Basta una qualunque intelligenza artificiale per sapere cos’è Spin Time: nato nell’ottobre 2013 con l’occupazione di un ex palazzo INPDAP di 10 piani e 21.000 mq nel rione Esquilino (via Santa Croce in Gerusalemme), promossa dal movimento Action per il diritto all’abitare. Oggi ospita circa 500 persone di 26 nazionalità diverse, tra cui oltre 100 bambini, e funge da ecosistema di solidarietà, cultura e servizi comunitari. Da anni è in trattativa con il Comune di Roma per regolarizzare la sua situazione, ma la proprietà privata intende trasformarlo in un albergo di lusso. Serve però un’intelligenza umana, troppo umana (aggiungerebbe, a ragione, il filosofo) per capire di cose è nome Spin Time; di cosa, cioè, significhi per noi quell’esperienza, di come ci parli del presente e contro il presente.
Spin e il Mondo
Le gazzette impazzano, la tv guaisce, i social insistono: dopo lo sgombero del Leoncavallo a Milano e dell’Askatasuna a Torino, la destra imperante vuole liberarsi anche di Spin Time a Roma. Al netto delle differenze locali: fra questi tre luoghi e fra queste tre città (ha ragione Sergio Bologna a mettere in relazione l’Askatasuna e il contemporaneo affossamento definitivo da parte degli Elkan di quello che restava di torinese nel loro “impero”) rimane il filo nero di una generazione (quella che sta al governo, di persone come Giorgia Meloni o Matteo Salvini) che, cresciuta negli anni novanta, ha sempre provato “per le zecche dei centri sociali” un misto di ammirazione e di repulsione (si legga il sempre preciso Giuliano Santoro). Questo sentimento nasceva dalla frequentazione su sponde opposte di quelle stesse strade dove il conflitto avveniva, anche in maniera spicciola, fra la prima generazione precaria che creava “centri sociali autonomi in periferie asociali eteronome” e loro, i fascio-leghisti, in bilico fra l’abbraccio mortale del berlusconismo e le velleità stradaiole ribellistiche da “esuli in patria” (per citare un loro osservatore speciale). Negli anni successivi, il Silvione nazionale li ha definitivamente fatti entrare nella stanza dei bottoni e, oggi, questa stanza è addirittura dentro una casa bianca. Ma allora perché tanta acredine, ancora? Basta solo la vendetta a spiegare la caccia al centro sociale? Si, chiaro; ma non la vendetta personale di una rissa fa, ma quella sistematica e padronale che, dal 1989-91, il capitalismo trionfante ha scatenato contro il lavoro. L’elemento umano soccombe all’imponderabile, all’inevitabile peso del profitto, la vendetta padronale ha preso il sopravvento su tutto e tutti; liquidato lo Stato sociale, sciolto il partito, disarmato il sindacato, ci ritroviamo come foglie sugli alberi di un autunno sempre meno caldo. Chi vive oggi a Spin non ha una casa, ha spesso una storia di migrazione, un lavoro (se ce l’ha) precario, una condizione comunque vulnerabile perché ottenere la residenza lì è ancora una lunga battaglia contro l’art. 5 del decreto Renzi-Lupi. In questa situazione, la Chiesa, potenza mondo, è sempre stata presente. Papa Francesco prima, Papa Leone poi hanno voluto che a Spin si svolgesse il Giubileo dei Movimenti popolari nell’ottobre scorso. “Oggi portate di nuovo lo stendardo della terra, della casa e del lavoro, camminando insieme da un centro sociale – Spin Time – al Vaticano” ha detto il Papa, citando le tre T (Tierra, Techo, Trabajo) alla base delle richieste dei movimenti popolari venuti a Roma. Spin Time è stato quindi al centro del mondo per pochi giorni. Pochi ma buoni, per dire che la condizione di chi vive a Spin non è una condizione singola ma comune, che la precarietà è ormai ontologica, che lo stendardo (e non la recente e distruttiva fiaccola olimpica!) deve continuare la sua corsa per il mondo. La questione abitativa è la questione agraria del nostro tempo e diventa centrale nella contemporaneità, come ci ricorda spesso Marta Fana. E, ci ammonisce Walter Tocci, “per non morire di rendita occorre una svolta nelle politiche urbane. Ma prima ancora è necessaria una mobilitazione culturale per ribaltare almeno un trentennio di narrazioni dominanti, luoghi comuni, ideologie parassitarie, pratiche pubbliche e private ormai insostenibili”.
Spin e Roma
Il capitalismo ci arriva, per chi ce l’ha, anche in casa: il “non avere una lira” è tormentone mai aggiornato all’euro, ma davvero il divano, un tempo utile per un sacco a pelo e un amico, ormai è su una piattaforma per quadrare quel salario sempre più da fame. Ci muoviamo in città devastate dal turismo, in un susseguirsi di ristorantini di bassissima qualità, negozi di souvenir infimi, ncc e auto onnipresenti con la scusa della trazione elettrica, alberghi di lusso, di extralusso, di extrasuperlusso; eppure, ci dobbiamo vivere, lavorare, passeggiare in queste rovine post-moderne. E, udite, udite, anche occupare le case… Questo “anomalia selvaggia” (avrebbe detto un altro grande filosofo) è Spin Time. Anomalia perché le occupazioni ormai sono tutte o quasi periferiche; mentre Spin garantisce e densifica un centro, quello di Roma, sempre più vuoto e svuotato di quel ceto popolare che, dopo il glorioso equo canone, è finito a vivere in collina. Selvaggia per quell’aspetto carnascialesco che ha un’occupazione che unisce abitativo e cultura, Chiesa e profano, gatti e cani. Un aspetto che solo i benpensanti disprezzano giacché lì, nel luogo Spin Time, si ha la sensazione precisa di quello Wu Ming 1 dice:
“la distinzione luogo/spazio è alla base di ogni geografia critica. Un luogo è il peculiare insieme delle sue qualità, l’incrociarsi di persone e lo stratificarsi di storie che lì, proprio lì, si verificano. Lo spazio è quantità, misurazione, tot metri, tot mq, che spesso vuol dire tot euro a mq, tot valore da estrarre nell’ambito di questo o quel progetto di «riqualificazione» o «rigenerazione»”.
Ecco Spin è “un luogo, è unico e non replicabile. Non può esistere lo stesso luogo… altrove”. Qui, a Spin, fra le altre cose, iniziò la campagna elettorale del sindaco di Roma con un dibattito fra quanti si presentavano alle primarie del centro-sinistra. Nel 2027 ci saranno le nuove elezioni e sarà fondamentale che Spin venga acquisito (anche nel senso letterale del termine) come tema centrale, come pietra miliare, come discrimine fra chi si è arreso alla rendita e chi no (Mamdani a New York o Sheinbaum a Città del Messico). Al livello mondo, infatti, il conflitto fra governi centrali di destra e amministrazioni comunali di sinistra sembra un’importante e utile faglia. Spin Time dovrà essere e rimanere il luogo per chi, come noi, cerca possibili vie d’uscita dalla vendetta padronale.
Spin e l’Esquilino
Sempre Wu Ming 1 prosegue:
“tu difendi un luogo chiamandolo «spazio», ma la controparte vede proprio quello, uno spazio, e al massimo ti dice (o fino a qualche tempo fa ti diceva): avevate trecento metri quadri, giusto? Ve ne diamo altrettanti a dieci chilometri da qui. A dispetto del rapporto col quartiere e chi lo abita, della specificità delle esperienze”.
Spin ha senso lì dov’è perché il quartiere circostante vive di Spin: via di Santa Croce in Gerusalemme è una delle poche strade dell’Esquilino senza “serrande chiuse”; i numerosi bambini di Spin vanno a scuola, a piedi, alla Di Donato in un felice connubio; Spin è uno dei promotori di quel Polo Civico Esquilino, interessante coagulo dell’associazionismo civico del rione su cui anche il Comune ha tanto insistito in termini di legislazione (esiste un “regolamento dei poli civici”) e investimenti. In una società, come la nostra, con la “febbre del valore” (in cui tutto è valutato), Spin ha “subito” la Valutazione di Impatto Sociale curata da Open Impact e da Università RomaTre. Il risultato ha identificato Spin come un modello innovativo di welfare integrato e di rigenerazione urbana. Che poi basterebbero queste poche righe per “smontare” l’improbabile e fuorviante parallelo con Casa Pound, l’occupazione fascista non lontana. Casa Pound non ospita una felice moltitudine di persone sparse ma pochi e convinti militanti; Casa Pound non ha alcun impatto sociale sul rione se non nella promozione del solito e stantio fascismo (magari repubblichino). Come si cura il nazi si chiede Franco Bifo Berardi. E la risposta è nel cercare, nella solitudine del turbo capitalismo, forme reali di radicamento, di comunità, di tenerezza, come appunto fa Spin (non certo Casa Pound). Casa Pound occupa un edificio pubblico, infine; mentre Spin ha voluto occupare uno spazio privato per trasformalo in un luogo pubblico, con l’idea repubblicana (l’articolo 42 sulla “funzione sociale” della proprietà privata) che ispirò Giorgio La Pira (sempre osannato, mai praticato) nelle politiche abitative di Firenze.
A mo’ di una conclusione che conclusione non è, Spin Time è quel posto che cerca senza “microprocessori o biotecnologie, ma dal livello più elementare, con la bellezza dell’artigianato” (sempre il Papa) di costruire un Mondo più equo, una Roma più bella, un Esquilino più giusto. E sabato si è vista, intorno al luogo Spin, parafrasando il Nostro poeta, quella social catena che strinse i mortali contro l’empia natura del Capitale.
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