Interventi

Articolo pubblicato su “Strisciarossa” il 06.02.2021

Il “golpetto”, protesta ora il giornale di Travaglio, principale suggeritore di un governo indotto a schiantarsi in aula per asfaltare Renzi. I governi cosiddetti tecnici sono una regolarità nella storia repubblicana, negli ultimi trent’anni ben tre presidenti vi hanno fatto ricorso. Ha poco senso dunque contestarne la legittimità e gridare a forzature del principio di legalità. Il “commissario” che Mattarella ha dovuto convocare con parole drammatiche non nasce da un disegno personale di potenza, ma dal fallimento del maldestro tentativo di allargare la maggioranza con badanti, coniugi e affini.

Il principale sconfitto è senza dubbio Conte, percepito da influenti mondi economico-politici-culturali italiani ed europei come un interprete inadeguato nella gestione di una complessa fase del capitalismo e della democrazia. Capita agli statisti di lasciare il comando proprio al compimento della propria impresa. A Conte il destino, come sempre, cinico e baro ha imposto il congedo proprio mentre prendeva quota una sua opera fondamentale: la lotteria degli scontrini. Il Governo presieduto da un avvocato baciato dalla sorte non poteva che inventare una bella estrazione (lo fece persino Napoleone il piccolo) che a tutti concede la speranza di avere quanto prima in tasca qualcosa da sfiorare. Negli abiti del bravo presentatore-quiz Conte ha dato il meglio e le parole per descrivere il lieto evento gli venivano fluide come per dono naturale.

Nelle sue comunicazioni istituzionali esultava: “E poi ci sarà il super bonus. Se uno spende tanto, e quindi attenzione tanto non significa di importo rilevante, anche un singolo caffè e quindi tanti acquisti continuativi, i primi 100 mila sms avranno 1500 euro a testa. In più ci sono 50 milioni all’anno per una lotteria con estrazioni periodiche”. Dinanzi a queste parole pronunciate dal Presidente del Consiglio, chiunque conservasse un minimo di razionalità politica avrebbe evitato di pronunciare il fatidico “Conte o morte”. Chi in Europa controlla le cose della politica in paesi pericolosamente in bilico ha forse rotto gli indugi dinanzi a un governo che non ha predisposto un progetto, ma ha scritto delle paginette generiche per la destinazione a maglie larghe dei fondi.

Quel che resta dei poteri forti, e soprattutto le cancellerie più influenti d’Europa, che devono pur spiegare al loro elettorato inquieto i cospicui fondi elargiti agli spendaccioni mediterranei per una qualche mutualità continentale, non potevano più tollerare che all’economia della profonda stagnazione si rispondesse in Italia con lo Stato sussidiario, l’invenzione dei bonus vacanze, gli incentivi per i rubinetti e la circolazione dei monopattini che in un disordinato parcheggio invadono tutte le strade delle città. L’ordine dipinto dal Fatto come “un golpe bianco” è stato eseguito, come in altre occasioni, ma la soluzione tecnica di oggi è peculiare, assai differente dalle altre.

Non c’è alcun impedimento forzoso ad una prospettiva politica in gestazione, il Quirinale ha operato in nome dell’emergenza economica e sanitaria affrontata dal governo con larghe dosi di improvvisazione, immobilismo, irresponsabilità, cinismo tattico. La politica non è morta perché è stata convocata al Colle la risorsa di un super tecnico espresso dalle pubbliche istituzioni. Il decesso è avvenuto quando il giusto respingimento del ricatto del Papeete si è spinto sino al radicale mutamento di maggioranza nella conservazione dello stesso Presidente del Consiglio dei decreti sicurezza, della manovra del popolo, della vittoria contro la povertà. Una enormità, senza precedenti nelle vicende istituzionali, che ha annichilito il senso delle differenze politiche.

Quando Zingaretti non ha lanciato la sfida, rischiando anche di perdere alle urne ma comunque conquistando il 35-40 per cento dei voti, in una insperata dialettica ideale secca sinistra-sovranismo xenofobo, ha chiuso la sua leadership politica espansiva. Affidandosi poi al lodo Bettini per allargare la maggioranza ai costruttori, ai responsabili, e tener in piedi artificialmente un governo che ha avuto per stratega Casalino, ha ancor più firmato condanna del suo partito. Per la prima volta il Pd è oggetto di un intervento punitivo che ne spezza le credenziali come partito responsabile, di sistema. Con una insipienza tattica sorprendente, il Pd, che ha eretto il populista gentile Conte a risorsa della sinistra, ha contribuito alla resurrezione di Renzi, che ha umiliato in poche mosse spregiudicate e con irresponsabile destrezza il referente cartaceo delle procure lo stratega spaesato delle cose romanesche.

Al posto di rimpasti e tavoli inconcludenti il Pd avrebbe dovuto pensare a strategie di lungo periodo. Invece che del lodo Bettini avrebbe cioè dovuto discutere del lodo Gramsci, che però il segretario del Pd (al pari del leader della Cgil) ha confessato di non aver letto (insieme a Marx, Togliatti). Il compito della classe politica è, secondo l’autore dei Quaderni, quello di comprendere le condizioni date, cioè gli imperativi che si presentano nella divisione internazionale del lavoro e progettare, a partire da questi vincoli, il ruolo del proprio paese in una economia mondiale competitiva. Se manca questa attitudine ad interpretare il proprio tempo alla luce degli spazi produttivi specifici concessi dall’economia-mondo, rallenta il rendimento del sistema economico e il ceto politico fallisce nella sua funzione.

E qui interviene la soluzione tecnica come surrogato della debolezza politico-progettuale del capitalismo italiano. Ai tecnici (soprattutto a quelli di formazione burocratico-pubblica) viene affidata la interpretazione di un interesse medio di classe che i ceti proprietari non riescono a cogliere per l’assenza di referenti politici. La figura di Draghi è stata individuata come quella che più rassicura in una prospettiva europea sulla tenuta sistemica del capitalismo italiano e quindi sull’immunizzazione delle potenze continentali dai rischi di un contagio per la perdita di competitività, incapacità progettuale dell’economia italiana.

Non si tratta di una speculazione teorica. È un problema che si pone in termini persino drammatici alla luce della troppo lunga stagnazione italiana. Gli scenari dei prossimi anni annunciano un sorpasso cinese sull’America, alle prese anche con una crisi emergenziale del suo sistema istituzionale e con l’eredità delle manovre distruttive della sua leadership sleale, una sostanziale tenuta dei principali paesi europei (salvo uno scivolamento di qualche posizione per l’ascesa dell’India) e una caduta verticale dell’Italia, incapace di rimanere tra le 8 principali economie del pianeta e destinata a precipitare nelle periferie, pericolosamente sempre più vicina al ventesimo posto.

Le classi dirigenti dell’economia avvertono l’incombenza di questo esito tragico e forse cominciano tardivamente a pentirsi per i costi economici e culturali-amministrativi elevatissimi di certe loro recenti operazioni antipolitiche (la lotta alla casta, il sostegno mediatico a Grillo e alla sua piazza pulita). L’afonia della sinistra dinanzi al baratro è la cosa più rilevante di questa esangue stagione politica. Un governismo senza progetto è apparsa persino peggio della vocazione minoritaria perché ha bruciato le alternative, ha discreditato le classi dirigenti, quelle ancora superstiti.

Rispetto a Ciampi (demolizione giudiziaria e referendaria del ceto politico e gestione di una emergenza finanziaria per imporre i costi del risanamento fissati dai parametri europei) e a Monti (podestà forestiero invocato per piegare la riluttanza del governo Berlusconi-Tremonti a implementare le politiche di lacrime e sangue per il rientro dal debito e per tranquillizzare i signori dello spread), il compito di Draghi non è quello di un ragioniere della contabilità restrittiva ma quello di un decisore-selettore della qualità delle spese, con l’individuazione del debito “buono” indispensabile per il recupero delle strutture portanti di un capitale ossificato. Si apre così una sfida progettuale tra le esigenze di rilancio del capitale e le ragioni del lavoro.

Nella storia del ‘900 si sono sempre posti problemi strategici di lungo periodo, cioè accanto al progetto di cambiamento anche i contenuti irrinunciabili di un compromesso tra capitale e lavoro. Il primo fu l’incontro mancato, come lo definì Alberto Asor Rosa, tra Turati e Giolitti per una modernizzazione guidata secondo la saldatura di un patto conflittuale-cooperativo tra grande impresa e classe operaia. Il secondo approda alla sintonia neanche così muta Togliatti-Einaudi sulle esigenze della ricostruzione capitalistica che, alla caduta di un regime corporativo, implicava obiettivamente un certo tasso di “liberismo” (non fu persino Marx a scrivere un elogio, entro certe condizioni, del libero scambio?) e la rottura della sintonia confindustria-populismo realizzata con il commediografo Giannini.

Ora che il sistema economico italiano è giunto al collasso, la sinistra approda a un “populismo gentile” che assume come irrinunciabili, perché di sinistra (ma non sono pagati soprattutto dal ceto medio dipendente?) gli obiettivi redistributivi rivendicati dal grillismo con la manovra del popolo. Gli impegni redistributivi, che non sono stati posti quando andavano in tempo sollevati, cioè nel pieno dell’euforia blairiana che ha contagiato i governi dell’Ulivo, sono ora diventati un dogma. Non importa se finanziati in deficit, se per elargire i bonus a prescindere dalle politiche industriali il debito diventa insostenibile, se l’economia italiana travolta dalla pandemia non ha ancora recuperato persino rispetto ai dati negativi del 2008.

Affrontare una crisi di sistema (economica, sanitaria, territoriale, amministrativa, politica, culturale) senza una idea di sviluppo ma sotto l’egemonia della decrescita e con il governo di un anonimo avvocato del popolo appartiene al senso dell’azzardo che poi ha portato alla crisi della politica. Si sa che le scelte in materia economica, per programmare la destinazione dei fondi europei, hanno un impatto così forte e durevole da richiedere competenze, coinvolgimento di soggetti politico-sindacali-imprenditoriali-culturali. E invece sono prevalse incertezze delle decisioni, opacità dei centri coinvolti nella redazione dei progetti, sceneggiate a villa Pamphili.

Il rischio per la sinistra e il sindacato è di risultare oggi afoni e senza una vera forza contrattuale in una fase nuova della politica e dell’economia che richiede visione, prospettiva. Senza una elaborazione programmatica approfondita, discussa, si cammina da incoscienti nel precipizio e nell’assenza di capacità rappresentativa potrebbe riattivarsi il pendolo per cui al tecnico segue il comico che tormenta la politica italiana. Serve una cultura del conflitto e della mediazione. Il conflitto di classe è salutare per la democrazia e per l’economia al pari del compromesso, quando esso è storicamente necessario per impostare disegni strategici condivisi e scongiurare la rovina comune dei partiti e delle classi sociali antagoniste.

La partita tattica è finita, l’ha vinta Renzi. Le condizioni sono mutate grazie alla sua provocazione e però ora alla tattica corsara si sostituisce la strategia, terreno estraneo al rottamatore che sul progetto politico può essere assai vulnerabile. Ma per questo nella congiuntura che rimodella il capitalismo italiano serve una risposta tempestiva. Con Draghi si tocca il punto zero della sinistra, senza effettiva rappresentanza sociale e quindi incapace di contrattare compromessi sul modello di sviluppo e ridotta a pura e semplice vittima della rivoluzione passiva che assume un volto tecnico. Le sue sigle parlamentari escono tutte sconfitte e cadute nel discredito. Serve un cambiamento di personale politico, di modello organizzativo, di identità, di simboli. Dedicarsi alla costruzione di un vero partito del lavoro è il vero imperativo che la tregua del governo del presidente, invocato per raddrizzare la spina dorsale del capitalismo italiano, consente di perseguire.

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