Cultura, Democrazia, Politica, Temi, Interventi

A oltre dieci anni dalla morte di Pietro Ingrao, tornare sulla sua figura comporta un rischio difficilmente eludibile: trasformare una delle personalità più irrequiete e problematiche del comunismo italiano in un’icona rassicurante, depositaria di una tradizione ormai superata e, per questo, facilmente celebrabile. Il volume curato da David Tozzo e Mattia Gambilonghi Pietro Ingrao, scavando nella polvere (Mimesis) – nato dal convegno tenutosi il 13 novembre 2025 nella Sala Koch del Senato – sceglie consapevolmente una strada diversa, raccogliendo interventi assai disparati per impostazione e registro, accomunati dal tentativo di interrogare Ingrao non soltanto come protagonista della storia del PCI e della Repubblica, bensì come interprete di questioni che la fine del suo mondo politico non ha reso obsolete. Ne emerge il ritratto di un dirigente comunista e uomo delle istituzioni, ma insieme critico delle forme cristallizzate della politica; convinto della necessità dell’agire collettivo e sempre più sensibile all’irriducibilità dell’individuo; legato all’impostazione marxista, ma disposto a misurarla con soggettività e conflitti che esulano da essa.

Un elemento di particolare interesse del libro è sicuramente il modo in cui i differenti contributi restituiscono un pensiero che, anziché svilupparsi secondo una coerenza lineare, ha conosciuto nel tempo ripensamenti, revisioni e, in alcuni casi, persistenti tensioni interne. Fausto Bertinotti individua efficacemente tale caratteristica nella coppia «dubbio e fede»: se la fede consiste nella possibilità di una trasformazione radicale dell’ordine esistente, il dubbio, all’opposto, è qualcosa che impedisce a quella fede di tradursi definitivamente in ortodossia. Da qui l’immagine di un Ingrao praticante di una sorta di «eresia senza scisma»: iscritto al PCI finché quel partito è esistito, ma impegnato a contestarne certezze, linguaggi e forme organizzative. Emblematico rimane naturalmente l’XI Congresso del 1966, quando la rivendicazione pubblica del dissenso investì non soltanto il funzionamento del partito, ma la sua capacità di comprendere i mutamenti del capitalismo e della società italiana.

La lettura proposta da Bertinotti ha il pregio di sottrarre il «dubbio» ingraiano a una rappresentazione meramente caratteriale, che lo ridurrebbe all’inquietudine di un intellettuale prestato alla politica. Esso diventa, viceversa, un metodo per interpellare di volta in volta la tradizione comunista sulla base dei cambiamenti della società e in sintonia con le nuove modalità in cui si esprime il conflitto: le inedite composizioni del lavoro, i consigli di fabbrica, i movimenti, il femminismo, la questione ambientale, la pace. Da questo punto di vista è sintomatica l’ostinazione del dirigente comunista nel puntare sull’«inchiesta», cioè sulla necessità per la politica di conoscere direttamente le soggettività che pretende di rappresentare. L’attenzione di Ingrao verso i consigli di fabbrica e verso i cambiamenti nella composizione della classe operaia non rispondeva dunque a un generico movimentismo, ma alla ricerca di una connessione fra conflitto sociale, partecipazione e istituzioni.

Tra i diversi nuclei problematici, quello che ricorre con maggiore frequenza è il rapporto tra movimenti e istituzioni, tra democrazia sociale e democrazia rappresentativa. L’apparente paradosso di un dirigente attento alle forme spontanee o innovative della mobilitazione sociale e profondamente convinto della preminenza del Parlamento, dello Stato e della necessità di una riforma istituzionale attraversa numerosi saggi. Non è un caso allora che Ingrao abbia scelto il Parlamento come uno dei luoghi privilegiati della propria azione politica, fino alla presidenza della Camera tra il 1976 e il 1979, né che abbia successivamente dedicato tanta parte del suo impegno al Centro per la Riforma dello Stato.

Il tentativo di connettere partecipazione sociale e istituzioni trova uno dei suoi principali riferimenti nella Costituzione, come sottolinea Claudio De Fiores, secondo il quale Ingrao non la concepisce semplicemente come insieme di garanzie da preservare, ma come programma ancora largamente da attuare, destinato ad assumere particolare importanza nella stagione degli anni Settanta. La centralità del Parlamento, i diritti sociali, la partecipazione e l’intervento organizzato dei lavoratori concorrono a delineare una concezione della democrazia incompatibile sia con una lettura puramente procedurale delle istituzioni, sia con le successive tendenze decisionistiche. Negli anni Ottanta, pur riconoscendo la necessità di affrontare il tema delle riforme istituzionali, Ingrao simuove ancora nella direzione di un rafforzamento della rappresentanza e della partecipazione, fino all’idea del Parlamento come vertice di una più ampia struttura democratica che muova «dal basso», dai luoghi della società.

Qui risiede uno dei motivi per cui il ragionamento di Ingrao conserva, ancora oggi, la sua forza interpretativa. Nella prospettiva ricostruita da molti contributi, la crisi contemporanea della rappresentanza viene, infatti, letta non come un semplice malfunzionamento delle procedure elettorali, ma come conseguenza della disarticolazione dei soggetti collettivi e dei luoghi capaci di trasformare bisogni e conflitti in progetto politico. A questa riflessione si accompagna un graduale ampliamento dello sguardo ben oltre il perimetro tradizionale del conflitto capitale-lavoro, attraverso il confronto con ecologismo, pacifismo e femminismo, la revisione delle categorie marxiste e la stessa nozione di emancipazione. Appare allora significativo quanto scrive Maria Luisa Boccia, che tornando sul libro-intervista di Nicola Tranfaglia intitolato Le cose impossibili e, in particolare, sul rapporto tra singolarità e azione collettiva, mostra come Ingrao avverta sempre più nettamente l’«irripetibilità» dell’individuo, senza per questo rinunciare alla necessità dell’agire insieme. La sfida consiste pertanto nel conciliare la forza del soggetto collettivo e la libertà irriducibile della persona, un nodo rispetto al quale l’incontro con il femminismo e con il pensiero della differenza assume un’importanza decisiva.

L’allargamento dell’orizzonte ingraiano trova un ulteriore sviluppo nelle riflessioni sull’ambiente e sulla pace, due tematiche che, pur nella loro specificità, finiscono per coinvolgere categorie consolidate della cultura politica del movimento operaio. Massimo Serafini ricostruisce il progressivo avvicinamento di Ingrao ai temi dell’ecologia a partire dalle esperienze che, soprattutto negli anni Ottanta, incrinarono l’ormai consolidato rapporto tra lavoro e crescita industriale. Il «filo rossoverde» richiamato nel titolo del suo contributo esprime il tentativo di non separare la dimensione ambientale da quella sociale: l’ecologia non rappresenta, per Ingrao, un ambito settoriale da affiancare alla dialettica capitale-lavoro, ma una contraddizione capace di mettere in discussione il modello di sviluppo e, più in profondità, un paradigma di dominio che investe allo stesso modo il rapporto con la natura, il lavoro e le forme della convivenza. Un’analoga tensione si manifesta sul terreno della guerra, a proposito della quale Luigi Ferrajoli insiste sul primato assunto dalla pace nell’elaborazione ingraiana e sull’idea della guerra come negazione della politica e della democrazia, tanto più drammatica nell’età nucleare. La pace non coincide allora con la semplice assenza o sospensione del conflitto bellico, ma richiede una costruzione politica e giuridica capace di sottrarre il ricorso alla forza alla pretesa di normalità nelle relazioni internazionali. Ferrajoli radicalizza tale impostazione, scorgendo nel rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, nel disarmo e nell’abolizione degli eserciti nazionali le condizioni per rendere la guerra non soltanto illegittima, ma strutturalmente impossibile.

La parte teoricamente più impegnativa è quella dedicata alla permanenza dell’orizzonte comunista dopo la crisi di quell’esperienza storica. Il lungo saggio di Gambilonghi ricostruisce un Ingrao che, di fronte al 1989, non tenta né di salvare apologeticamente il modello sovietico, né di considerare esaurita con esso ogni istanza di emancipazione riconducibile a quella tradizione. La domanda riguarda piuttosto ciò che può sopravvivere del comunismo come critica dell’alienazione e come ricerca dell’emancipazione umana. È in questa cornice che acquistano pregnanza l’autonomia del lavoro, la critica della mercificazione e l’esigenza di integrare uguaglianza e differenza. L’idea comunista, per continuare a possedere un significato, deve quindi liberarsi sia dal determinismo storico, sia da una concezione compatta del soggetto rivoluzionario, aprendosi alle molteplici configurazioni del dominio e dell’autonomia. La formula dello «Stato che aiuta a fare» ben sintetizza il tentativo di sottrarsi all’alternativa fra statalismo e subordinazione al mercato: uno Stato capace di programmare e di intervenire sulle logiche economiche, ma anche di favorire autogoverno e autodeterminazione. Su tali basi, la sopravvivenza di quell’orizzonte non coincide con la riproposizione di un modello, ma con il mantenimento di un punto di vista critico sull’ordine esistente.

Walter Tocci e Michele Prospero contribuiscono, da prospettive differenti, a inquadrare tale percorso nella vicenda intellettuale del comunismo italiano, riesaminando la discussione sviluppatasi negli anni Sessanta intorno ai mutamenti del capitalismo nel nostro paese. Tocci legge l’ingraismo all’interno delle alternative strategiche maturate nel PCI, riconoscendovi, accanto a quello amendoliano, uno dei tentativi di ripensamento del togliattismo richiesti dai cambiamenti della società italiana. Contrariamente alle letture che si concentravano soprattutto sulle arretratezze, Ingrao prestava infatti maggiore attenzione agli aspetti moderni introdotti dal «miracolo economico», alla società dei consumi e al rischio che il conflitto operaio venisse integrato nei nuovi meccanismi capitalistici. Prospero si sofferma invece sulle conseguenze politiche e istituzionali della suddetta analisi: decifrare i caratteri ineditidel neocapitalismo significava anche ripensare le forme della democrazia, il rapporto fra economia e istituzioni e il ruolo della partecipazione sociale. L’originalità di Ingrao va dunque ricercata non in un’opposizione intransigente alla tradizione togliattiana, ma in una revisione delle sue categorie, da cui deriva la specificità della sua posizione sul piano storico e politico.

Una revisione, comunque, non priva di ambivalenze, come si arguisce già dagli eventi del 1956 e dall’editoriale con cui Ingrao, allora direttore dell’Unità, giustificò l’intervento sovietico in Ungheria. Un errore che, come rammenta Bertinotti, sarebbe diventato per il dirigente comunista oggetto di un interrogativo destinato a durare nel tempo. Resta, da ultimo, una questione che il libro avrebbe potuto approfondire ulteriormente: fino a che punto la «pratica del dubbio» riuscì realmente a tradursi, nei momenti decisivi, in rottura con le appartenenze politiche che Ingrao stesso sottoponeva a critica? L’«eresia senza scisma» è indubbiamente una chiave di lettura affascinante per comprenderne la biografia, ma può essere interpretata anche come il segno del limite di quella ricerca: la difficoltà di portare fino alle estreme conseguenze le proprie acquisizioni critiche. La permanenza della tensione tra revisione e appartenenza suggerisce, tuttavia, di non assumere il dubbio soltanto come cifra positiva dell’esperienza ingraiana, ma di saggiarne anche l’effettiva capacità di incidere sulle scelte politiche nei passaggi più controversi della storia del PCI.

È su questo terreno che si rende più evidente l’eterogeneità dei singoli contributi, alcuni di forte impianto storico e teorico, altri più orientati alla testimonianza o esplicitamente politici. Il lettore s’imbatte, inoltre, in un’ammirazione pressoché condivisa per il protagonista, che talvolta rischia di lasciare in secondo piano le contraddizioni e aporie del suo percorso politico e intellettuale, valorizzando le sollecitazioni che il suo pensiero ancora suscita a scapito di un bilancio più distaccato dell’ingraismo come esperienza politica. Luciana Castellina interviene sul punto ricordando come quest’ultimo, più che una corrente organizzata, abbia rappresentato una cultura politica, uno dei cui tratti qualificanti risiedeva nella sperimentazione di nuove «pratiche dal basso» capaci di incidere sulla democrazia rappresentativa. La diversa scelta compiuta dal gruppo de «il manifesto», disposto a prendere in considerazione anche la possibilità della rottura, mentre Ingrao restava fedele alla prospettiva di un cambiamento dall’interno del partito, segna la distanza tra itinerari originariamente vicini e pone il problema dei limiti entro i quali quella cultura politica finì per muoversi. Tale attenzione alle potenzialità della sua elaborazione costituisce, del resto, una scelta in larga misura consapevole, coerente con l’intento dichiarato fin dall’inizio dai curatori: non celebrare Ingrao, bensì riaprire un «cantiere» a partire dagli innumerevoli spunti di riflessione insiti nelle pieghe dei suoi scritti. Una siffatta impostazione rappresenta sia uno degli elementi di maggiore interesse del volume, sia il limite entro cui va collocata la lettura di Ingrao.Nichi Vendola coglie, non a caso, nell’«apertura» un tratto distintivo del modo di Ingrao di intendere e praticare la politica, un’attitudine segnata dall’inquietudine, dalla disponibilità a misurarsi con le trasformazioni della società e dal rifiuto di ogni sclerotizzazione del pensiero.

Un’altra via di accesso a quel «cantiere» è offerta dalle carte custodite nell’Archivio Ingrao. Giovanni Cerchia ne ricostruisce la vicenda e lo stretto rapporto con il Centro per la Riforma dello Stato, mostrando come l’archivio costituisca non soltanto una fonte per la biografia del dirigente comunista, ma anche una testimonianza del lavoro politico e intellettuale collettivo sviluppatosi attorno alla sua figura. L’attività del CRS permette inoltre di seguire la progressiva rilevanza attribuita a tematiche quali il funzionamento e la democratizzazione delle istituzioni, fino al tentativo, negli anni Ottanta, di conquistare uno spazio di elaborazione più autonomo rispetto al PCI. Le carte consentono così di ricostruire sia la traiettoria ingraiana, sia una parte significativa della storia della sinistra italiana e recano la traccia di una riflessione mai definitivamente conclusa. Le pagine finali di Alberto Olivetti aiutano forse a riconoscere in questa inclinazione il filo rosso che tiene insieme l’intero libro. Ingrao viene ricordato, riprendendo una definizione di Eugenio Garin, come «uno che cercava», ovvero un dirigente per il quale attività intellettuale e azione politica non potevano essere separate e che, davanti al crollo del mondo nel quale si era formato, sentiva la necessità di «ricominciare a studiare». Non è secondario che tale disposizione abbia finito per investire anche il linguaggio poetico, utilizzato per spezzare categorie ormai irrigidite e trovare parole capaci di misurarsi con nuovi soggetti e nuove temporalità.

In ultima analisi, uno degli aspetti più convincenti di questo lavoro collettaneo risiede nel modo in cui gli autori si confrontano con l’eredità ingraiana senza ricondurla a un sistema teorico compiuto o a una strategia politica immediatamente riproponibile. Del resto, come avverte ancora Bertinotti, il ciclo storico entro il quale maturò la vicenda politica di Ingrao è terminato e non consente di riproporne meccanicamente le categorie in un milieu profondamente mutato. Ciò che rimane è piuttosto un metodo antidogmatico, il quale sottopone costantemente a verifica le forme della politica; interroga le dinamiche del capitalismo prima di affidarsi a formule consolidate; cerca il rapporto tra istituzioni e conflitto; riconosce soggettività che eccedono le identità già date; tiene insieme uguaglianza e differenza, individuo e collettività, trasformazione sociale e libertà.

Per questi motivi sembra quanto mai felice il titolo di questa raccolta, nella misura in cui «scavando nella polvere» non significa recuperare intatto qualcosa che il passato avrebbe semplicemente sepolto, ma accettare che, dopo il tramonto degli assetti politici novecenteschi, ciò che resta debba essere cercato fra frammenti, errori e possibilità interrotte.

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