Articolo pubblicato su “il manifesto” del 15.07.2026.
L’intelligenza artificiale made in Europe arriverà forse domani. O dopodomani. Sempre forse. Intanto però gli utenti dell’intelligenza artificiale perdono quasi tutti i loro diritti.Cos’è accaduto? Che circa due settimane fa, il Parlamento di Bruxelles – con 423 sì, 174 astenuti e 57 contrari, solo la sinistra – ha votato il Digital omnibus sull’intelligenza artificiale. La chiamano Digital VII. Il testo ha avuto poi il varo definitivo dal Consiglio di Bruxelles e da pochissimo è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale europea. E diventerà operativo.Cos’è? Una contorta serie di provvedimenti che riscrive e azzera quasi tutte le garanzie che erano state scritte appena due anni fa, al momento del varo dell’AI Act, la legge europea che avrebbe dovuto regolare il settore. Misure che non hanno fatto in tempo a entrare in funzione.Chi ha immaginato questa riscrittura – votata dalla maggioranza di von der Leyen e da quasi tutta la destra – l’ha presentata come quella necessaria a “sveltire le procedure”, che creavano ostacoli allo sviluppo. Le stesse identiche parole di Draghi o quelle che Altman, Amodei, Hassabis, e tutte le altre big statunitensi hanno usato nelle trattative, ufficiali e meno, con Bruxelles.Il risultato? Un via libera a chi oggi immette sul mercato e controlla le intelligenze artificiali, nessuna difesa per chi le usa. Al punto che tutte le più autorevoli associazioni per i diritti digitali (da Edri ad Access Now, fino a Amnesty) per la prima volta nella loro ormai lunga storia, avevano chiesto di respingere il testo. Non di modificarlo, come è accaduto altre volte ma di cancellarlo. Perché il “Digital omnibus sull’intelligenza artificiale non avrebbe mai dovuto vedere la luce”.C’è di tutto e di peggio. La cosa più evidente è che i controlli sui sistemi definiti “ad alto rischio” sono stati rinviati di un anno e mezzo. Sarebbero dovuti partire all’inizio di agosto, la scadenza è stata spostata alla fine del 2027. Significa che strumenti che possono incidere sulla condizione di vita delle persone – magari con un algoritmo che decide chi escludere dai sussidi, chi può ottenere il permesso di soggiorno, chi è bocciato, chi non ha diritto alle cure – continueranno a funzionare. Sarà, insomma, la corsa a vendere subito le intelligenze artificiali, anche le più imperfette. E le organizzazioni per i diritti ricordano che lo slittamento delle procedure non è mai “neutro”: ritarda il momento nel quale chi è vittima dell’intelligenza artificiale può difendersi.È la misura più evidente, ma è ancora poco. Sempre dalla fine del prossimo anno, chi produce o vende sistemi di intelligenza artificiale “ad alto rischio”, dovrà fornire metà della documentazione che era invece richiesta alla prima stesura dell’AI Act. Tradotto: gli enti regolatori nazionali, la società civile avranno meno strumenti per valutare se quelle intelligenze artificiali creano danni.C’è tanto altro, tutto peggiorativo. Anche parti molto tecniche che magari sfuggono a una lettura superficiale. Per esempio, il regalo fatto alle imprese, voluto, si dice, soprattutto dalla Germania e dall’Italia. Il “digital”, ora sposta tanti capitoli dalla sezione A dell’allegato I alla sezione B. È la parte delle norme che dovrebbe riguardare (anche) la protezione dei lavoratori alle prese con macchinari funzionanti con l’intelligenza artificiale. Quello spostamento apparentemente burocratico significa però che le apparecchiature aziendali automatizzate che producono auto, giocattoli, impianti e via dicendo non saranno più soggette all’AI Act ma alle norme di settore. I rischi per i lavoratori che sono a quelle catene di montaggio saranno “coperti” solo dalle vecchie leggi. O dai contratti, se prevedono qualche paragrafo per i nuovi rischi.Si potrebbe continuare. Raccontando l’indebolimento della protezione dei dati, che fa il paio con altre misure in via di approvazione e che di fatto regalano alle big tech l’accesso a milioni di informazioni. Già adesso, però – con questo digital – i dati personali avranno solo una protezione di carta velina. Protetti solo se riguardano la privacy. Basterà che chi li raccoglie dica che lo fa non per profilare ma per riorganizzare il lavoro, per sveltire le pratiche, per i cosiddetti “legittimi interessi commerciali”. Basterà che le medie imprese – ora completamente esonerate dai controlli – dichiarino di non avere strumenti “atti alla profilazione” personale. Raccoglieranno i dati, li gireranno a chi di dovere e basterà incrociare cinque, sei informazioni per avere il quadro completo di una persona.Ma di tutto questo, chi ha voluto il digital non ne parla. Per capire: Arba Kokalari, co-relatrice, esponente della destra svedese, in una conferenza stampa a Bruxelles, ha parlato solo ed esclusivamente di quella parte delle leggi che puniscono la manipolazione e la diffusione di materiale pornografico senza consenso. Le immagini fatte dall’intelligenza artificiale di minori, di persone nude – senza il loro permesso – saranno punite. Diventerà un reato penale e dovrebbe colpire chi le produce, chi le diffonde, chi non le cancella.È un paragrafo, però, che ha fatto un po’ da specchietto per le allodole per tanti, visto che qualche esponente socialdemocratico ha dichiarato di aver votato in aula il “digital”, solo per la parte contro la pornografia.Ma anche qui il testo andrebbe letto con attenzione. Perché quanto meno rivela una tendenza occidento-centrica. Silvia Semenzin, ricercatrice, femminista, ha per esempio evidenziato che nel testo si vietano i deepfake “pornografici e intimi”. Senza ulteriori spiegazioni. Che vuol dire? Una donna musulmana, credente, raffigurata senza hijab si vede violare o no la sua intimità, la sua privacy, pur non essendo un’immagine pornografica? La norma scritta in fretta non lo dettaglia.Ma in ogni caso, più che ogni singolo pezzo della mostruosità giuridica, probabilmente conta ancor di più il messaggio politico che l’accompagna. Il Digital omnibus non è una semplificazione delle regole sull’intelligenza artificiale. Quelle che avevano fatto esultare – un po’ a sproposito – tanti come il primo vero tentativo al mondo di governo nel settore. Prima ancora che l’AI Act mostrasse le sue capacità e i suoi limiti, è stato riscritto. Azzerando la parte dei diritti. Esattamente quel che chiedevano le bit tech e le destre. Americane ed europee. Le leggi che non piacciono si possono cambiare, insomma, prima dell’entrata in vigore. È la corsa al ribasso della democrazia in nome del mercato.
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