Il prossimo 26 settembre, presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, si terrà l’Assemblea triennale del Centro per la Riforma dello Stato, il principale momento di elaborazione politica e culturale del Centro, che nell’occasione rinnoverà tutti gli organi direttivi.

Il Consiglio direttivo uscente ha deciso di dedicare la sessione pubblica di questo importante appuntamento a un confronto sul tema: “L’Italia, l’Europa, la democrazia. Cinquant’anni dopo il rapporto della Trilateral Commission”.

L’Assemblea sarà aperta al pubblico e vedrà la partecipazione di numerosi intellettuali, studiosi e esponenti politici della sinistra, dell’area progressista, dei movimenti.

Riprendere oggi, a oltre cinquant’anni dalla sua pubblicazione, il primo rapporto della Trilateral Commission sulla democrazia – redatto da Michel Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki, pubblicato in Italia con una prefazione di Gianni Agnelli – significa, da parte nostra, riaffermare la centralità del nesso esistente tra le trasformazioni del capitalismo, le forme della democrazia e l’ordine internazionale.

Una relazione che il pensiero critico è chiamato a interrogare con la stessa attenzione con cui, negli anni Settanta, veniva colta e sviluppata dal pensiero conservatore che elaborò quel documento.

La Trilateral Commission fu, in quegli anni, uno dei principali luoghi di elaborazione e d’incubazione intellettuale di quella che, di lì a poco, si sarebbe affermata come la controrivoluzione neoliberale.

Perno politico e teorico del Rapporto del 1975 era la denuncia dell’“eccesso” di democrazia nei Paesi a capitalismo maturo, la cui origine veniva individuata nel protagonismo del movimento operaio, nella forza crescente dei partiti della sinistra, nelle rivendicazioni sociali e politiche espresse dai nuovi movimenti sociali, la cui irruzione sulla scena politica mondiale aveva prodotto un sovraccarico di domande che si riteneva incompatibile con la stabilità dei sistemi politici ed economici occidentali.

A quella che veniva presentata come una crisi di governabilità, il Rapporto contrapponeva l’esigenza di restaurare il principio di autorità e di ristabilire la capacità decisionale delle istituzioni. La soluzione proposta, e successivamente tradotta in pratiche e indirizzi istituzionali in tutto l’Occidente, passava attraverso l’affermazione di una diversa concezione della democrazia, incardinata sul primato degli esecutivi, sulla mistica del capo, sulla stabilizzazione degli indirizzi politici.

La categoria della governabilità divenne così, già in quegli anni, il principio ordinatore di una nuova concezione della democrazia, nella quale la stabilizzazione degli esecutivi e la compressione dei canali democratici avrebbero dovuto prevalere sulla partecipazione politica e sociale. L’obiettivo che ci si proponeva era quanto mai ambizioso: la rimozione del conflitto.

Questa torsione si collocava all’interno di uno specifico contesto geopolitico ed economico, in una fase della Guerra Fredda in cui una parte delle élites capitalistiche occidentali avvertiva la necessità di stabilizzare il blocco occidentale e di affermare in quel contesto una nozione di democrazia alternativa a quella che si era imposta nel secondo dopoguerra con le Costituzioni antifasciste. Costituzioni che avevano incorporato nel cuore delle istituzioni delle società capitaliste il punto di vista del movimento operaio e delle sue organizzazioni politiche. Si avviava così quel processo di svuotamento delle pratiche democratiche e dei loro corollari sociali, i cui effetti sono oggi sotto i nostri occhi: verticalizzazione del consenso, sterilizzazione delle rivendicazioni sociali, torsione tecnocratica degli indirizzi politici, criminalizzazione del dissenso.

A questa ridefinizione formale, restrittiva e tecnocratica della democrazia, accompagnata, sul piano delle politiche, da un cambio di paradigma che avrebbe investito appieno i rapporti tra Stato e mercato, tra diritti e capitale, anche gran parte delle formazioni politiche dell’area progressista e di sinistra (salvo rare eccezioni) avrebbero offerto il loro contributo, oscillando tra l’accettazione passiva del nuovo pensiero unico e la promozione attiva delle parole d’ordine della nuova egemonia che si andava consolidando.

Contestualmente, con il collasso dell’Unione Sovietica, l’Occidente ritenne di poter cristallizzare un nuovo assetto unipolare, fondato sull’egemonia degli Stati Uniti e sull’affermazione del capitalismo di mercato. L’offensiva egemonica neoconservatrice, alla cui elaborazione la Trilateral aveva contribuito, fu talmente penetrante e incisiva da convincere gran parte del mondo che si era di fronte alla “fine della storia”: il capitalismo liberale aveva oramai definitivamente trionfato in tutto il pianeta, consegnando il conflitto tra modelli alternativi di società nella spazzatura della storia.

In questo nuovo ordine unipolare, il richiamo ai “valori democratici” dell’Occidente non tardò a tramutarsi in strumento contundente contro i popoli del mondo, buono anche a giustificare operazioni di espansionismo egemonico e, finanche, le guerre.

Il punto di rottura che interrompe la fase espansiva dei processi di globalizzazione capitalista è la grande crisi iniziata nel 2008, che non solo fa emergere le contraddizioni dell’economia neoliberale fondata sulla finanziarizzazione e sulla libera circolazione dei capitali, ma mette sotto pressione anche sistemi politici ormai “postdemocratici” (secondo una nota definizione) che, liberati dalla necessità di fare fronte al conflitto sociale, erano ormai anche incapaci di assorbire una domanda di protezione sociale che nelle fase recessive si fa più forte e intensa, alimentando il rancore verso le istituzioni.

Il re era nudo: la crisi economica aveva, in pochi mesi, disvelato le fragilità del capitalismo occidentale offrendo peraltro alla Cina l’occasione di compiere un decisivo cambio di passo nel proprio percorso di sviluppo. Ancora una volta, dunque, come nei decenni conclusivi della Guerra fredda, la crisi è insieme crisi del paradigma economico, degli assetti politico-istituzionali e dell’ordine internazionale.

È da qui che dobbiamo ripartire per decifrare il disordine del presente. L’espulsione delle masse dai circuiti della decisione politica ha costituito il presupposto strutturale per lo spostamento a destra dell’indirizzo economico e sociale delle politiche pubbliche. La progressiva erosione degli spazi della partecipazione e della rappresentanza ha lasciato un vuoto che è stato occupato da forze politiche capaci di intercettare il disagio sociale attraverso risposte identitarie, regressive e autoritarie. L’esito lo conosciamo: l’avanzata delle destre, il consolidamento delle spinte nazionaliste, le torsioni autoritarie in aree nevralgiche del mondo. Dagli Stati Uniti all’Europa orientale, dalla Germania al Giappone, dall’Italia a molte realtà dell’America Latina.

Allo stesso tempo, l’economia capitalista attraversa una fase di trasformazione profonda. Archiviato il mito espansivo della globalizzazione, assistiamo oggi a un processo di parziale arretramento e di frammentazione del mercato mondiale, sempre più condizionato dalle logiche della competizione geopolitica e della politica di potenza. Al centro di questa dinamica si colloca il tentativo dell’Occidente di contenere l’ascesa del Sud Globale e la rinascita della Cina, divenuta, in questi anni, una grande potenza economica, tecnologica e politica. Una sfida difficile da affrontare. Lo è per l’Europa, ma anche per gli Stati Uniti.

L’Unione europea, alla ricerca di una nuova collocazione nel mondo, ha consentito agli Stati membri di derogare, “in via eccezionale”, agli inveterati e intangibili dogmi dell’austerità e del rigore finanziario, ma non per sostenere la spesa sociale, la scuola, la sanità, la coesione territoriale e i servizi pubblici. L’unica “eccezione” ammessa alle stringenti regole del Patto di stabilità riguarda la possibilità di finanziare i piani di riarmo, incrementare le spese belliche, rafforzare gli apparati militari necessari per alimentare la contrapposizione con il nemico (in primis la Russia, ma, sullo sfondo, anche la Cina).

Non meno complessa è la condizione politica e strategica degli Stati Uniti, alle prese con un dilemma di difficile soluzione: da una parte, la necessità di reindustrializzare il Paese, rafforzarne la base produttiva e ridurre l’enorme debito estero; dall’altra, l’esigenza di preservare il primato globale del dollaro e, con esso, la propria proiezione egemonica. Una contraddizione destinata ad alimentare i sentimenti di frustrazione e le fibrillazioni sociali che investono oggi la società americana – di cui le due vittorie elettorali di Donald Trump sono una delle espressioni più evidenti – e che le classi dirigenti statunitensi sembrano sempre più inclini ad affrontare attraverso l’impiego della forza nel mondo e fomentando le politiche di guerra.

Lo stato del mondo ci pone oggi al cospetto di un nodo cruciale, segnato dall’intreccio sempre più marcato tra capitalismo, democrazia e guerra. Un nodo denso di pericoli, alcuni dei quali spaventosi.

Per questo, come CRS, insieme ad altre associazioni e centri culturali e di ricerca della sinistra e dell’area progressista, ci siamo fatti promotori della proposta di una nuova Helsinki: un’iniziativa volta a ricostruire le condizioni di un nuovo equilibrio internazionale fondato sul dialogo, sulla cooperazione e sulla sicurezza condivisa. E che, pertanto, rifiuta le logiche della competizione militare e le spirali di guerra.

Allo stesso tempo, sarebbe però un errore non riconoscere le grandi opportunità che questo passaggio storico porta con sé. Per la prima volta nella storia moderna, popoli che per secoli sono stati relegati ai margini e ridotti a passivi destinatari della volontà imperiale delle potenze dominanti dispongono oggi della forza politica, demografica ed economica necessaria per far valere i propri bisogni e la propria visione del mondo. È un fenomeno profondo, un vero e proprio processo di decolonizzazione su scala globale, i cui esiti non sono scritti, ma che apre spazi inediti per la costruzione di un ordine internazionale multipolare e cooperativo.

Per scongiurare gli attuali pericoli e valorizzare quanto di incoraggiante si intravede, deve emergere un punto di vista alternativo, organizzato e radicato nelle prassi politiche che già contestano lo status quo. Questa visione prende forza dall’impegno delle donne contro il patriarcato, dai giovani che si mobilitano contro le guerre e per porre fine al genocidio di Gaza, dal diffondersi dei movimenti per la giustizia climatica e per una tecnologia ecosostenibile a beneficio della collettività, non dei grandi monopoli privati. Ma è anche necessario che a ciò si affianchi un punto di condensazione sociale, politico e teorico. Esso risiede in ciò che il conservatorismo della Trilateral identificava come problema strutturale, e che il pensiero critico deve rimettere al centro: il punto di vista del lavoro, in cui si saldano critica del capitalismo, internazionalismo e rilancio dei contenuti sociali della democrazia.

Siamo convinti che vada ricostruita la capacità delle culture progressiste e di sinistra di dotarsi di un punto di vista autonomo sul mondo e sulla storia, un pensiero capace di leggere le forme contemporanee del conflitto, comprenderne le trasformazioni e anticiparne gli sviluppi.

Sentiamo, come centro studi, la responsabilità di contribuire a questo lavoro di lunga lena, che richiede di mettere in rete energie, lotte e conoscenze. Ma richiede anche di riattivare una relazione che per troppo tempo si è interrotta: quella tra sapere e politica, tra impegno militante e istituzioni, tra ricerca e movimenti, tra centri studio e università, tra elaborazione teorica e pratica politica.

Nella sua Assemblea triennale, il CRS intende muoversi in questa direzione in questa direzione.

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