1. C’era una volta…
Che cosa significava “impresa pubblica” nel secolo scorso? L’efficienza leggendaria delle Poste tedesche affascinò i pensieri forti del Novecento; per Max Weber erano l’incarnazione dell’efficienza razionale, per Lenin il modello ideale di un monopolio capitalistico di Stato, per Mark Twain una meraviglia del mondo. Quel modello fu applicato in diversi regimi e in molti settori. È l’epoca che David Graeber ha definito delle “tecnologie poetiche”, perché capaci di immaginare, costruire e gestire imprese che prima non esistevano, se non come funzioni accessorie della macchina militare. Reti postali, energetiche, logistiche e di telecomunicazioni.
Da Beneduce a Fanfani, l’Italia costruì una versione non banale di quel modello. Le imprese pubbliche avevano ciascuna una missione chiara e una forte autonomia. Il potere politico nominava il capoazienda e otteneva assunzioni e investimenti mirati nei vari collegi elettorali; ma non condizionava né le carriere, né l’operato dei dirigenti. Erano le aziende a decidere non solo il come ma anche il che cosa fare e verso dove; non solo l’execution, ma anche la vision. I capi azienda col tempo diventarono quello che allora furono chiamati i boiardi e oggi chiameremmo gli oligarchi, ciascuno nel proprio campo più potente del Governo di turno.
Per lungo tempo questo modello ha funzionato.
Le cause della crisi, diventata evidente nell’ultimo decennio del secolo, sono molteplici.
Nelle telecomunicazioni le applicazioni internet e poi la telefonia mobile imponevano una nuova visione. L’oligarca del settore, Ernesto Pascale, inventò il progetto Socrate, un piano faraonico per portare la tv via cavo nelle case.
2. La privatizzazione
(Avvertenza: chi scrive è stato testimone e attore secondario di questa fase, guardandola prima dal punto di vista di un partito di governo, poi da dentro le imprese).
Nell’estate 1996 si è appena insediato quello che sembra il miglior Governo di sempre. La partita Telecom è nelle mani di Prodi, Ciampi, Draghi e Maccanico, non una squadra di sprovveduti. Per prima cosa licenziano Pascale, fermano Socrate e poi sbagliano due volte, con la privatizzazione integrale e con la scelta di affidarne alla FIAT il controllo. Attenuante: la priorità per quel Governo era l’ingresso nell’euro. Quei 20 mila miliardi di lire incassati con la privatizzazione erano necessari per rientrare nei parametri. Ma col senno di poi molti pensano che sarebbe stato meglio fare come Francia e Germania, che hanno mantenuto in mano pubblica una quota di minoranza ma di controllo.
Il motivo più profondo per la fretta per cui quel Governo privatizzò è che anche quel Governo dei migliori non aveva una visione strategica per le telecomunicazioni. La visione ce l’avevano invece le grandi banche di affari statunitensi che, presidente Clinton, inventarono il turbocapitalismo. Una cordata di medi imprenditori, i capitani coraggiosi come li chiamò D’Alema, poteva con una offerta pubblica di acquisto ricomprare l’intera Telecom Italia con un debito, che sarebbe stato poi incorporato nell’azienda e ripagato trasformando i profitti in rendita finanziaria per le banche. L’idea non dispiacque al nuovo Governo D’Alema, perché così si rompeva l’oligarchia del capitalismo familiare italiano. Inoltre con la gestione FIAT allo sbando, se l’opa fosse fallita, il Governo avrebbe dovuto assumersi l’onere di affrontare un problema industriale che ormai era diventato un problema finanziario. E neanche quel Governo aveva una idea di politica industriale al livello della rivoluzione annunciata dalla prima bolla internet. L’idea di Colaninno e di Pelliccioli era la cosiddetta new economy, con l’integrazione tra Seat-Pagine gialle e Tin.it con i marchi Virgilio e la televisione la 7, per fare un salto tecnologico nella raccolta pubblicitaria. Forse troppo tardi in un mondo globalizzato dove Google stava diventando quasi monopolista nei motori di ricerca e Mediaset nella pubblicità televisiva, e troppo poco mentre Apple stava per lanciare l’iPod e poi l’iPhone.
Da allora a ogni cambio di maggioranza politica è cambiato l’azionista di controllo di Telecom Italia e tutti si sono trovati alle prese con esercizi finanziari sempre più spregiudicati.
Berlusconi, per rientrare nel salotto buono milanese e per ridimensionare la 7, favorì la controscalata di Tronchetti Provera, senza opa, ma ricomprando solo le quote dei capitani non più coraggiosi. L’idea di Tronchetti era l’integrazione fisso-mobile con il nome comune di TIM, non per motivi industriali, ma per evitare che gli ingenti profitti di TIM fossero tassati prima di passare in Telecom Italia, dove dovevano ripagare gli interessi del debito. L’operazione riuscì aumentando però a 44 miliardi il debito, proprio mentre gli extra-profitti della telefonia mobile cominciavano a ridimensionarsi, per effetto da un alto della concorrenza domestica, dall’altro del trasferimento dei margini over the top, cioè sopra la rete verso le grandi imprese digitali americane.
Poi fu il turno delle banche italiane, che in seguito passarono la patata bollente agli spagnoli di Telefonica e poi ai francesi di Vivendi, dei cui piani industriali non vale la pena di parlare.
3. La ri-nazionalizzazione
C’è una ironia della storia nel fatto che un settore strategico che è stato privatizzato dal Governo più di sinistra d’Italia, venga nazionalizzato da quello più di destra.
Ma sbaglieremmo a leggere questo passaggio con la categoria del sovranismo, a maggior ragione dopo che questo Governo è lo stesso che ha assecondato TIM nel vendere a un fondo di investimento statunitense addirittura la rete, cioè il pezzo dell’azienda più inestricabile da qualsiasi idea di nazione.
In realtà anche questo Governo, come tutti i precedenti, insegue un problema finanziario senza una politica industriale. Senza la rete TIM ormai è una società di servizi, come i suoi concorrenti, ma con il triplo dei dipendenti e del debito. Ora si diluisce entro Poste Italiane, che di dipendenti ne ha 120mila e che si è riconvertita in una impresa che opera nella logistica e nei servizi finanziari.
Dal punto di vista capitalistico si tratta di due imprese strutturalmente inefficienti. Troppo grandi per fallire; ma chi paga? Cosa può venire fuori da questa somma di persone, di debiti, di funzioni?
In attesa del piano industriale (ma quando?) viene annunciata la solita modernizzazione digitale. Un mantra orizzontale che dovrebbe pervadere tutte le attività del paese con benefici indefiniti.
Guardiamo i lati positivi:
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