricostruitevi su Internet la vicenda della procuratrice generale del tribunale di Colonia Anne Brorhilker che aveva incriminato 1.500 persone per lo scandalo “cum-ex”, una rete internazionale che aveva come punti di riferimento le grandi banche, tedesche e svizzere soprattutto). L’industria automobilistica tedesca, colonna vertebrale del sistema manifatturiero, ha commesso vari errori di strategia, per subire poi il colpo di grazia del North Stream, quando da un giorno all’altro si è trovata a dover pagare il doppio l’energia con cui far girare gli impianti. In questa congerie arriva un Merz, uomo di Blackrock, che non trova di meglio che puntare sul riarmo della NATO e sacrifica le pensioni per la spesa militare, un Merz che, dopo essere uscito e rientrato nella CDU, ha portato dentro al partito una nuova generazione di gente senza principi, per la quale la politica è un settore di business, è un modo come un altro di far carriera. Merz è stato riportato sugli altari di partito proprio da una nuova generazione il cui idolo è il mercato, che poi si diffonde a livello locale come amministratori incapaci, inaffidabili ma soprattutto, come si è visto, privi di senso della responsabilità (unengagiert). Un Merz che anche dopo la batosta in Pomerania e a Berlino ha detto di voler andare avanti, di voler continuare “con le riforme”. Ma di che riforme sta parlando?

“Una parte di elettori dell’AfD è fatta di persone di buona formazione culturale che non hanno nessuna impronta nazionalistica e capiscono benissimo dove stanno i difetti della politica. A molti di loro non importa nulla se una politica è di destra o di sinistra. Vogliono semplicemente che nella loro regione la politica abbia un minimo di coerenza e di pulizia”. La persona che mi scrive queste cose vive in Sassonia, penso abbia sempre militato in un’area che sta tra i Grünen e la Linke, ma non è affatto convinta che mettere l’AfD fuori legge sia la soluzione. La sua insistenza, essendo anche un militante sindacale, è sul rarefarsi di pratiche di comunità, di fare le cose insieme, fosse anche per formare un coro; è sulla tendenza all’isolamento, degli anziani piegati dalle loro paranoie e dei giovani immersi nei loro telefonini. Ma se così è, dico io, non è mica roba che si trova solo nei territori dell’ex DDR.

Come si va avanti allora? Cosa succede oggi in Germania? In cosa consiste “il rischio AfD”?

Il bello è che nessuno me lo sa dire, il che implica che tutti sono consapevoli che non esiste “un rischio AfD” ma un rischio generale, che da qualunque parte uno si gira, vede soltanto incertezza, insicurezza.

Il 18 settembre, due settimane dopo il voto in Sassonia, una pubblicazione online, che io ritengo molto interessante, Overton-Magazin scriveva: “Oggi l’uomo politico più pericoloso per la democrazia in Germania non è Biörn Höcke (quello con le posizioni più estreme dentro AfD) ma Friedrich Merz. Sotto il suo governo la Germania si è indebitata come mai nella sua storia, per finanziare il riarmo a favore dell’Ucraina e contro la Russia. Nel suo odio per la Russia Merz rispolvera argomenti del revanscismo nazista”. E cosa pensa Overton dell’AfD? “È un’opposizione di estrema destra che tenta di sfondare il muro (Brandmauer) costruito dal cartello dei partiti per isolarla”. Ma l’AfD non propone nulla che possa risolvere i problemi veri del paese, quelli che preoccupano la gente comune. Quindi il gran clamore che si fa attorno alle sue vittorie elettorali è uno spauracchio, anzi è “una rimozione della realtà nella coscienza collettiva”. Ben altri e più gravi sono i rischi della democrazia. Sono i disastri che combinano Merz e il suo ministro delle Finanze Lars Klingbeil.

Dovremmo allora cominciare da capo queste riflessioni. Da dove? Per restare vicini alla Germania io comincerei dalla frana della UE. Cosa rappresenta oggi questo blocco sul piano geopolitico? È in grado di agire come un’entità indipendente? Non sembra. Sul piano economico quanto può reggere all’urto di competitor come la Cina? Senza la UE alle spalle cosa può fare il povero Merz? La Germania contava quando era al volante del trattore Europa, ma oggi che quel trattore è in panne?

Chiudo con un pensierino rivolto alla nostra Meloni, paragonata a certi suoi predecessori. Mussolini e Hitler hanno deciso loro dove andava la storia. Li ha portati alla rovina, certo, ma non possiamo negare che il mondo ha seguito la loro agenda. La Meloni oggi come sta a galla? Si barcamena. Se Marina Le Pen prendesse il posto di Macron e Alice Weidel quello di Merz, cosa potrebbero fare? La stessa cosa: barcamenarsi.

Con questo non voglio dire che l’ascesa al potere della nuova destra non sia un rischio, voglio dire che continuiamo a maledirla ma in realtà il problema di fondo è un altro. Che non c’è una forza di opposizione adeguata, non riesco a vederla in Italia e temo che non ci sia nemmeno in Germania. Ci siamo noi, le nostre reti di sopravvivenza, e la volontà di vender cara la pelle.

Anche a Berlino, dove la leader della Linke sembra aver seguito la strategia di Mamdani a New York e quindi un’opposizione adeguata alla destra sembra esserci, sembra essere vincente, basta mettere sul tappeto la questione di Gaza e il rapporto con lo Stato ebraico che l’ossessione tedesca per l’antisemitismo può creare problemi all’interno di quella che dovrebbe essere la coalizione del prossimo governo della capitale. Fragili vittorie ambedue, della Linke a Berlino e dell’AfD a est. Ma quello che può sembrare un paradosso è che i due partiti sono ambedue cresciuti nei territori dell’ex DDR, sono figli di quella riunificazione che ha creato una divisione più forte di prima, tra i tedeschi che vivono nella parte occidentale della Germania e quelli che vivono nella parte orientale… E qui non posso non ricordare di averla in parte vissuta quella fase, non posso non ricordare come sono state profetiche le cose che la rivista della Fondazione diretta da K.H. Roth e dalla sua compagna Angelika Ebbinghaus aveva scritto allora, 1990, 1991, 1992. Unici in tutto il panorama della cultura tedesca. Seguendo le loro piste, un paio d’anni dopo la caduta del Muro ho viaggiato per quei territori (Lipsia, Wismar, Rostock, Dresda, Stralsund, Wittenberg, Weimar…) con gente stordita dalla riunificazione, che non capiva cosa stava succedendo e si chiedeva perché i “fratelli dell’Ovest” li trattavano con un misto di paternalismo e disprezzo, “per rieducarli alla democrazia” diceva Helmut Kohl. Le cose più infami le ho viste fare nelle Università, dove hanno cacciato un sacco di docenti perché nelle loro ricerche avevano avuto un’impostazione marxista. E alcuni li hanno cacciati anche dalle case dove abitavano, quelle riservate ai funzionari di partito e alle personalità scientifiche. Ne ho conosciuto uno, direttore di un istituto con prestigio internazionale, cacciato di casa lui e la moglie, direttrice di uno scuola per infermiere di Lipsia, lui diabetico bisognoso di dialisi, che è morto poco dopo. Nella commissione d’inchiesta che lo aveva espulso c’era anche un ex funzionario della SED, che aveva cambiato casacca all’ultimo momento ed era passato alla CDU.

Uno dei maggiori storici tedeschi, Hans-Ulrich Wehler, arrivò a definire la DDR – l’esperienza della Germania comunista – “una nota a pie’ di pagina della storia” (eine Fussnote der Geschichte). Una storia irrilevante. Appunto.

Un commento a “Su una Germania divisa e disorientata”

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