La relazione agli organi della Regione Lazio che qui si presenta, formalmente, per dovere d’ufficio, è sulle attività svolte dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale nello scorso anno, ma sostanzialmente, per coincidenza temporale, di fine mandato, di fine di un duplice mandato dal 2016 fino a oggi è sul decennio, un decennio nelle carceri e negli altri luoghi di privazione della libertà. Non è mai facile riassumere un anno di lavoro in una relazione scritta, figuratevi dieci. Quindi, mi limiterò a una presentazione delle attività svolte dall’ufficio nel 2025 e nel primo semestre del 2026 per poi fare qualche considerazione di carattere generale a partire da questa lunga esperienza, sullo stato del nostro sistema di restrizione della libertà in una prospettiva più ampia, e su quel che sarebbe utile fare.
Anche questo, come tutti, non è stato un anno facile dietro le mura delle carceri, delle Rems e dei Cpr. Abbiamo cercato di attraversarlo dando tutto quello che potevamo, con le poche risorse umane che sono rimaste a questo ufficio mentre se ne ampliavano competenze e responsabilità.
1. Abbiamo seguito con attenzione i tentativi di riportare l’istituto penale minorile di Roma a laboratorio della “rieducazione”, dopo anni di tensioni e violenze che hanno moltiplicato le pene ad alcuni degli ospiti e fatto aprire un procedimento penale a carico di undici unità di personale, accusate di tortura, lesioni e falso.
Ho da sempre molte riserve nei confronti di quel termine (rieducazione) usato dall’articolo 27 della Costituzione: potrebbe coprire tanto una cultura autoritaria (i campi di rieducazione dei vecchi regimi comunisti), quanto pratiche di infantilizzazione dei detenuti, così radicate nella nostra cultura penitenziaria. Ma se c’è un luogo dove quel termine, con o senza prefisso, può e deve essere usato è nella giustizia minorile, dove i destinatari dell’intervento penale non hanno una pena da scontare, ma opportunità educative da acquisire per una vita che è ancora tutta davanti a loro.
Lo sforzo di molti, della direzione, di una parte del personale, degli insegnanti, delle associazioni, di Roma Capitale, non è ancora coronato dal successo che merita: troppo pesa su quel piccolo mondo il clima da “guardie e ladri” che si è generato nel Paese, dove – alla nostra società che invecchia – i ragazzi, le loro intemperanze e le loro violenze (perché sì, lo sappiamo, anche i ragazzi sanno essere violenti, e – quando lo sono – sono anche crudeli), appaiono intollerabili. I ragazzi apprendono come noi adulti non sappiamo più fare, e se gli dipingiamo un mondo violento, in cui la giustizia è di chi è capace di farsela da sé, nelle nostre strade come nel mondo intero, come forse ha pensato quel ragazzo sardo che ha inseguito lo stalker della sorella fino ad accoltellarlo, o – nella sua alterazione cognitiva – quello abruzzese che preparava addirittura un attentato in stile americano nella sua scuola, i ragazzi quello imparano a fare; e se li dipingiamo come ragazzi violenti, e gli diamo quella possibilità per distinguersi e identificarsi, quello faranno, in carcere come fuori, confermando a se stessi prima che agli altri l’etichetta che gli è stata appiccicata addosso, trasformando lo stigma in una distinzione identitaria. Non servono aggravi di pena, nuove imputabilità, sanzioni anche a scuola o poliziotti in divisa nelle carceri minorili per trovare le parole di una nuova comunicazione con le ragazze e i ragazzi, e lo vediamo nelle storie di chi incontriamo a Casal del marmo o nei servizi della giustizia minorile, cresciuti costantemente in questi anni di pugno di ferro.
2. Con altrettanta attenzione abbiamo cercato di tenere accesa una luce su quelle gabbie di ferro e cemento che sono i Cpr, le cui performance, se così si può dire, sono sempre molto al di sotto delle loro motivazioni legali: dal Cpr di Ponte Galeria, nel 2025 solo il 13,69% delle uscite è imputabile a rimpatri, con o senza scorta, molto meno di quanti il cui trattenimento non sia convalidato dall’autorità giudiziaria e quasi quanti ne escono per incompatibilità sanitaria.
Insieme alla Garante di Roma, abbiamo proposto alla Prefettura un progetto di minima civilizzazione delle condizioni di detenzione, di riattivazione di una qualche attività sportiva e culturale, per rompere la monotonia di quelle giornate senza fine, tra pasti scotti, terapie ansiolitiche, telefonate disperate e baruffe per il nulla. Qualcosa è successo: per la prima volta dacchè io sono garante, dieci anni quindi, complice forse la visita programmata di una delegazione del Consiglio d’Europa, il mitico campo da calcetto alle spalle del reparto maschile è stato riparato e utilizzato e si parla finalmente del recupero della ex-sala mensa per attività culturali, proiezioni, incontri, a distanza di sei anni dagli ultimi balli di gruppo promossi dal mio ufficio prima che il Ministero dell’Interno li interdicesse. Piccole cose che però possono fare tanto nella vita quotidiana di chi è privato della libertà in quei quadrati di sbarre e cemento.
Quello che proprio non si riesce a fare è ottenere l’autorizzazione all’ingresso in Cpr di uno sportello dei garanti, per raccogliere interrogativi e doglianze delle persone trattenute e rendere effettivo il loro diritto di reclamo nei confronti dei garanti: nonostante l’unanime impegno del Consiglio regionale che chiedeva al Presidente Rocca di attivarsi in tal senso, la nostra ultima richiesta (la prima, nel 2019, si arenò nel gabinetto del ministro Salvini, guidato allora dal prefetto Piantedosi) è rimasta ancora una volta senza risposta da parte della Prefettura (e in effetti, come si fa a dire a dei garanti che non possono attivare uno sportello in Cpr laddove a benemerite associazioni è consentito di farlo? Meglio non dire nulla …). Ma non ci siamo fatti fermare dalla apparente ignavia dell’amministrazione e, con il supporto della Clinica legale per l’immigrazione di Roma Tre e di Medici senza frontiere, con cui abbiamo stipulato un accordo e un protocollo, lo sportello abbiamo iniziato a farlo comunque, con l’impegno personale della collega Calderone e mio, a cui non può essere impedito di accedere al Cpr e di incontrare chi lo chieda. Lo stiamo facendo e ufficio immigrazione della questura presso il Centro ed ente gestore potrebbero già testimoniare che problemi non ne vengono e anzi qualcosa aiutiamo a risolvere.
Ugualmente, con Valentina Calderone, nel luglio scorso abbiamo effettuato la prima visita dei garanti nel Centro di Gjiader, in Albania. La competenza territoriale della Prefettura di Roma, degli uffici giudiziari e delle amministrazioni pubbliche aventi sede nel territorio della provincia di Roma, rendeva chiara – non solo ai nostri occhi – una competenza dei garanti territoriali di Roma e del Lazio su quella realtà. E in effetti, dopo molti scambi di corrispondenza su singoli casi, con i legali dei trattenuti, l’ente gestore e i competenti uffici della Polizia di Stato, nel luglio scorso siamo stati accolti a pieno titolo dai responsabili del Centro che ci hanno consentito una visita dettagliata della struttura, l’accesso a ogni documentazione disponibile e colloqui individuali con i trattenuti (all’epoca 28). Poi, al momento della pubblicazione della nostra relazione (dopo un breve periodo di riservatezza, per averne eventuali repliche dall’Amministrazione dell’Interno), il Dipartimento delle libertà civili e dell’immigrazione ci ha informati che, sulla base di un parere del Garante nazionale, i garanti territoriali non hanno competenza sul centro in Albania. Siccome la questione ha a che fare con la pienezza dei diritti riconosciuti dall’ordinamento alle persone trattenute, e il divieto di discriminazione tra chi è trattenuto in Italia, che può contare – oltre che sul Garante nazionale – sui garanti territoriali come garanti di prossimità, e chi è trattenuto oltre confine, che secondo quella interpretazione, non ne avrebbe diritto, sarà il Tribunale di Roma ad accertare se vi sia competenza dei garanti di Roma e del Lazio sul Cpr di Gjiader.
3. Nel nostro ultimo giro in tutti i luoghi di privazione della libertà, cui ho costretto collaboratori e collaboratrici, direttori, direttrici e personale tutto delle carceri, delle Rems e del Cpr, siamo stati – appunto – anche nelle cinque Rems del Lazio al momento attive. Vorrei, se possibile, una volta tanto rovesciare la narrazione abituale sulle Rems, che non le vede mai dal di dentro, ma le vede solo dal di fuori, come ostacolo alla completa presa in carico di tutti i malati di mente autori di reato. Tornerò sulla lista d’attesa e i suoi problemi, ma vorrei innanzitutto soffermarmi sul dentro. Non sugli spazi (alcuni ancora provvisori, e quindi sempre più trasandati, in attesa di tempi e luoghi migliori; i nuovi sempre più tecnologicamente securitizzati, come vuole la vulgata dei “matti da legare”), ma sulle pratiche e la dedizione del personale che, spesso anche lì in difetto d’organico, costruisce importanti percorsi di recupero di persone il cui vissuto sovrasta di gran lunga il fatto di reato per cui sono state destinatarie di una misura di sicurezza.
Chi ha visto con i suoi occhi gli ospedali psichiatrici giudiziari non può perdere la meraviglia della differenza tra cura e custodia della malattia mentale. Di questa meraviglia sono personalmente grato al personale che opera in Rems, alla testarda motivazione con cui cercano soluzioni di cura e reinserimento ai casi clinicamente e socialmente più complicati. Questo è quello che c’è dietro le mura delle Rems e neanche per opportunismo o per disperazione si può accettare la nostalgia talvolta evocata del bel tempo andato, del manicomio criminale, sotto il cui tappeto si potevano nascondere tutti i problemi di salute mentale che la giustizia affida alle carceri e che le carceri scaricavano in Opg. Dalla riforma che ha chiuso gli Opg bisogna andare in avanti, non indietro, né formalmente, né surrettiziamente, evocando – come addirittura il Csm, in un documento dal sen sfuggito, ha fatto – le Rems per gli irrecuperabili.
I problemi delle Rems sono fuori dalle Rems, in un eccesso di domanda di internamento (ricordo a me stesso prima che ad altri che la misura di sicurezza detentiva è l’extrema ratio di una presa in carico socio-sanitaria che potrebbe e dovrebbe realizzarsi altrove, al domicilio, nei centri di salute mentale, se necessario in comunità residenziali) e in un sistema di salute mentale fragile e insufficiente, che non riesce a dare, o a dare tempestivamente, risposte altre dal ricovero coatto. Senza queste risposte, dobbiamo saperlo, non c’è limite alle possibilità di internamento, e dunque al ritorno del manicomio.
La Regione Lazio ha il massimo di posti Rems per abitanti in Italia, ha riconvertito una Rems provvisoria in definitiva, per aumentare – a regime – la capienza di sistema fino a 106 possibilità di ricovero simultaneo. Eppure la Regione Lazio, nonostante usufruisca di metà dei posti nella Rems extraterritoriale di Calice al Cornoviglio, in provincia della Spezia, ha una delle liste d’attesa più consistenti d’Italia, che è stata causa di giudicati della Corte costituzionale così come della Corte europea dei diritti umani. Possiamo risolvere tutto questo con altri posti Rems? No, è una pia illusione. Come per le carceri, se ci teniamo chi non dovrebbe starci, non ci saranno mai posti sufficienti: marginalità e devianza non curate non fanno altro che moltiplicare se stesse. Come diceva Basaglia, il problema non è “dove lo metto?”, ma “cosa ne facciamo?”.
Nelle Rems del Lazio metà dei presenti sono ancora sub iudice e circa un terzo sono clinicamente dimissibili, in attesa di decisione del giudice e/o di individuazione di una struttura presso cui proseguire il loro percorso di cura. Se il territorio avesse le risorse per farsi carico delle persone dimesse dalle Rems, se lo stigma non ne rendesse più difficoltoso l’inserimento in comunità, la parte critica (le persone trattenute senza titolo o impropriamente in carcere o Spdc), se non l’intera componente della lista d’attesa (27 su 70, a maggio scorso) di cui è strettamente necessario il ricovero in Rems, potrebbe essere facilmente smaltita. Per questo mi ostino a dire, anche nelle raccomandazioni finali di questa relazione, che il problema non è aumentare i posti Rems, ma potenziare il sistema di salute mentale sul territorio.
4. Arriviamo, infine, al carcere, al problema dei problemi, da cui tutto nasce e che in ogni cosa si riproduce. Grazie al contributo delle università e delle associazioni convenzionate nello svolgimento delle attività di sportello in tutti gli istituti penitenziari della regione, nel 2025 l’ufficio del Garante ha potuto seguire 3636 istanze individuali, cinquecento in più che nel 2024, 2500 in più di quante ne riuscivamo a seguire nel 2023, quando gli sportelli non erano ancora a regime. In cima alle richieste dei detenuti ci sono le problematiche relative all’assistenza sanitaria (è rilevante, in questo caso, la ripartizione di competenze che viene seguita tra noi garanti territoriali, per cui le questioni sanitarie i colleghi comunali le girano a noi, come noi a loro quelle anagrafiche e sociali), poi la questione dei trasferimenti e dei provvedimenti disciplinari, l’accesso alle misure alternative e le condizioni di detenzione.
4.1. Nel giugno dello scorso anno la Regione ha adottato un impegnativo documento di programmazione dell’organizzazione dei servizi sanitari in carcere. Un documento che attende attuazione, nonostante le difficoltà anche obiettive che si frappongono alla sua realizzazione (decine sono i concorsi espletati per il personale sanitario in carceri e Rems, ma se il regime privatistico consente di guadagnare assai più che da dipendente pubblico e se la complessità del lavoro in ambito penitenziario non è riconosciuta, perché un giovane medico o infermiere dovrebbe scegliere di lavorare in un ambiente più difficile guadagnando meno di quanto potrebbe accumulare a giornata, o a notte? Per carità di patria ometto di dirvi quanto un medico è riuscito ad accumulare in un mese di prestazioni a chiamata, anche in carcere, per una Asl della regione).
Proprio la scorsa settimana la Regione ha approvato la delibera autorizzativa della firma del protocollo d’intesa con il Provveditorato e la Asl Roma 2 per la realizzazione di una Casa di comunità all’interno del complesso penitenziario di Rebibbia che, servendo quattro distinti istituti penitenziari, potrà razionalizzare e qualificare spazi e risorse, umane e diagnostiche, al servizio di un terzo delle persone detenute del Lazio. Speriamo che in questo modo si possa affrontare la carenza di medici specialisti disposti a prestare servizio in carcere e a ridurre la pressione sui servizi esterni e quindi sul Nucleo traduzioni della Polizia penitenziaria, per cui comunque continuiamo a chiedere all’Amministrazione penitenziaria regionale e nazionale un intervento straordinario che faccia fronte alla vera e propria emergenza sanitaria determinata da un numero di visite ed esami diagnostici esterni saltati per mancanza di scorta che arriva fino al 75 o al 90% di quelle programmate (tabella 4 nella relazione).
Anche questi sono gli effetti del sovraffollamento, che troppo spesso non vengono neanche presi in considerazione, abituati a pensare che il problema è “dove lo metto?” il detenuto ultimo arrivato, non di cosa ha o avrà bisogno. E il personale, tutto, dell’amministrazione penitenziaria, della sanità, della scuola, per citare le tre principali amministrazioni pubbliche che operano in carcere, è commisurato alla capienza regolamentare degli istituti, se poi a Rebibbia nuovo complesso, come è stato quest’anno, i detenuti sono stati seicento in più, i poliziotti, i medici, gli educatori, quelli sono, e il loro mestiere lo faranno come saranno riusciti a farlo, con tutte le inefficienze dovute a una macchina sovraccarica, solo che in questo caso, non per responsabilità soggettiva, ma per condizioni obiettive, il rischio mette in conto la mancata assistenza di una grave patologia o la perdita di vista di una fragilità.
Otto sono stati i suicidi sulle ventuno morti nelle carceri del Lazio nel 2025, già cinque quest’anno. E 240 i tentativi di suicidio che per fortuna (e per l’intervento di compagni di detenzione, poliziotti, sanitari) non sono riusciti, e 1177 gli atti di autolesionismo (23 gli “atti anticonservativi” nell’assai più limitata popolazione del Cpr di Ponte Galeria). È questa la rappresentazione della sofferenza in carcere, assai più delle manifestazioni di protesta che, finchè restano pacifiche e nonviolente, sono legittime e benvenute, come è testimoniato dalla irrilevanza statistica – nel nostro censimento – della contestazione del reato di rivolta penitenziaria, mentre le manifestazioni di protesta, individuali o collettive, pure compaiono.
In questi giorni il gruppo tecnico di coordinamento dell’Osservatorio regionale sulla sanità penitenziaria ha predisposto la bozza del nuovo piano di prevenzione del rischio suicidario a cui dovranno conformarsi quelli adottati dai singoli istituti. È un momento di innovazione importante, che supera un vecchio modello di autotutela degli operatori, più che di tutela delle fragilità, ma sappiamo già fin d’ora, prima ancora che sia approvato e implementato, che potrà funzionare solo se le condizioni ambientali, di contesto, cambieranno: negli spazi, nella cura delle relazioni, nell’attenzione alle persone. E il primo macigno da rimuovere è il sovraffollamento.
4.2. Siamo ormai al 139% del tasso di affollamento nelle carceri italiane, al 149% nel Lazio. Questo significa che ogni due posti ci sono tre detenuti e il personale aggiunge alle ordinarie carenze quelle relative, determinate dalla crescita esponenziale dell’utenza. D’altro canto, quel 149%, che ci mette nella seconda fascia tra le regioni più affollate d’Italia, è solo una media, che va poi scomposta tra sezioni e reparti: per esempio, dove ci sono, per quanti pochi siano, i 41bis abbassano il tasso di affollamento dell’istituto, essendo ciascuno di loro in una condizione di isolamento, ma emblematico è il caso di Latina, che ha il 208% nel tasso di affollamento sulla capienza regolamentare disponibile, tra i più alti d’Italia, ma che si divide quasi perfettamente in due: la sezione non affollata di alta sicurezza femminile e la sezione iperaffollata di media sicurezza maschile, dove il tasso di affollamento arriva quasi al 300%. Ancora una volta, per averlo chiaro, dove dovrebbe essercene uno, ce ne sono tre!
Aumentano, nel Lazio, le misure alternative alla detenzione e le misure di comunità, ma in maniera ancora molto lontana dalla tendenza nazionale, dove le misure e le sanzioni di comunità sopravanzano ormai ampiamente il numero dei detenuti: qui ci stiamo lentamente avviando a un pareggio. I miei amici avvocati avranno buon gioco a dire che è colpa della timidezza del Tribunale di sorveglianza di Roma, e avranno la loro parte di ragione, che si vede anche nei pochi casi decisi e negli stessi esiti delle decisioni per i reclami contro il sovraffollamento, ma il paradosso di quel sovraffollamento quasi corrispondente al numero dei detenuti condannati a cui manca meno di due anni dal fine pena, due anni in cui si potrebbe essere in affidamento in prova, in detenzione domiciliare o in semilibertà, pesa ugualmente sull’intero sistema, in Italia come nel Lazio, ed è su questo che bisogna intervenire, se si vuole riportare l’intero sistema a funzionare per i suoi scopi dichiarati in Costituzione.
4.3. Nonostante ogni sforzo, le persone occupate in carcere restano quelle (anzi diminuiscono percentualmente via via che aumentano i detenuti), e tali restano quelle che in carcere avviano un’esperienza di lavoro professionalizzante, alle dipendenze di soggetti terzi, che può realmente dar loro una possibilità concreta di continuità e quindi di reinserimento in condizioni di autonomia e legalità. Su questo ancora tanto si può fare, in termini di sensibilizzazione e di promozione nel mondo imprenditoriale, ben oltre l’ammirevole impegno fin qui prestato da parte di persone e associazioni di volontariato, sia da parte dell’Amministrazione penitenziaria, che da parte delle associazioni di categoria e degli Enti territoriali. E i soggetti pubblici dovrebbero assumere l’impegno di adottare una clausola che riconosca titoli negli affidamenti pubblici a chi impieghi detenuti o ex-detenuti: è il minimo che si possa fare per vincere lo stigma e la discriminazione anche nell’inserimento lavorativo nei confronti degli ex-detenuti.
Ma poi alla Regione, e proprio alla Regione, spetta la responsabilità di percorsi di formazione professionale per le persone detenute, ancora troppo pochi, sporadici, a spot. Bisognerebbe pensare a un’offerta di formazione professionale in carcere che coinvolga potenzialmente la generalità delle persone condannate in via definitiva che abbiano più di un anno da scontare, così come l’attivazione dei centri per l’impiego in carcere che finalmente, grazie all’intesa tra Regione, Ministero e Sviluppo Lavoro si sta sperimentando nel Nuovo complesso di Rebibbia.
4.4. Più significativa l’offerta di istruzione, che costituisce la più diffusa attività che si coltivi nelle nostre carceri e che coinvolge circa un terzo dei detenuti in attività scolastiche di ogni ordine e grado, consentendo a molti il recupero di uno svantaggio di istruzione inimmaginabile fuori dal carcere. Per avere consapevolezza della rilevanza del problema, si veda nella relazione la tabella 11, in cui sono documentati i livelli di istruzione delle persone detenute negli ultimi vent’anni, o per lo meno di quella metà (nel 2025 solo 30.613 su 63.499 al 31.12) di cui sono rilevati (è presumibile che della metà non rilevata i livelli di istruzione siano se non eguali, minori di quelli documentati): il 31 dicembre del 2025 gli analfabeti in carcere erano 149 più dei laureati; quelli che non avevano assolto il vecchio obbligo scolastico della media inferiore il 18,49% del totale, quasi quanto i diplomati alle superiori; più della metà, il 54,92% aveva solo la licenza di scuola media inferiore, ormai insufficiente a testimoniare l’assolvimento dell’obbligo scolastico. È una immagine, purtroppo non sbiadita dal tempo, dell’Italia degli anni Cinquanta del secolo scorso, a testimonianza di quanto il carcere riproduca la disuguaglianza sociale, alla cui base c’è, spesso, un gravissimo problema educativo.
In carcere abbiamo conosciuto persone che hanno imparato a parlare in italiano, hanno imparato a leggere e a scrivere e alcune che, entrate da analfabete, si sono laureate più volte. Certo, erano autori di gravi reati, cui la lunga detenzione ha consentito di fare un altrettanto lungo percorso di istruzione, magari assegnati al circuito dell’alta sicurezza, ma restano casi esemplari di quel che in carcere si può fare, senza discriminare per titolo di reato e senza angustiarli con improvvise e ingiustificate traduzioni da un carcere all’altro.
A questo capitolo dell’istruzione in carcere si è aggiunta, con particolare rilevanza da quando è stata istituita la Conferenza dei delegati dei Rettori, l’istruzione universitaria, che coinvolge ormai quasi duemila persone in Italia, più di trecento delle quali nel Lazio, per meritorio impegno delle cinque università pubbliche e grazie alla lungimirante politica seguita dal mio predecessore, Angiolo Marroni, che aprì la strada, d’intesa con l’ente regionale per il diritto allo studio, alla fornitura del materiale didattico e allo sgravio fiscale per l’iscrizione all’università, cui nel tempo si sono aggiunte, con ulteriori fondi regionali, la copertura delle attività di tutoraggio in carcere e, vorremmo, borse di studio dedicate (io lascio, ma sono convinto che il presidente di Disco, Simone Foglio, vorrà continuare su questa strada).
4.5. Qualche sofferenza hanno subito ancora l’anno passato, le attività artistiche, sportive e culturali che riempiono il vuoto del carcere, l’inattività e l’inespressività, e rendono vive persone che altrimenti non sanno di avere ancora tanto da dare, ai loro compagni, alle loro famiglie e alla società. Una disciplina inutilmente vessatoria alla fine è stata superata per stessa disposizione della direzione generale che l’aveva introdotta, ma è evidente che si può e si deve fare di più: il carcere dell’articolo 27 della Costituzione non può che essere un carcere aperto all’iniziativa, all’inventiva e alla partecipazione del volontariato e della società civile. La responsabilità repubblicana delineata dall’articolo 27 della Costituzione non solo esclude la possibilità che l’amministrazione penitenziaria si chiuda in se stessa, senza l’apporto delle altre amministrazioni pubbliche, come l’istruzione, la sanità, i servizi anagrafici e sociali territoriali, i centri per l’impiego, ma può e deve sollecitare la partecipazione della società civile, “l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”, dice l’art. 118, comma 4, della Costituzione. Dal Covid in poi, invece, dobbiamo dircelo, per ragioni obiettive, pigrizie mentali e scelte organizzative, un po’ di contributi esterni li abbiamo persi, se non li abbiamo disincentivati. La Regione e gli enti territoriali, al contrario, tanto possono fare per incentivare la partecipazione del volontariato e dell’associazionismo, come per esempio fanno, da quasi vent’anni, la legge regionale n. 7/2007, per i diritti dei detenuti, o le officine del teatro sociale, molto attive in carceri e Rems.
4.6. Per quanto non ne riusciamo a fare a meno, l’obiettivo non può che continuare a essere “il carcere della speranza”, di cui scriveva Nicolò Amato, cui giustamente il Ministero ha recentemente intitolato l’aula magna della scuola di formazione della polizia di Roma. Il carcere della speranza è il carcere che offre opportunità, incentiva le relazioni sociali e familiari, ben oltre quelle telefonate date con il contagocce come se fossimo nel secolo scorso, e anche attraverso gli incontri intimi con il o la partner, consentiti dalla sentenza 10/2024 della Corte costituzionale e di cui qui in regione ci siamo dimenticati. Tutto il contrario del carcere chiuso, autosufficiente e ripiegato su se stesso che abbiamo visto manifestarsi nel grande gioco di ruolo di questi anni, tra guardie e ladri, come se il carcere fosse il terreno di una contesa tra custodi e custoditi, detenuti e detenenti, e non un luogo di vita e di lavoro, degli uni e degli altri, costretti a star bene insieme o a star male gli uni e gli altri. Non fa bene neanche alla Polizia penitenziaria questa rappresentazione del carcere come di un campo di battaglia tra buoni e cattivi, perché ne riduce la qualità professionale al contenimento e alla repressione (dove sarà sempre una polizia di serie b, rispetto alle forze dell’ordine che lavorano sul territorio), quando chiunque sia stato in carcere sa che ciò che qualifica un operatore di polizia in carcere rispetto a qualsiasi altro operatore di polizia è la sua partecipazione alla mission dell’istituzione, l’esecuzione penale proiettata al reinserimento sociale nel pieno rispetto della persona detenuta.
Bisogna disarmare questa rappresentazione di un conflitto permanente in carcere per riorientarne in maniera costituzionale la sua funzione sociale: ospitare nel migliore dei modi possibili, nella pienezza dei diritti esercitabili in condizione di privazione della libertà, le persone che vi sono costrette in forza di un provvedimento giudiziario, offrendogli tutte le opportunità, non solo per vivere meglio quel tempo di detenzione a cui sono costretti, ma per il recupero dello svantaggio sociale e per il reinserimento nella società in condizioni di autonomia e legalità.
Per fare questo dobbiamo avere un sistema penitenziario adeguato alle sue strette necessità, in termini di spazi, personale, risorse finanziarie. Non ce la faremo mai inseguendo ogni giorno una nuova emergenza, vera o presunta che sia. Chi conosce il carcere sa che gli autori di gravi reati contro la persona o di reati legati alle organizzazioni criminali non arrivano alla metà dei detenuti presenti nelle nostre carceri: 25-30mila persone. Il resto è detenzione sociale, come diceva un altro grande capo dell’Amministrazione penitenziaria, Sandro Margara. E l’unico modo per ridurre la detenzione sociale è fare adeguate politiche sociali di reinserimento, ma se fai adeguate politiche sociali di reinserimento fai anche prevenzione, e forse allora se facciamo buone politiche sociali della detenzione sociale potremmo farne anche a meno e dedicare spazi, risorse e personale agli autori di reati più gravi, quelli per cui il carcere può essere una necessità e può svolgere una funzione non meramente custodiale.
Qualche anno fa, nella sua autobiografia professionale, il Provveditore dell’Amministrazione penitenziaria per il Lazio, l’Abruzzo e il Molise, scriveva che il carcere è l’ultimo presidio dello Stato, che non può rifiutarsi di accogliere chi, rifiutato per ogni dove, arriva al suo portone. Capisco, empiricamente ha ragione il dott. Siciliano, è proprio così, ma non ci si può rassegnare a questo stato di cose. Il sociale, le sue irregolarità, la sua devianza, va restituito alla società, che deve farsene carico senza versarlo nel carcere. Allora, forse, potremo superare l’eterno sovraffollamento e praticare il carcere della speranza.
5. Poche parole, infine, per salutarci. Sono grato al Consiglio regionale di ieri, dell’altro ieri e di oggi per avermi consentito di fare questa esperienza in assoluta libertà e autonomia. Sono grato alle persone che mi hanno accompagnato in questi anni, alcune fino alla loro pensione, altre fino a nuovi incarichi ed esperienze professionali, altre infine fino a questo mio congedo: nulla di quello che sono riuscito a fare sarebbe stato possibile senza la loro intelligenza, la loro disponibilità e dedizione. Sono grato a dirigenti e operatori degli enti e delle strutture delle amministrazioni della giustizia, dell’interno, della sanità, per la cortesia con cui hanno sopportato le mie visite, le mie telefonate e le mie lettere, con cui abbiamo condiviso rari momenti di soddisfazione e più frequenti momenti difficili e talvolta tragici, dalle proteste per il Covid alle morti e ai suicidi in carcere. Sono grato ai miei colleghi garanti nazionali e territoriali, con cui in dieci anni abbiamo cercato di far crescere una cultura dei diritti e delle garanzie delle persone private della libertà. Sono grato agli operatori dell’informazione per aver dato credito alle mie parole e aver sempre tenuto conto dell’opinione del garante e dei garanti. Sono grato a tutte le persone sottoposte a misure restrittive della libertà che ho incontrato sulla mia strada in questi anni per quello che mi hanno insegnato e per la fiducia che hanno avuto nel nostro ufficio.
L’auspicio è che l’impegno che io ho potuto svolgere in questi dieci anni possa continuare con la medesima libertà e con la medesima autonomia in futuro. Io non so se, complessivamente, ho fatto bene o ho fatto male. Anzi so che spesso non ho fatto tutto quello che avrei dovuto e come avrei dovuto farlo, ma so di averlo fatto con tutte le mie risorse e tutte le mie capacità. Spero che chi mi succederà faccia altrettanto, e spero che il Consiglio regionale voglia continuare a investire come si deve su questa, come sulle altre autorità di garanzia, come spero che facciano le altre Regioni e gli altri enti locali, perché credo che il sistema della privazione della libertà ne abbia bisogno, perché credo che nella responsabilità repubblicana a cui ci chiama l’articolo 27 della Costituzione un ruolo fondamentale lo abbiano le regioni e gli enti locali, già costituzionalmente depositarie di funzioni fondamentali per la tutela della dignità della persona detenuta e per la sua prospettiva di reinserimento sociale, perché credo che la tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà abbia bisogno di queste figure di prossimità, perché credo che un pezzo delle politiche della sicurezza di cui tanto si parla si faccia qui, sul territorio, recuperando lo svantaggio sociale delle persone che finiscono in carcere, nelle Rems e nei Cpr.
Qui la relazione completa
Qui le slide di presentazione
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *
Nome *
Email *
Sito web
Do il mio consenso affinché un cookie salvi i miei dati (nome, email, sito web) per il prossimo commento.