Cultura, Femminismo, Temi, Interventi

C’è quella bella canzone di Leonard Cohen – Anthem, Inno – in cui si ripete: “C’è una crepa, una crepa in ogni cosa. È così che entra la luce…”. Rottura, frattura, faglia: si sono usate parole simili per definire quanto è successo nel discorso pubblico in questo paese dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin.

Qualcosa che è cresciuto nei giorni in cui non si trovava il corpo di Giulia, aumentavano sospetti e paure sulla sua fine, e, dopo che si è saputo che era stato l’amico/fidanzato Filippo Turetta a mettere orrendamente fine alla sua vita, è come esploso. Molti uomini, più di quanto non sia mai successo, hanno preso pubblicamente la parola per riconoscere che il problema della violenza maschile riguarda tutti. Perché tutti siamo in qualche modo attraversati dalla cultura patriarcale che la genera. È avvenuto in molte dichiarazioni sui social, e in interventi di maschi noti sulla scena mediatica. Giornalisti e scrittori come Michele Serra e Francesco Piccolo, o il segretario della CGIL Maurizio Landini, solo per citare alcuni nomi. E poi una partecipazione vastissima di tanti giovani maschi, a Roma e in molte città, alle manifestazioni del 25 novembre scorso, giornata mondiale contro la violenza contro le donne.

A produrre questa “faglia” hanno grandemente contribuito le parole della sorella di Giulia, Elena, e del padre Gino. La prima ha detto che l’assassino della sorella non è un “mostro” ma un figlio legittimo del patriarcato. Il secondo ha rotto lo stereotipo di una autorità paterna cui spetti il compito di fare legge, invitando gli uomini a saper essere “agenti del cambiamento”. Ne è nato anche un inedito confronto pubblico sul “patriarcato”. È stato messo in una crisi simbolica irreversibile dalla rivolta femminile e femminista dell’ultimo mezzo secolo? Non è mai scomparso, anzi è alla riscossa nelle parole e nelle azioni dei Putin, dei Trump, dei e delle tante esponenti delle destre che inneggiano da un punto di vista retrivo alla simbologia “Dio, patria e famiglia”? E si annida anche nelle ambiguità, nei silenzi, nelle declinazioni contraddittorie delle politiche della “parità” e dei “diritti” che vengono da sinistra?

C’è il rischio, in realtà, che si tratti di una “fiammata mediatica”, e che nulla cambi nella capacità, soprattutto da parte di chi la esercita, di contrastare con risultati visibili il ricorso alla violenza?

La domanda è al centro di una iniziativa promossa da Maschile plurale, nell’ambito di un progetto che intende produrre riflessione, proposte, occasioni di scambio proprio con l’obiettivo di “Contrastare la violenza di genere trasformando la cultura che la produce”. Un percorso – sostenuto coi fondi dell’8×1000 dell’Istituto buddista italiano Soka Gakkai – che si articola in diverse linee di intervento: le iniziative rivolte agli uomini che hanno agito violenza perché non si ripeta, in percorsi giudiziari e volontari; l’approfondimento degli interventi di formazione, in particolare nelle scuole; l’esame delle dinamiche violente tra i sessi nei contesti di una società multiculturale e nei processi migratori; la produzione di campagne di comunicazione rivolte ai maschi senza ricadere negli stereotipi del “vero uomo”; una ricognizione sulla comunicazione istituzionale e sul ruolo dei media nella formazione del discorso pubblico su questi temi.

Quest’ultimo punto è stato affrontato sabato 6 aprile in un incontro pubblico intitolato “La violenza maschile parla di noi. Parliamone” (qui i video della prima e della seconda parte dell’incontro). Una prima tappa, l’avvio di un “programma di lavoro” – come ha detto in apertura il presidente dell’associazione Maschile plurale Ermanno Porro – per valutare più attentamente l’ampiezza e la profondità della “faglia” aperta nel discorso pubblico, e soprattutto per pensare e agire nella direzione di tenerla aperta e di consolidare una “presa di coscienza”, oltre che di parola, prima di tutto da parte maschile. E in dialogo e scambio con le donne interessate a una interlocuzione, una iniziativa comune.

La giornata era articolata in due tempi: una riflessione sulla capacità maschile di “agire il cambiamento” e una ricognizione sul linguaggio e la azione del sistema dei media e delle fonti di informazione. Provo a riferirne superando un po’ questa divisione che si è rivelata forse troppo rigida – lo hanno osservato Stefano Ciccone e Letizia Paolozzi – citando argomenti e situazioni emerse in un racconto che ha avuto un sistema di riferimenti nella sostanza unitario.

Intanto la “presa di parola” è avvenuta non solo sulla scena più illuminata dei media, ma in molte altre situazioni. Per esempio in un centro antiviolenza, o nella aule scolastiche. Le reazioni di ragazze e ragazzi sono state interrogate da Cristina Carelli (Casa delle donne maltrattate di Milano) e Alessio Miceli (insegnante, di Maschile plurale). L’identificazione con la vittima Giulia provoca paura nelle sue coetanee ma l’insopportabilità dei comportamenti maschili violenti non acuisce il “vittimismo”, semmai rafforza il “desiderio di relazioni e di felicità, di libertà”. Mentre le affermazioni del padre e della sorella della ragazza sono ascoltate con attenzione diversa dagli studenti: Miceli conosce e vive la realtà di gruppi maschili che da qualche decina di anni si moltiplicano sulla spinta di un desiderio di cambiare, di aprirsi e interloquire superando gli ostacoli degli stereotipi patriarcali. Una esperienza che si sta allargando, e a cui partecipano uomini molto giovani, che spesso riflettono su loro stessi anche grazie a percorsi psicologici e analitici. Pratiche assai rare nella generazione maschile a cui appartengo.

Come è stato detto da Stefano Ciccone, Marco Deriu e altri, anche per noi la spinta non può venire solo dall’assunzione di una responsabilità e di una colpa collettiva, ma dal desiderio di liberarsi dalle gabbie simboliche e ideologiche che limitano anche la sensibilità maschile. E migliorare le nostre vite, le relazioni con altre e altri.

D’altra parte il rischio di vedere quasi esclusivamente la violenza, nelle relazioni tra uomo e donna e comunque nella sfera degli affetti e della sessualità – lo ha osservato Grazia Zuffa – rischia di ridurre la complessità di queste realtà in trasformazione. Tra l’altro giustificando tutti quei discorsi e quelle reazioni politiche che vanno quasi unicamente nella direzione di risposte repressive, con il paradossale effetto di inchiodare le donne nella posizione di vittime e i maschi in una ritrovata potenza “protettrice”. Mentre è proprio contro la nuova autonomia e libertà femminile che reagiscono, perdendo anche se stessi, quando ricorrono alla violenza fino al femminicidio, l’uccisione o il coinvolgimento dei figli, con la prospettiva, al minimo, della galera.

Che la trasformazione sia in atto lo dicono molti sintomi. Non solo l’essere ormai sulla scena politica protagoniste donne, qui da noi nella polarizzazione Meloni – Schlein. Scena che interroga uomini e donne sui rapporti tra la politica di “parità” che aiuta a “rompere soffitti di cristallo” e il pensiero e le pratiche del femminismo che hanno insistito sulla differenza sessuale e su un’idea radicalmente diversa del rapporto tra autorità e potere.

Il dilemma del linguaggio sessuato e dell’uso universale del maschile plurale – lo ha ricordato Letizia Paolozzi – è stato risolto dall’Università di Trento declinando ogni carica e funzione al femminile. E il rettore ha confessato che è stato utile per lui avvertire il disagio di vedersi compreso nel plurale di un altro sesso. Ma sarà così facile risolvere il problema grazie a nuove norme accademiche? E implicitamente, anzi dichiaratamente, universalizzanti? Resta che il linguaggio – ha insistito lo scrittore Giuseppe Cesario – è un’”arma” e quindi va utilizzato con grande cura.

La discussione sul patriarcato – ha osservato Paola Rizzi, giornalista dell’associazione Giulia (Giornaliste unite libere e autonome) – non è piaciuta alle destre ma vorrà pur dire qualcosa che anche il direttore di Libero Mario Sechi mentre critica quella che giudica la “strumentalizzazione politica di un femminicidio” usi tuttavia questo termine, simbolicamente così carico di critica al patriarcato. Forse questa è “una buona notizia”.

Un’altra buona notizia è che un uomo con una responsabilità istituzionale – il presidente dell’8 Municipio di Roma Amedeo Ciaccheri – racconti di essersi accorto che nel quartiere universitario nel suo territorio tutte le strade, senza eccezione, sono dedicate a studiosi di più o meno di chiara fama, tutti maschi. Anche il governo locale, invece, può attivarsi per modificare la città in modo che sia accogliente non solo per uno dei sessi.

Quanto alla “fabbrica delle notizie” che sono i media, è emerso che sono ancora soprattutto le donne a occuparsi dei problemi delle donne e della violenza, anche negli spazi “dedicati” sorti in varie testate negli ultimi anni: la 27esima ora del Corriere della sera (ne ha parlato Alessandra Arachi), Alley Oop del Sole24ore (Simona Rossitto), Parole nostre del Fatto quotidiano, esperienza però conclusa(Silvia D’Onghia), o la pagina L’Una e l’Altro de L’Unità che “ha ballato solo un anno nel ‘97” (Letizia Paolozzi). Se le giornaliste sono ormai metà della professione, ma raramente stanno nelle stanze di comando, firmano in “prima” o sono chiamate su temi generali in tv (ne ha parlato dati alla mano Francesca Dragotto, docente a Roma Tre). Uno sguardo diverso è venuto da giornalisti che operano in realtà più indipendenti come Radio Popolare (Lele Liguori) e Comune.info (Gianluca Carmosino). La presenza femminile è considerata indispensabile, e qui ci sono anche “archivi” prodotti da una visione più attenta da consultare, e un lavoro da proseguire.

Altro sintomo significativo: gli editoriali firmati da donne nelle prime pagine sono ulteriormente e drasticamente calati da quando l’informazione è stata invasa dalle notizie sulla guerra in Ucraina e poi dagli orrori in Israele e Palestina

Anche la violenza bellica riguarda soprattutto noi uomini, ed è legata alla violenza sessuale maschile? Chi scrive lo pensa, e una risposta molto netta è venuta dal video registrato da Edoardo Albinati: cinque minuti molto intensi dall’autore della Scuola cattolica, secondo il quale gli stupri di guerra – quelli recenti praticati da Hamas il 7 ottobre, ma ripetuti in tutte le guerre – sono la radice più profonda della dialettica amico/nemico. Per il maschio in guerra ancora oggi lo stupro appare non un episodio laterale, ma “il fine dell’azione e il culmine simbolico e non simbolico della violenza, persino più dell’assassinio”. Eventi spesso rimossi – come è avvenuto anche recentemente – mentre parlano di una sopraffazione primaria, dell’uomo sulla donna, che viene prima di tutte le altre e le sostiene. Un fatto di enorme rilievo politico, che proprio la politica tende a non vedere, se non come effetto collaterale.

Tesi che meritano un approfondimento e una discussione, anche nella riflessione sulla motivazione dell’opposizione a ogni guerra.

Segnalo infine, mentre si accende la discussione sul recente documento vaticano sulla “dignità infinita”, l’intervento di Paola Cavallari, dell’Osservatorio interreligioso sulla violenza alle donne, che rilancia la lettera aperta sulla pace nel mondo con la richiesta di scuse alle donne da parte delle gerarchie ecclesiastiche, e apprezza, con il comitato formato sulla legge sull’interruzione della gravidanza, la recente decisione francese di garantire l’aborto e la libera scelta delle donne in Costituzione. Aggiunge che non si tratta per lei di un “diritto” e ricorda, cosa che si rimuove molto spesso, che riguarda una sessualità maschile “autoreferenziale” e “non interessata al desiderio femminile”. Solo rimuovendo questi atteggiamenti si potrà eliminare il ricorso all’aborto.

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