La decisione del Parlamento europeo di chiedere alla Corte di Giustizia europea un parere sulla compatibilità dell’accordo commerciale UE-Mercosur con i Trattati fondativi dell’Unione, rappresenta uno dei passaggi più delicati della storia delle istituzioni UE. Con una maggioranza risicatissima ma decisiva di appena dieci voti di scarto, l’Eurocamera ha attivato, grazie all’approvazione di una mozione presentata da The Left con il supporto dei Greens, una prerogativa costituzionale prevista dall’articolo 218 del Trattato di Funzionamento dell’Unione europea (TFUE), sospendendo l’iter di ratifica di un accordo che la Commissione von der Leyen considera strategico, e rinviandone di almeno un anno e mezzo il voto finale. Formalmente si tratta di una vittoria del Parlamento e di una riaffermazione del suo ruolo dopo Lisbona. Politicamente, tuttavia, il quadro è molto più ambiguo e attraversato da tensioni che rivelano le tentazioni e torsioni autocratiche dei vertici delle istituzioni UE. La firma in Paraguay, infatti, è arrivata anche grazie a una significativa giravolta del Governo italiano, che, sotto la guida di Giorgia Meloni, ha abbandonato le precedenti riserve per riallinearsi alle posizioni favorevoli della Commissione e di alcuni grandi Stati membri, a partire da Germania e Spagna.
L’accordo UE-Mercosur, negoziato sin dal 1999 e sottoscritto dalla Commissione europea all’inizio del 2026 dopo oltre venticinque anni di trattative, mira a creare una delle più grandi aree di libero scambio al mondo, coinvolgendo l’Unione europea e Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Nel corso del tempo il testo è diventato il simbolo di una politica commerciale sempre più orientata alla liberalizzazione degli scambi e all’accesso ai mercati, anche a costo di comprimere questioni cruciali come la tutela del lavoro, la sostenibilità ambientale, la salvaguardia dei modelli agricoli e, addirittura, dell’Amazzonia come polmone del pianeta. Non è un caso che il dossier Mercosur abbia attraversato governi, legislature e maggioranze diverse, generando opposizioni trasversali e una crescente mobilitazione sociale.
Il voto parlamentare che ha portato al rinvio alla Corte, ha messo in luce una frattura politica profonda, in particolare all’interno del gruppo socialista europeo. Una parte rilevante di S&D ha sostenuto formalmente il ricorso alla Corte come strumento di garanzia giuridica, ma senza mai mettere realmente in discussione l’impianto complessivo dell’accordo né la linea della Commissione. Questa ambiguità non è episodica, ma strutturale. Da anni la socialdemocrazia europea oscilla tra una retorica di difesa del “modello sociale europeo” e una pratica politica che accetta come dato di fatto la subordinazione del lavoro e dei diritti sociali alle logiche della competitività globale. Il caso Mercosur rende questa contraddizione esplicita: si difende il ruolo del Parlamento a parole, ma si lascia aperta la strada a meccanismi che possono neutralizzarlo nei fatti.
È proprio su questo terreno che la distanza tra istituzioni europee e società civile appare più evidente. Le critiche più coerenti e sistematiche all’accordo UE-Mercosur provengono, infatti, dal mondo del lavoro organizzato e da reti transnazionali della società civile. La Confederazione europea dei sindacati, insieme a federazioni di settore come EFFAT, in Italia CGIL e FLAI, hanno denunciato ripetutamente la debolezza strutturale delle clausole sociali e di salvaguardia dell’accordo, prive di carattere vincolante e di meccanismi sanzionatori comparabili a quelli previsti per la tutela degli interessi commerciali. Le convenzioni fondamentali dell’ILO sono richiamate in modo programmatico, ma senza strumenti che ne garantiscano l’applicazione effettiva, mentre l’apertura dei mercati e la riduzione dei dazi producono effetti immediati e irreversibili.
Queste critiche non sono un’esclusiva europea. Nei Paesi del Mercosur, sindacati, organizzazioni contadine, movimenti indigeni e associazioni ambientaliste hanno denunciato l’impatto dell’accordo sul rafforzamento di modelli agro-industriali ad alta intensità di sfruttamento del lavoro e di consumo delle risorse naturali. La convergenza tra società civile europea e latinoamericana rappresenta uno degli elementi politicamente più significativi di questa vicenda, perché mostra come il conflitto non opponga genericamente “Europa” e “America Latina”, ma attraversi entrambe le sponde dell’Atlantico lungo una linea che separa interessi economici concentrati e diritti sociali diffusi. Il fatto che questa convergenza resti marginale nel dibattito istituzionale europeo, è già di per sé un indicatore del deficit democratico che caratterizza la politica dell’Unione. Come se la rappresentanza fosse, ormai, limitata a una porzione dei portatori di interessi, coincidente con la Confindustria europea, Business Europe. Altri, come in questo caso, le rappresentanze dell’agroalimentare, pur potenti e da mesi a protestare nelle strade del continente, sembrano giudicati sacrificabili senza solidi argomenti economici, ecologici o politici. I ‘portatori semplici’ di diritti come consumatori, lavoratori, cittadini del mondo, sono, infine, costantemente rimossi da ogni strategia e valutazione, esclusi da tavoli significativi di vero confronto e confinati in melense vetrine su orizzonti valoriali confusi e contraddittori, senza alcuna speranza di incidere nella sostanza degli interventi.
È in questo contesto che la questione, in apparenza tecnica, della possibile applicazione provvisoria dell’accordo UE-Mercosur assume un rilievo decisivo. Contrariamente a quanto spesso sostenuto nel dibattito pubblico, la possibilità di far entrare in vigore le liberalizzazioni commerciali previste tra Europa e Mercosur mentre la Corte europea di Giustizia, ne’ il Parlamento, abbiano deliberato in tal senso, non è una scelta futura o ipotetica, ma è già incorporata negli atti giuridici esistenti, oltre che ventilata a ridosso del voto dalla presidente della commissione von der Leyen e dal premier tedesco Merz, in spregio della deliberazione parlamentare. L’articolo 3 della Decisione del Consiglio europeo che ha autorizzato la Commissione a firmare in Paraguay l’accordo con i partner del Mercosur, include esplicitamente l’autorizzazione alla sua applicazione provvisoria, nei limiti delle competenze dell’Unione. Ciò significa che il Consiglio ha già assunto la decisione sostanziale e che non è necessario alcun nuovo voto per attivare l’entrata in vigore anticipata del trattato. Quello che resta è una sequenza di passaggi procedurali, non un nuovo confronto politico.
Questo assetto è rafforzato dall’articolo 23.3 dell’Interim Trade Agreement, che disciplina il meccanismo operativo dell’applicazione provvisoria. Tale disposizione consente l’attivazione dell’accordo prima della conclusione delle ratifiche, a seguito di una semplice notifica di disponibilità tra le parti. Nel caso UE-Mercosur, la ratifica da parte anche di un solo Paese sudamericano potrebbe essere sufficiente per renderne operativi gli effetti principali. Il fondamento giuridico di questo meccanismo si trova nell’articolo 218 del TFUE, che consente al Consiglio di autorizzare l’applicazione provvisoria già nella fase della firma e non subordina tale applicazione al consenso parlamentare, richiesto solo per la conclusione definitiva e quindi per la cooperazione politica tra le due parti dell’accordo. Il risultato di questa concatenazione normativa è un rischio politico e costituzionale evidente. L’accordo potrebbe produrre effetti materiali significativi – dalla riduzione dei dazi all’apertura dei mercati agricoli – prima che il Parlamento possa esercitare pienamente il suo potere di controllo democratico. In questo scenario, il voto parlamentare rischia di trasformarsi in una ratifica ex post di decisioni già operative, svuotando di contenuto il ruolo assegnato all’Eurocamera dal Trattato di Lisbona.
È qui che la responsabilità politica delle forze progressiste, e in particolare del Gruppo socialista europeo, diventa centrale. Soprattutto perché è incomprensibile come sia possibile, considerando la retorica sul ‘Campo largo’ in Italia, votare compattamente da parte dei parlamentari europei del PD con Fratelli d’Italia e Forza Italia, contro una mozione proposta dal gruppo The Left insieme a Verdi, M5S e altri progressisti e cattolici, con il sostegno di associazioni, indigeni, chiese, agricoltori e sindacati di Europa e Mercosur. Per il solo Brasile parliamo di 140 soggetti sociali di grande rilievo. Tutti, peraltro, espliciti sostenitori dell’attuale leadership social-democratica del proprio Paese. È incredibile ipotizzare che siano tutti indifferenti alle dinamiche geopolitiche latinoamericane e globali, o, più in generale, improvvisamente all’unisono incapaci di intendere o autodeterminarsi. Una posizione indifendibile, coloniale e sostanzialmente razzista. Difendere formalmente il ruolo del Parlamento europeo, senza opporsi con chiarezza all’applicazione provvisoria del trattato spinta dalla Commissione a trazione tedesca, significa, d’altro canto, accettare una riduzione sostanziale della democrazia europea in nome della “credibilità” commerciale dell’Unione. Il caso Mercosur mostra, così, come la politica commerciale sia diventata uno spazio privilegiato di concentrazione del potere esecutivo, sottratto al conflitto sociale e al controllo rappresentativo a tutte le latitudini, a tutto vantaggio di élites transnazionali sempre più autoritarie e ingerenti.
La vicenda UE-Mercosur, dunque, non riguarda soltanto ‘un accordo commerciale’. È un banco di prova per la tenuta democratica dell’Unione europea, per la capacità delle sue istituzioni di dare voce al lavoro e alla società civile e per la credibilità dei socialdemocratici europei che continuano a proclamare la centralità dei diritti sociali, ma faticano a tradurla in scelte politiche coerenti. Se l’accordo dovesse entrare in vigore provvisoriamente prima del voto parlamentare, il messaggio sarebbe chiaro: il commercio viene prima della democrazia. Ed è un messaggio che nessuna forza che si definisca progressista dovrebbe essere disposta ad accettare.
*Monica Di Sisto è giornalista di Askanews, responsabile dell’Osservatorio italiano su Clima e commercio Fairwatch.
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