Articolo pubblicato su “Volere la luna” il 18.05.2026: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/05/18/sulla-guerra-sul-potere-sul-nostro-tempo-intervista-a-ida-dominijanni/
Ida Dominijanni non ha bisogno di presentazioni, tanto meno su queste pagine. Se abbiamo sentito il bisogno di interrogarla è per una ragione semplice: fermarsi a pensare, anziché inseguire il ritmo convulso delle notizie; cercare di orientarsi nel disordine del mondo, nelle forme contraddittorie che oggi assume il potere, nei linguaggi della guerra e nelle possibilità, aperte, della resistenza.
Parto da un film di un po’ di tempo fa, Don’t Look Up. La trama è nota: tutti i protagonisti – dal Presidente degli Stati Uniti a giornalisti e studiosi – sono alle prese con una enorme cometa che si sta dirigendo velocemente verso la Terra, minacciando di farla sparire. Sembra un disaster movie, ma racconta qualcosa di molto più sofisticato. Proviamo a spostare la metafora della cometa. Qual è oggi il potere distruttivo che continuiamo a non voler guardare? Azzardo un’ipotesi, partendo da quello che sta accadendo in Iran: la guerra e la forma che sta dando al mondo…
Domanda difficile, posso solo azzardare a mia volta qualche ipotesi. “La cometa” è la guerra, certo, e la sua violenza inutilmente devastatrice e mortifera. Ma forse e prim’ancora, è il potere che la decide e la usa, un potere che oggi ci si presenta in una forma concentrata, distante, cifrata, onnipotente nelle intenzioni e impotente nei fatti. È un potere insieme economico, politico e tecnologico; concentrato nelle mani di un’élite transnazionale molto ristretta; un potere che usa codici – algoritmi, intelligenza artificiale – per noi inaccessibili; che si rappresenta come in grado di decidere sui destini della specie umana (e trans-umana), ma al contempo si dimostra incapace di plasmare un ordine mondiale plausibile e credibile. Sulla sua pretesa onnipotenza, immaginario distopico e realtà si confondono: sono i tecnocrati della Silicon Valley, non solo i film di Hollywood, a prefigurare un futuro prossimo in cui la specie è destinata alla catastrofe e si salva solo un’élite chiudendosi nei bunker antiatomici. O emigrando su Marte, o riproducendosi su base eugenetica, o conquistando l’immortalità. O più semplicemente godendo sadicamente al riparo dell’isola delle orge di Epstein. Un potere così è effettivamente inguardabile: perché è molto minaccioso, perché è eticamente ripugnante, e perché non si sa come contrastarlo. E tuttavia fa presa, a mio avviso, su un’esperienza reale e rimossa, che è inscritta nell’inconscio collettivo.
A che ti riferisci?
All’esperienza della pandemia, un trauma che risale solo a sei anni fa ma di cui oggi nessuno parla più. È stato allora che tutte e tutti noi abbiamo vissuto sulla nostra pelle l’esperienza della vulnerabilità globale, di un pericolo immanente e imprevedibile che può distruggere non alcuni eserciti o alcune popolazioni o alcuni Stati ma la specie, fatti salvi quei pochi privilegiati che dispongono delle risorse – soldi, eremi, bunker, farmaci miracolosi, tecnologie mirabolanti – per isolarsi e immunizzarsi. Dall’invasione dell’Ucraina in poi ho sempre pensato che il ritorno in grande stile della guerra al centro dello scenario mondiale sia stata una sorta di rivincita inconscia della volontà di potenza della politica su quel trauma provocato dalla pandemia, una mossa del potere politico per riprendersi il monopolio della violenza sulla specie che gli era stato momentaneamente conteso da un microrganismo sconosciuto e impertinente. Se ci pensi, siamo passati senza soluzione di continuità dalla “guerra al virus” alla guerra guerreggiata, prima in Ucraina, poi a Gaza, adesso in tutto il Medioriente – per tacere delle altre guerre, più di 50, che compongono il mosaico della “guerra mondiale a pezzi”, come la chiamava Papa Francesco. E la guerra guerreggiata è servita da un lato a spegnere, con il riavvio della macchina economica e con il riarmo, la domanda di un passaggio dal paradigma del turbocapitalismo antropocentrico a un paradigma basato sull’interdipendenza, la vulnerabilità e la cura. Dall’altro lato a saturare con nuove perdite e senza elaborarlo il lutto per il cumulo di perdite – di persone, di certezze, di abitudini – provocate dal virus. Sì che dalla pandemia in poi, di guerra in guerra, passiamo da un lutto non elaborato a un altro e a un altro ancora, perché la volontà di potenza della politica armata non contempla l’elaborazione del lutto e perché l’elaborazione del lutto richiede tempo, e noi in questa sequenza delirante di guerre non abbiamo tempo. Ma se manca il tempo per l’elaborazione del lutto, manca anche il tempo per pensare davvero quello che sta capitando. C’è un’accelerazione che ci travolge, e l’accelerazione fa parte della strategia di stordimento e distrazione di massa perseguita dal potere di cui sopra. “Dont look up”, appunto.
Quel film racconta anche di come politica, media e interessi riescono a trasformare l’allarme in intrattenimento, in calcolo di consenso, in opportunità di profitto, senza alcuna possibilità, come aveva scritto un critico, di dire e far ascoltare il vero. O, appunto, di pensare a quello che accade.
Sulla guerra la politica fa i suoi giochi, avvalendosi come al solito della propaganda, che com’è noto è la peggiore nemica della verità. E l’economia fa i suoi interessi: vale sempre la regola che il capitalismo ricorre ciclicamente alla guerra e al riarmo per superare le proprie crisi. Sui media il discorso secondo me è più complicato. Per quanto il potere mediatico sia oggi sempre più accorpato, come abbiamo appena detto, al potere economico e politico, nel sistema dei media le continue trasformazioni tecnologiche, le routine produttive, i format, i codici linguistici giocano una partita relativamente autonoma dalla politica. I media sono linguaggio, e nel linguaggio c’è sempre qualcosa che può sfuggire al controllo politico e agli imperativi del mercato, o produrre degli effetti contro-intenzionali rispetto ai desiderata del potere. Tanto più oggi che all’informazione mainstream (giornali e televisione) si sovrappone, e spesso si contrappone, l’informazione che viaggia in rete, sui social, su youtube. Pensa a com’è andata su Gaza – ma anche sull’Ucraina, e andando indietro nel tempo sulle rivoluzioni “colorate” arabe o sulla stessa Euromaidan: quello che il mainstream nascondeva, la rete l’ha mostrato. Senza i tanto vituperati social non avremmo mai potuto diagnosticare come genocidio quello che si è consumato a Gaza, malgrado anche l’algoritmo di Facebook abbia provato non poco a censurare le voci pro-Palestina.
Hai ragione, la rete offre anche la possibilità di incrinare il monopolio dei grandi canali, di rompere la verticalità del discorso pubblico…
Detto questo, è vero che la copertura della guerra, soprattutto nei media mainstream, è molto cambiata negli ultimi decenni. Probabilmente per neutralizzare l’effetto-Vietnam, quello dei grandi reportage che innescarono la protesta di massa contro l’intervento americano, si è progressivamente passati – con le dovute e meritevoli eccezioni – da un giornalismo di guerra indipendente mirato a sollevare il dissenso a un giornalismo embedded mirato a conquistare consenso alla propaganda degli Stati e alla normalizzazione della guerra. Più in generale, la copertura della guerra è diventata sempre più ampia, ma anche sempre più virtuale: come colse per primo Jean Baudrillard durante la prima Guerra del Golfo, la spettacolarizzazione della guerra la smaterializza, ce la porta in casa e contemporaneamente ce la rende inattingibile. Da allora il processo si è intensificato: siamo assediati dalle notizie, scorriamo fiumi di immagini sul telefonino, eppure dalla tragedia della guerra riusciamo a non farci toccare più che tanto e soprattutto non ne traiamo nessuna conseguenza. C’è un effetto di de-realizzazione, come se la conoscenza dei fatti, che pure è molto aumentata, non servisse a niente. Pochi mesi fa è uscito su questo un piccolo e illuminante libro di Alenka Zupančič, psicoanalista e filosofa della Scuola di Lubiana, che si intitola Disconoscimento. Sostiene che il dispositivo psichico prevalente oggi di fronte a guerre e catastrofi non è più né la rimozione né la negazione di una realtà traumatica, bensì, appunto, il disconoscimento: sappiamo tutto quello che accade, eppure continuiamo a vivere “normalmente”, secondo la formula “lo so, ma comunque…”. Sappiamo tutto, ma comunque tutto può e deve procede come al solito.
In gioco oggi secondo te c’è “solo” la guerra o, piuttosto, un ordine di potere più profondo – patriarcale, imperialista, neo-coloniale – che si riproduce attraverso la logica della sicurezza, dell’eccezione e della potenza, rendendo la guerra una soluzione quasi automatica?
Certo che c’è un nesso fra guerra, neo-imperialismo, neo-colonialismo, stato attuale del patriarcato e, aggiungerei anzi metterei al primo posto, stato attuale del capitalismo. Il potere ha sempre la forma di una costellazione, e una costellazione è fatta di nessi interni. Un fatto assai positivo è che oggi i movimenti di contestazione stanno ritrovando la capacità di vedere e analizzare questi nessi. Infatti sono movimenti di contestazione anti-sistema, come si sarebbe detto nei famigerati anni Sessanta-Settanta. Tuttavia, io ho una certa diffidenza verso quella che spesso mi pare, nella retorica dei movimenti, una sorta di allineamento automatico fra capitalismo, neocolonialismo, neoimperialismo, patriarcato, che configura una compattezza del potere che a mio avviso invece non c’è, e rischia anche di cancellare la storia e le impronte delle lotte di liberazione e dei processi emancipativi di ieri e di oggi. Che il potere sia una costellazione, voglio dire, non significa che questa costellazione sia coerente e compatta, anzi: il problema oggi – anzi sempre, e da sempre – è individuare i dis-allineamenti, le incoerenze, le contraddizioni, le sfasature, gli anacronismi che intralciano il compattamento del sistema di dominio.
Ti faccio due esempi. Il primo: è indubitabile che oggi sia in atto un tentativo di riordinare il mondo secondo un modello neoimperialista di de-globalizzazione e di spartizione delle sfere di influenza fra le grandi potenze. Ma è sbagliato, a mio avviso, dedurne che la globalizzazione – non solo economica ma anche culturale, e nelle sue valenze non solo negative ma anche positive, come ad esempio il rimescolamento delle identità tradizionali e/o nazionali – è finita: fra i due modelli c’è un conflitto vivo e tutt’altro che già deciso. Lo si vede anche nella guerra in Iran, dove paradossalmente gli iraniani, facendo della funzione strategica del Golfo di Hormuz la propria arma principale, hanno dimostrato di saper maneggiare la sintassi della globalizzazione meglio dell’impero americano diventato sovranista. Secondo esempio, quello mi sta più a cuore: è indubitabile che oggi ci sia un tentativo di ripristinare l’ordine patriarcale, ma si tratta di un tentativo reazionario, nel senso letterale che reagisce a una evidente emorragia del dominio maschile e a un’altrettanto evidente crescita della libertà femminile. E dunque non cancella l’agonia del patriarcato che è sotto i nostri occhi, né la libertà femminile conquistata nel Novecento. La legge del padre non fa più ordine e non si salda più né con la legge dello Stato né con le tendenze dissolutive del capitale. Quello che ne consegue non è un ritorno dell’ordine patriarcale, bensì un disordine che genera forme di violenza maschile scomposte, perfino efferate (vedi il circolo Epstein), ma incapaci di ri-disciplinare le donne e le altre soggettività irriducibili alla norma patriarcale.
Da dove si può cominciare a disinnescare questo meccanismo, tenendo insieme – mi pare questo un tratto rilevantissimo delle tue riflessioni, troppo spesso trascurato da altri osservatori – geopolitica e biopolitica, lo scacchiere degli Stati e le vite concrete, i corpi, le libertà e le condizioni sociali che la guerra travolge?
Sei molto generoso, grazie. In effetti mi sforzo di tenere insieme queste due prospettive, o meglio, di metterle in tensione, perché sono entrambe necessarie ma diventano tanto più produttive quando si contraddicono, o nei loro punti di frizione. Negli ultimi anni siamo diventati tutti, io per prima, dei grandi appassionati di geopolitica, per cercare di capire qualcosa del disordine mondiale che ci travolge. Ma per quanto cerchi di contaminarsi con chiavi di lettura sociologiche e culturali, la geopolitica resta come tu dici una disciplina basata sulla centralità dello Stato e dei rapporti fra Stati, e sugli strumenti tradizionali dell’azione statuale, guerra compresa. Quindi rischia da un lato di sottovalutare soggetti e flussi che eccedono la forma e la norma statuale – ad esempio le migrazioni, ma anche i flussi economici e finanziari transnazionali. E dall’altro lato di sottovalutare i nuovi strumenti di cui si sta dotando il biopotere degli stessi Stati: ad esempio, le tecnologie di sorveglianza e spionaggio che oggi trapassano dall’uso civile all’uso militare, o le tecniche barbare di riduzione della popolazione alla fame e alla carestia che abbiamo visto all’opera a Gaza.
Bisogna cambiare lenti, rovesciare la prospettiva del racconto dominante, e guardare le guerre dal punto di vista di chi le subisce e non si identifica nella ragion di Stato: le vittime, quelli e quelle che perdono familiari e amici, quelli e quelle che ne escono con gli arti amputati, o che ci rimettono radici, case, soldi, lavoro, abitudini, coordinate, certezze. Bisogna tornare a denunciare gli obiettivi di sfruttamento e controllo del lavoro vivo che muovono le guerre e il riarmo. E bisogna posizionarsi sui confini, perché è lì, non dentro gli Stati, che si gioca il cambiamento: il meticciamento delle identità, il tradimento dei nazionalismi, l’esodo dai teatri di guerra. Border as a method, come recitava il titolo di un libro di Sandro Mezzadra e Brett Neilson di qualche anno fa. Ed è solo dai confini che forse può essere reinventato un nuovo internazionalismo dal basso, come gli stessi autori scrivono in un altro loro libro appena uscito in Italia, The Rest and the West: un internazionalismo intersezionale e deliberatamente fuori dal “campismo” che tuttora intrappola anche la sinistra, ideologicamente e politicamente.
Detto questo, non ho ancora detto però l’essenziale, o almeno quello che per me è l’essenziale. Io penso che quello che sta capitando ci metta di fronte al compito ineludibile di sviluppare una critica, anzi un’autocritica, delle democrazie reali. Tutto il contrario della narrativa apologetica, messianica, della democrazia come unico orizzonte di pensabilità della politica, unico regime politico e unica forma di vita desiderabile. La crisi della democrazia è sotto gli occhi di tutti ed è anche nella bocca di tutti, ma mentre genera una critica feroce da destra, non ha generato finora una autocritica credibile da sinistra. Eppure mi sembra evidente che senza vedere e ammettere i limiti del modello democratico non si possa riuscire nemmeno lontanamente a intravedere un’uscita dalla crisi istituzionale, politica, sociale e culturale, perfino antropologica, che palesemente lo blocca. Ed è un’autocritica che dovrebbe impegnare non solo ciò che resta delle forme associative organizzate, ma ciascuno e ciascuna di noi, perché riguarda, appunto, la nostra forma di vita. Come si era cominciato a capire – torno al punto – durante la pandemia e prima che la guerra travolgesse ogni conato di pensiero critico.
Torniamo alla guerra, torniamo in Medioriente. Le tesi, anche della sinistra c.d. liberal-interventista, sulla guerra in Iran come occasione di liberazione dal regime repressivo degli Ayatollah sembrano andare man mano a scemare, ma di tanto in tanto saltano fuori. Ora anche le agenzie di stampa divulgano fonti di intelligence americana che dichiarano improbabile che l’attacco militare possa produrre il rovesciamento del regime di Theran. In tutto ciò, il principio di autodeterminazione dei popoli sembra scomparso dall’orizzonte anche delle sinistre e chi lo sostiene viene accusato di pacifismo imbelle, complicità con gli oppressori, cultura della resa anziché della resistenza…
Secondo me sull’Iran noi “occidentali” abbiamo sempre capito poco o niente, e abbiamo sempre preso fischi per fiaschi, nel bene e nel male. Ne sapevamo poco ai tempi dello Scia (a proposito: non è strano che della vicenda di Enrico Mattei, che invece qualcosa e più di qualcosa aveva capito, non si faccia mai cenno nel dibattito di oggi, a parte usare indebitamente il suo nome come fa Meloni?), abbiamo capito poco della rivoluzione khomeinista che spaccò in due la sinistra italiana, sappiamo poco oggi di quella che è, a detta di chi la conosce, una società complessa e articolata che vive e pensa e respira malgrado l’efferatezza del regime degli ayatollah. Quel poco che so io lo so dal movimento delle donne, perché fra il femminismo della differenza italiano e il femminismo radicale iraniano c’è sempre stata una qualche relazione. E almeno una parte del femminismo iraniano è certamente contro il regime, ma altrettanto contro una occidentalizzazione forzata. Lì come qui, ci sono donne che non credono all’equazione automatica fra libertà femminile e democrazia occidentale.
Un’ultima domanda, alla quale mi porta la sensibilità di giurista: dopo il genocidio di Gaza il diritto internazionale sembra morto. L’ONU, ancora più dopo le vicende del Venezuela e della guerra in Iran, è scomparso dai radar. Ci troviamo imbrigliati in una contraddizione: da un lato, appoggiarci alle pronunce delle corti internazionali che hanno provato a chiamare le cose con il loro nome – il genocidio di Israele a Gaza – per provare a farle eseguire; dall’altro, constatiamo l’inservibilità di un diritto internazionale che non fa acqua da tutte le parti, a partire, forse, dalla distinzione tra ius ad bellum e ius in bello…
Siamo onesti: il diritto internazionale forse è morto a Gaza, ma non stava in buona salute neanche prima, e non è neanche vero che si sia ammalato con l’invasione russa dell’Ucraina. Non devo certo farti io l’elenco delle guerre illegali degli ultimi decenni, a partire da quella contro l’Iraq e forse anche dall’intervento “umanitario” in Kosovo. Del resto, dal punto di vista di una come me che non è una giurista e ha una fiducia salda ma non illimitata nella capacità regolativa del diritto, è del tutto comprensibile che un assetto giuridico figlio della fine della Seconda guerra mondiale sia saltato con la fine della Guerra fredda. Siamo, come tu dici, dentro una contraddizione. Direi questo: dobbiamo fare leva il più possibile sul diritto internazionale vigente come freno alle derive della volontà di potenza del politico, e contemporaneamente attrezzarci a una sua riforma complessiva all’altezza del nostro tempo. Mi pare che la ricerca di Luigi Ferrajoli sulla “Costituzione della Terra”, pur basata su una fede nella razionalità giuridica che non è la mia, vada in questa direzione. E mi pare che vada in questa direzione anche la vittoria del No, per niente scontata, al referendum sulla riforma della giustizia: mi ha colpita che proprio i giovani, solitamente e comprensibilmente diffidenti verso le regole, abbiano colto al volo questa funzione di trattenimento della deriva verso il peggio che il diritto e la Costituzione possono esercitare.
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