Pensavamo, o forse speravamo, che non fosse come tutto lasciava presagire, quando pubblicammo un testo di commento alle bozze trapelate sull’AI Act all’italiana. Pensavamo, o forse speravamo, che dopo due mesi di riflessione in più, con qualche maggiore approfondimento del senso della normativa europea, o quantomeno del concetto moderno di libertà scaturito dopo la rivoluzione francese, potesse portare a un testo con maggiori garanzie democratiche, per il dissenso e i cittadini tutti. Così non è stato.
Quel che mal presentati documenti ufficiosi lasciavano a suo tempo ampiamente presagire negli scorsi giorni si è pienamente verificato, a conferma che la logica di sorveglianza e di punizione che visibilmente anima la maggioranza è ben lungi dall’esser mitigata. Il recepimento italiano dell’AI Act va pienamente a costituire un ulteriore tassello al “sorvegliare e punire” che costituisce l’unica azione di governo su cui questa è in grado di operare.
Un recepimento che stravolge ogni garanzia
Due mesi fa, il governo Meloni presentava i decreti attuativi dell’AI Act come un adeguamento formale alla normativa europea. La stampa mainstream, salvo poche eccezioni, accolse la notizia con modalità e toni fotocopia da comunicati stampa governativi, sottolineando, con enfasi inutilmente, eccessiva il primato italiano nell’adeguamento alle regole europee. Oggi, quel dichiarato recepimento si rivela per ciò che abbiamo già evidenziato allora: una corsia preferenziale verso azioni di sorveglianza di massa. A dispetto di ogni dichiarazione diffusa in velina e dell’intero spirito della normativa europea.
Il 29 luglio, con un blitz in commissione Politiche europee al Senato, la maggioranza ha approvato l’atto del governo 418 di recepimento dell’AI Act Europeo, in totale e voluta assenza di una qualsivoglia discussione parlamentare che potesse modificarne la natura. I lavori sono stati sospesi con i senatori dell’opposizione che hanno abbandonato l’aula denunciando “una forzatura gravissima”. Il tutto mentre il Governo premeva per chiudere l’iter entro l’estate. La procedura è rapidissima, il Parlamento deve solo esprimere un parere non vincolante. Nessun emendamento, nessuna discussione vera. Il metodo, già di per sé, è un messaggio politico: su un tema che incide sulla libertà dei cittadini, la maggioranza non ammette confronto.
La raccolta biometrica a strascico
L’articolo 10 del decreto introduce la possibilità di raccogliere e conservare per sette giorni i dati biometrici di tutte le persone che accedono a luoghi pubblici dove sussistano esigenze di ordine pubblico. In concreto: una manifestazione, un corteo, una piazza, uno stadio. Una processione, una festa patronale o un funerale. La polizia potrà acquisire i tratti del viso e l’iride di chiunque vi transiti durante la settimana precedente. In assenza di sospetti o di reati commessi, è sufficiente la potenziale “esigenza” di controllo. Come dichiarato dal senatore Filippo Sensi, “Si ammette la costituzione di un archivio di volti, orari e luoghi costruito in via anticipatoria su una platea indifferenziata di cittadini che non sono sospettati di alcunché”.
L’articolo 8, poi, aggiunge la possibilità di attivare il riconoscimento facciale in tempo reale senza autorizzazione del giudice nei casi di urgenza, con una semplice comunicazione “anche in forma orale” al pubblico ministero. L’autorizzazione può durare quindici giorni ed essere prorogata per altri quindici giorni. L’AI Act, invece, richiede un’autorizzazione preventiva da parte di un’autorità giudiziaria o amministrativa indipendente. La procedura italiana non solo elude il controllo giudiziario, ma lo rende sostanzialmente impossibile quando più serve.
C’è un elefante nella stanza, si chiama polizia predittiva
Due mesi fa, il tema della polizia predittiva era stato sollevato solo da poche analisi critiche. Tuttavia la raccolta preventiva di dati biometrici è materia prima per qualsiasi modello predittivo. La formazione obbligatoria su “analisi predittiva”, prevista nell’articolo 6, fornisce al personale capacità di utilizzo di strumenti che formalmente non sono ancora autorizzati, e la collaborazione con privati può facilmente permettere analisi sullo schema del software Gotham di Palantir o di altre aziende.
Vista la matrice repressiva che anima il Governo (siamo oltre quattro decreti sicurezza e l’autorizzazione al carcere per minorenni) il rischio più che concreto è che, senza un divieto esplicito, questi strumenti vengano usati informalmente o “sperimentalmente”. Il ministro Piantedosi, all’atto della presentazione del decreto ha dichiarato che l’IA servirà a prevenire i reati, non solo a scoprire i colpevoli. È una frase mitigata, all’apparenza, ma è anche un’apertura che, unita alla raccolta di massa di dati, fa della polizia predittiva una prospettiva tutt’altro che remota.
Le garanzie di cui parlavano Mantovano e Piantedosi?
La conferenza stampa di inizio giugno aveva visto Mantovano parlare di “cornice antropocentrica” e Piantedosi garantire “nessun Grande Fratello”. Due mesi dopo, quelle parole risuonano come una gigantesca maschera di elusione rispetto agli scopi reali. Il Garante della privacy, interpellato sul decreto, ha espresso forti riserve (qui e qui), sottolineando come la raccolta preventiva e generalizzata di dati biometrici non sia coerente con l’impostazione dell’AI Act. Ma il suo parere è stato ignorato. Il Governo ha scelto di accelerare, non di ascoltare.
A settembre, la Commissione europea dovrà valutare formalmente il decreto italiano e verificarne la compatibilità con il diritto comunitario. L’esame risulta palesemente in salita, con le critiche di Bruxelles che già si sono informalmente palesate. Ma anche qui si profila un paradosso: il Digital Omnibus, entrato in vigore il 27 luglio, ha già indebolito l’AI Act, rinviando a dicembre 2027 gli obblighi sui sistemi ad alto rischio.
Nel frattempo, dopo il blitz del Senato, nel passaggio alla Camera del 30 luglio hanno fatto irruzione i giochi politici interni alla maggioranza. L’onorevole Rossello, molto vicina a Marina Berlusconi, ha inserito nel suo parere diverse criticità. In attesa di un chiarimento di maggioranza, su questo ma soprattutto su altri dossier critici (tra cui la legge elettorale), la discussione è stata sospesa. Uno stop temporaneo, in quanto il decreto, nelle intenzioni di Mantovano, deve chiudersi il più velocemente possibile, essendo i pareri nelle commissioni non vincolanti.
Dato il contesto complessivo c’è da stare certi che difficilmente le intenzioni repressive dell’intera compagine governativa subiranno uno stop significativo. Lo spionaggio di giornalisti e di attivisti, e l’impunità che lo ha circondato, funge da monito: i procedimenti penali relativi a quei fatti sono ancora “contro ignoti”. E ora, in questo Paese dove la sorveglianza illegale è già una piaga impunita, il decreto vuole aggiungere database biometrici di massa, senza sospetto e riconoscimento facciale in tempo reale attivabile con una telefonata al PM. A garanzia che nessuno disturbi il manovratore i controlli sono affidati ad AgID e ACN, due agenzie i cui vertici sono nominati dal Governo e che risulta pertanto difficile considerate indipendenti.
Se già oggi lo spionaggio di giornalisti e attivisti viene liquidato come un fatto marginale cosa succederà domani, quando la polizia potrà attivare l’identificazione biometrica d’urgenza con una semplice comunicazione orale? Chi vigilerà affinché quei database di 7 giorni non diventino dossier nascosti nei cassetti? Chi sanzionerà l’agente che usa il riconoscimento facciale per seguire un attivista?
L’aspirazione al Grande Fratello della maggioranza
Il decreto sull’IA non è un episodio isolato, è parte di un disegno più ampio di inasprimento del controllo e della repressione, specie nei confronti delle parti più deboli, che la maggioranza di destra sta portando avanti con determinazione. Dopo plurimi decreti sicurezza (l’ultimo approvato a maggio 2026), con misure che vanno dal DASPO, al fermo preventivo di 12 ore per i manifestanti, al rafforzamento dello “scudo penale” per le forze dell’ordine, è di questi giorni la proposta di legge di FdI che allarga le condizioni di punibilità per includere, senza reati associativi, chi partecipa a manifestazioni che finiscono in scontri. Con questa proposta si delinea ufficialmente il concetto di “eversione di piazza”. Ogni commento è lasciato al lettore.
L’AI Act italiano nella sua attuale impostazione fornisce un impianto legale che legittima e potenzia la deriva autoritaria e repressiva della maggioranza. La cornice antropocentrica a suo tempo evocata da Mantovano si trasforma in una gabbia per i diritti fondamentali, rivestita di legalità.
Non è un caso che le opposizioni
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