Lavoro, Politica, Temi, Interventi

Tre giorni. È bastato questo brevissimo lasso di tempo per organizzare e mettere in piedi una manifestazione nazionale di protesta. Non un rito stanco, ma una necessità vitale. Ad Amendolara, la piazza ha risposto con generosità a una mobilitazione convocata d’urgenza, spinta da un moto di rigetto verso l’ennesimo orrore consumato nelle campagne italiane. Un grido riassunto in due parole scritte a caratteri cubitali sulle locandine: “Mai più”. Mai più stragi, mai più un’efferatezza che sembra aver sfondato ogni limite di guardia, dimostrando che il fondo della disumanizzazione del lavoro nel nostro Paese non è ancora stato toccato.

Pensavamo di aver visto l’apice dell’orrore con l’omicidio di Satnam Singh. Un essere umano, un lavoratore, trattato alla stregua di un vecchio attrezzo agricolo rotto, da buttare via. Dopo essersi visto amputare un braccio sul lavoro, nessuno ha pensato di portarlo in ospedale. È stato scaricato davanti a casa sua, con l’arto tranciato infilato in una cassetta di plastica, abbandonato vicino all’immondizia come uno scarto. Eppure, a distanza di pochissimo tempo, la brutalità si è ripresentata sotto un’altra forma, se possibile ancora più atroce.

Pochi giorni fa quattro ragazzi, di età compresa tra i 19 e i 29 anni, sono stati arsi vivi. Si chiamavano Amin Fazal Khogyani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e Waseem Khan.

Erano fuggiti dalla guerra nei loro Paesi d’origine inseguendo la speranza di una vita diversa, e dopo pochi mesi in Italia hanno trovato una morte orrenda. Insieme a loro c’era Taj Mohammad Alamyar, l’unico sopravvissuto, che oggi lotta con il corpo devastato dalle ustioni, fuori pericolo di vita ma in condizioni drammatiche. È la FLAI a doversi prendere cura di lui, sostituendosi a uno Stato colpevolmente assente.

Di fronte a questa strage, la risposta del Governo è stata raggelante. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, non ha ritenuto opportuno recarsi sul posto per rendere omaggio a chi è morto bruciato vivo, limitandosi a diramare un comunicato stampa, perso nel mare delle agenzie quotidiane. La ministra del Lavoro Calderone, si è invece presentata in Calabria per quella che è apparsa come l’ennesima passerella istituzionale. Le sue parole hanno tradito le reali priorità dell’esecutivo: la Ministra ha espresso preoccupazione per la “cattiva reputazione” che rischiavano di subire gli imprenditori agricoli, invitando a non generalizzare per non “disturbare” la categoria. Una ipocrisia inaccettabile.

Nessuno sostiene che tutti gli imprenditori siano criminali, e i contratti firmati dalle organizzazioni sindacali con le controparti datoriali lo dimostrano. Ma la verità è un’altra ed è strutturale. Il caporalato e lo sfruttamento sistemico non sono incidenti di percorso o mele marce, sono elementi fondanti di un preciso modello di sviluppo che domina il nostro Paese. È un modello nato nei primi anni Novanta con l’obiettivo primario di contenere i salari. Con l’avvento e con l’accelerazione del neoliberismo, questo schema si è trasformato in una macchina perfetta per la ripartizione della ricchezza esclusivamente verso l’alto, imponendo un paradigma culturale basato sull’individualismo. Una battaglia culturale dalla quale la sinistra, credendo a quelle stesse sirene, è uscita pesantemente sconfitta.

Oggi, il risultato di quel modello è sotto gli occhi di tutti: l’instaurazione di un sistema para-schiavistico che non riguarda più solo le campagne del Sud, ma innerva l’intero sistema produttivo nazionale. Lo certificano le procure di mezza Italia, da Milano all’Aquila, che stanno estendendo l’applicazione della legge contro lo sfruttamento ad altri comparti, scoprendo dinamiche identiche a quelle dell’agricoltura.

Per scardinare questo sistema bisogna smetterla di fissare il dito e cominciare a guardare la luna. Quando si parla di indagini e repressione, non ci si può fermare ai “caporali pakistani” o all’esecutore materiale di turno. Bisogna andare a colpire i mandanti. Basta scaricare la croce e le responsabilità penali e morali solo sui caporali: chi comanda il gioco, in questa società e in questo mercato, sono le imprese. Sono le aziende che ingaggiano i caporali, che decidono le giornate lavorative, le ore da passare nei campi e le modalità della prestazione. Nella lunga storia del sindacalismo agricolo italiano, fin dalle lotte della Federbraccianti degli anni Settanta, non si è mai visto un sistema di imprese “vittima” dei ricatti del caporale. L’impresa è il dominus, il caporale è lo strumento.

Se il Governo volesse davvero colpire il fenomeno, non aspetterebbe il morto per annunciare ispezioni straordinarie a favor di telecamera. I cicli della natura e le stagioni di raccolta sono noti, e si ripetono uguali ogni anno. Pertanto, sarebbe facile pianificare le ispezioni e renderle costanti, ordinarie. Ma la realtà dei fatti dimostra una volontà politica diametralmente opposta, che si traduce in ispezioni insufficienti e mancata applicazione perfino delle leggi che loro stessi hanno approvato, come la banca dati sugli appalti in agricoltura.

La ministra Calderone non ha portato alcuna proposta concreta in Calabria, ma dovrebbe spiegare al Paese perché il governo non ha voluto utilizzare i 200 milioni di euro del PNRR che erano destinati proprio alla lotta al caporalato. Di questi, ben 180 milioni sono stati restituiti a Bruxelles. Erano fondi vitali, un’occasione storica e irripetibile per intervenire sul territorio per chiudere gli insediamenti informali e applicare la Legge 199/16. Restituirli è una vergogna di Stato.

Ci chiediamo che fine abbia fatto il Tavolo Interministeriale sul Caporalato. Uno strumento, insediato dal fu ministro Di Maio, che in tre anni avrebbe dovuto produrre risultati e indicazioni precise, e che invece, con questo esecutivo, è stato letteralmente insabbiato. Non viene convocato da oltre due anni. Lo hanno annegato in un generico “Tavolo del Sommerso”, diluendo la specificità dell’emergenza agricola nel mare magnum dell’irregolarità degli altri settori produttivi.

A chiudere il cerchio di questa architettura istituzionale dello sfruttamento ci sono alcune leggi dello Stato. Da un lato la Bossi-Fini, definita giustamente una “legge avvelenata”, la vera matrice normativa della ricattabilità degli immigrati, voluta e approvata in passato dalla stessa area politica che oggi è al governo. Dall’altro lato, il clamoroso bluff dei decreti flussi. I numeri, denunciati anche da associazioni come “Ero Straniero”, sono impietosi e smascherano la farsa: nel 2023, solo il 16,9% dei lavoratori chiamati è stato regolarizzato con un contratto. Nel 2024, la percentuale è crollata al 7%.

Di fronte a un misero 7% di contratti attivati, sorge una domanda ineludibile per lo Stato e per il Ministero degli Interni: che fine ha fatto quel 93% di lavoratori? Sono diventati fantasmi? Cosa facciamo alle imprese che li hanno chiamati in Italia e poi non li hanno più assunti? Le prefetture e le questure possiedono i nomi, i cognomi e gli indirizzi di queste aziende. Perché l’Ispettorato del Lavoro non va a bussare alle loro porte? Perché dobbiamo essere noi a suggerire allo Stato come fare il proprio mestiere?

Unendo i puntini di questa mappa – fondi europei rifiutati, tavoli di confronto chiusi, ispezioni assenti e leggi che inducono clandestinità – il dubbio cede il passo a una cinica consapevolezza. Dopo decenni di battaglie e di denunce inascoltate, viene da pensare che questo sistema para-schiavistico non sia un difetto di funzionamento, ma un disegno voluto. Lo sfruttamento in capo alle imprese che competono nell’illegalità garantisce la compressione dei costi e la massimizzazione dei profitti in un mercato deregolamentato.

A questo sistema di connivenze si risponde in un solo modo: non abbassando la testa. Il senso della piazza di Amendolara è esattamente questo. È la dimostrazione che esiste ancora una fetta di Paese viva, dotata di coscienza, capace di ribellarsi quando l’aria si fa irrespirabile. Questa parte migliore della società, che si misura nelle piazze, nei referendum, nei luoghi di lavoro, ha il dovere morale e politico di lottare. Lo dobbiamo a Satnam, a Waseem, ad Amin, a Safi, a Ullah e al corpo ustionato di Taj Mohammad. Lo dobbiamo a noi stessi, per non abituarci mai alla barbarie. Fino alla vittoria.

Giovanni Mininni è segretario generale della FLAI-CGIL.

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