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Cosa ha indotto il popolo reale a disconoscere, e in così malo modo, la immaginaria “figlia del popolo” di cui fantastica l’editore Solferino? Al fianco di Meloni erano seduti i partiti di destra, di centro, con in più la ammaccata pattuglia dei riformisti di sinistra, che raccolti complessivamente sfiorano il 60 per cento dei voti. La quasi totalità dei media, della stampa, degli opinionisti, degli influencer e dei conduttori si è impegnata nel gran soccorso nero alla statista di via della Scrofa. Questa enorme dote iniziale di munizioni e di risorse, che rendeva oggettivamente del tutto impari lo scontro, è andata in fumo, per un intreccio di ragioni, non una sola.

Il merito del quesito non è certo indifferente alla sua bocciatura. Il peso che ha avuto nel conteggio delle schede un voto libero e informato, circa le implicazioni di una riforma maldestra che poneva il Pubblico ministero agli ordini del Governo, è però da valutare come relativo in termini numerici. Più sostanziale è stato di sicuro l’apporto della mobilitazione, che ha coinvolto ogni fascia di età, per contrastare la sfacciata decisione del primo governo a guida fascista di strappare la Carta. La separazione delle carriere era infatti solo una ulteriore puntata della aggressione sistemica, che comprende l’autonomia differenziata, il premierato assoluto, oltre alla ordinaria manipolazione della legge elettorale.

Il voto segna dunque una impegnativa rinascita dello spirito della Costituzione, come bene pubblico radicato nel sentimento politico del popolo sovrano. Ancora una volta, sfidata da un plebiscito che intendeva sfregiarla, la legge fondamentale viene rivitalizzata dal dormiente potere costituente. Gli altri motivi, che hanno orientato la ribellione di massa contro il governo, a ben guardare non sono affatto estranei al valore prescrittivo della costituzione-programma, cui i cittadini si aggrappano nei momenti in cui si annusa nell’aria una deriva autoritaria e le protezioni sociali vacillano.

Non c’è principio costituzionale più maltrattato (non solo) dall’esecutivo in questi anni (a partire da Draghi, in verità) di quello che rigetta la guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti internazionali. Il ponte, che Meloni intendeva creare tra le due sponde dell’oceano, è stato sabotato da milioni di schede. In tanti hanno gettato nell’urna l’indignazione dinanzi alla più servile accettazione della guerra, dell’esodo, dello stermino, del genocidio. Palazzo Chigi non ha voluto vedere i volti dei bambini annichiliti a Gaza, le migrazioni dei palestinesi e ora dei libanesi. Ha celebrato come giusta guerra difensiva il terrorismo folle per eliminare i capi religiosi iraniani, il rapimento criminogeno di Maduro, la morte violenta di Cuba.

Le catastrofiche conseguenze ideali delle guerre, con la corsa al riarmo per minare ogni negoziato in Ucraina, hanno dotato di una matita affilata milioni di ragazzi, che hanno graffiato il potere per un istinto primordiale di giustizia. Li volevano schiavi di algoritmi e indottrinati dalle idiozie di Fedez e invece la testa continua a essere la cosa più testarda con la quale difendersi. La madre e cristiana si riempie ogni volta la bocca della Nazione. Quando poi la nazione in carne e ossa parla con un irreversibile atto di volontà, la patriota fa finta di non ascoltare il grido che le intima la resa. Perciò evita il solo gesto di igiene costituzionale che, in circostanze analoghe, hanno compiuto Renzi, Cameron, De Gaulle.

Le conseguenze economiche della guerra mondiale a pezzi hanno ridestato dall’incantamento ampi ceti popolari, che vedono i loro diritti annichiliti. Le periferie hanno ripescato perciò nel fondo della memoria il ricordo antico che il fascismo vecchio e nuovo in ultima istanza significa sempre ricondurre la politica alla solita parola: guerra. Anche in America 8 milioni di cittadini hanno riempito le piazze in segno di rivolta contro la cricca capitalista della Casa Bianca che, a sostegno di una volontà di appropriazione delle risorse, accarezza la carneficina come una prova di vita eroica in tempi di ‘sostituzione etnica’. E se invece di raccattare lo spettacolo grottesco delle primarie (per una carica non prevista dalla Costituzione e invece cruciale nel disegno di eversione coltivato dal Governo) l’opposizione cominciasse, incoraggiata dal referendum, a pensare alla pace in un nuovo e più giusto ordine europeo e internazionale?

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