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Tronti: la forza dell’amicizia, la potenza della teoria

In Tronti, la forza dell’amicizia è almeno pari alla potenza della teoria, entrambe connesse da simmetriche rappresentazioni: i pugni chiusi del pensatore, come nella scultura di Rodin sempre presente nella sua scrivania, e la mano tesa che indica l’azione nel mondo e la relazione con l’Altro.

Intervento pronunciato in occasione della giornata in ricordo di Mario Tronti, tenutasi l’8 novembre scorso a Roma a tre mesi dalla sua scomparsa.

Grazie per aver accolto l’invito del CRS a ricordare Mario Tronti, sia il pensatore sia l’amico. Vorrei ringraziarvi uno ad uno, ma sarete d’accordo con me nel rivolgere tutti insieme un affettuoso ringraziamento a due persone speciali qui presenti: la moglie, la carissima Lena, e la figlia Antonia, l’amatissima Lelletta. Vorrei dedicare proprio ad Antonia la citazione di un brano di Politica e Destino, che da solo spiega il luogo e il tema del nostro incontro. Perché siamo qui a Ostiense? Perché abbiamo scelto questo titolo: Dalla parte di Mario?

«Quando i miei figli andavano alle elementari, li accompagnavo qualche volta a piedi. Percorrevamo, al mattino, la via Ostiense, passavamo davanti ai Mercati Generali, brulicanti di lavoro, grida, commerci e fatica. Qualcuno, da sopra una carriola, apostrofava i bambini: ahò, saluteme a’ maestra. E io ero felice, perché mi dicevo: se entrano in questa scuola con questo viatico, non si perderanno. Non si sono persi. Dicevo loro: ecco, questi sono i “nostri”. Adesso che i “nostri” quasi non ci sono più, la semplice memoria familiare mi conforta, e ci conferma di essere nel giusto per il solo fatto di venire da lì».

Così è chiarito il luogo e la parte.

Il luogo è la Centrale Montemartini, simbolo della prima industrializzazione innescata dalla giunta Nathan, davanti ai Mercati Generali, grande fabbrica del consumo, dove lavoravano i suoi genitori, il sor Nicola, facchino, e la sora Antonina, venditrice di erbette. Ancora oggi, nel quartiere Ostiense vibra l’anima popolare di Roma.

Prima di cominciare questa giornata, abbiamo partecipato alla cerimonia, organizzata dal Presidente del Municipio Amedeo Ciaccheri, per l’apposizione della targa commemorativa davanti al portone d’ingresso della casa natia. Qui, svelava Mario, sono le mie radici, qui ho bevuto il senso della vita, ho appreso la belliana ironia sapienziale che alimenta la critica del potere e rivela l’eccedenza di umanità della vita popolare.

Già in questi ricordi emerge uno dei suoi tanti paradossi. Il pensatore che più di altri ha cercato di innalzare la critica nei punti alti del capitalismo – Marx a Detroit, diceva uno dei suoi titoli fulminanti – nel contempo ha scovato nell’arretratezza romana la vitalità del conflitto moderno. Diceva: «le mie radici politico-teoriche sono con gli operai torinesi, ma quelle storico-umane sono con i lavoratori romani» (op. cit.).

Ecco, quindi, che il luogo è connesso intimamente con “la parte”, la parte del movimento operaio. Come sappiamo la sua opera si dispiega in campi molto diversi, dall’operaismo, all’autonomia del politico, alla teologia politica, al grande Novecento, fino allo Spirito Libero. Eppure, in questa varietà di temi e di linguaggi c’è una costante che gli preme rendere esplicita:

«Credo di non aver mai scritto una riga senza avere in mente, lì e ora, i bisogni, gli interessi, le motivazioni, le aspirazioni di quel mondo del lavoro moderno, come universo di civiltà, alternativo a tutto ciò che è» (op. cit).

Non a caso ha speso le sue ultime energie, fino a poche ore prima della morte, per concludere il libro a cui teneva tanto, una sorta di atlante della memoria operaia – non solo i libri, ma i fatti e gli atti – impostato sull’ammirato modello warburghiano. Lo presenteremo qui stasera, nella seconda sessione della giornata, con l’ausilio di musiche e canti.

Nella prima sessione che mi appresto ad avviare, invece, ascolteremo le testimonianze degli amici di diverse generazioni: dalle “amicizie stellari” – Rita Di Leo e Massimo Cacciari – nate nell’epopea operaista, ai più giovani – come Jamila Mascat – che oggi rielaborano il suo pensiero in modi per noi imprevedibili, fino alla mia e nostra generazione intermedia che abbiamo accompagnato le diverse svolte del suo percorso intellettuale e umano.

Ogni oratore, ovviamente, dirà ciò che vorrà, secondo il proprio stile. Mi pare, però, si possa dire che tutta la giornata sia volta a svelare una felice ambiguità del titolo. Dalla parte di Mario è come un crinale con due versanti.

Nel versante teorico-politico “Dalla parte” significa misurarsi con la sua opera e la sua azione, nella memoria del passato e nel cimento del presente. In tal senso l’incontro di oggi è solo l’inizio. Come CRS organizzeremo in primavera un convegno teorico sul suo pensiero politico. Seguiranno poi diverse presentazioni delle opere postume, alle quali ha lavorato negli ultimi mesi. Oltre l’Atlante, di cui ho già detto, è prevista la pubblicazione di un intenso libretto dal titolo ancora provvisorio ma significativo: Il proprio tempo appreso col pensiero. Inoltre, uscirà un libro del nostro Pasquale Serra sul Tronti pre-operaista, poco noto, interprete di Gramsci.

C’è però anche il secondo versante del titolo, quello più emotivo e personale, nel quale “Dalla parte di Mario” indica la nostra connessione sentimentale con lui, come amico, come maestro, come persona che ha orientato la vita di tanti di noi.

Da quando non è più tra noi, l’affetto verso di lui è più doloroso, e forse, proprio per questo, anche più intenso. Ciascuno lo esprime a modo suo, chi parlando, chi rimanendo in silenzio, chi piangendo, chi ringraziando di averlo conosciuto.

Non solo noi amici cerchiamo la sua amicizia, ieri in presenza e oggi, forse, indicibilmente in absentia. Anche Mario ha cercato e, forse, misteriosamente, cerca ancora la nostra amicizia. È sempre stato capace di farsi voler bene, pur senza smancerie, anzi con la riservatezza, con la delicatezza del tratto umano.

Quanto sia stata importante l’amicizia nella vita, lo ha raccontato in un bellissimo testo, da La Saggezza della lotta, che abbiamo ripreso nell’invito a questa giornata. Vi consiglio di conservarlo. Vi sarà utile rileggerlo anche in altri momenti.

«Ho speso una vita a cercare di conoscere il nemico meglio di quanto il nemico conosca sé stesso. Ho imparato però che non lo si combatte senza l’amico. È stata una fortuna dell’esistenza aver avuto in dono il miracolo di antiche amicizie, solide, stabili, radicate nel profondo. E di averne poi alimentate altre, nuove, insorgenti, ricorrenti. Misterioso questo flusso di attenzione, sentita prima ancora che pensata, un’affettività amicale che mi funziona come una corazza a difesa dai colpi che un mondo come questo quotidianamente ti riserva».

Come si vede, la forza dell’amicizia è almeno pari alla potenza della teoria, entrambe connesse da simmetriche rappresentazioni: i pugni chiusi del pensatore, come nella scultura di Rodin sempre presente nella sua scrivania, e la mano tesa che indica l’azione nel mondo e la relazione con l’Altro.

Mi piace pensare che questa forza dell’amicizia sia riuscito a insediarla nell’animo degli amici, misteriosamente, senza neppure dirlo. Cioè che scorra ancora tra noi quel “flusso di attenzione sentita prima ancora che pensata”. Per questo sentiamo ancora il bisogno di parlare con lui.

E non sarà di ostacolo la sua mancanza.

D’altronde, anche in vita, nei rapporti personali, è riuscito a comunicare le cose più importanti quasi senza ricorrere alle parole. Lo ricorda bene, in Politica e Destino, Aris Accornero, un altro “amico stellare”, ed era un’esperienza condivisa da tanti di noi. Andare a trovarlo, soprattutto nella pace di Ferentillo, era come andare in pellegrinaggio al tempio dell’oracolo. Andavamo con tante domande in testa, Mario ascoltava con attenzione, ma con cenni di risposta tanto rari quanto preziosi. Quando tornavamo in città, ci rendevamo conto di aver compreso meglio quei problemi già solo per averglieli esposti.

Questo ricordo ci conforta. Anche se non è più tra noi, continuerà il colloquio con Mario.

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