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Dall’austerità di Berlinguer, al cancello di Arundhati Roy

Pubblicato il 15 Marzo 2021
Capitalismo, Materiali, Scritti, Temi

Transizione ecologica. Persino la finanza e i banchieri (e Draghi) se ne interessano, perché riconvertirsi al green permette infatti di continuare come prima i processi di accumulazione del capitale. D’altra parte, lo aveva scritto l’economista Giorgio Lunghini: il capitalismo è trasformista per sua essenza e natura e può anche dichiararsi verde e sostenibile, importante è che nulla cambi nella sua logica di accumulazione e di sfruttamento della vita e della biosfera. E può permettersi di nominare ministro chi si dice umanista – Roberto Cingolani – anche se fino al giorno prima aveva lavorato per una impresa (Leonardo) che fa anche della guerra il suo business – senza percepire la contraddizione etica ed esistenziale

La questione ambientale è antica e mai risolta (e irrisolvibile) perché tra biosfera e capitalismo – e la razionalità strumentale/calcolante industriale che lo determina – vi è un conflitto insanabile. Ed è una questione che riguarda soprattutto la sinistra e cosa vuol dire essere di sinistra. A seguire, ecco allora alcuni estratti da un articolo di Lelio Demichelis sull’austerità di Berlinguer, uscito poche settimane fa su economiaepolitica.it, leggibile nella sua interezza a questo link: https://www.economiaepolitica.it/in-punta-di-teoria/dallausterita-di-berlinguer-al-cancello-di-arundhati-roy/

Gennaio 1977: al Teatro Eliseo di Roma si svolge un Convegno di intellettuali – promosso da Enrico Berlinguer e dal suo Pci – su un tema particolarissimo e anche molto scivoloso, quello dell’austerità come via per arrivare, se non ad una società socialista almeno ad una società giusta. È un rovesciamento radicale delle forme classiche (ottocentesche e novecentesche) del marxismo. Il Convegno fece allora molto discutere, ma verrà anche archiviato/rimosso con grande rapidità.

(…) Era il canto del cigno della sinistra? Solo due anni dopo, Margaret Thatcher sarebbe diventata premier in GB e nel 1980 Ronald Reagan presidente degli Usa: con loro inizierà lo tsunami neoliberale-industrialista-tecnologico (la rivoluzione/contro-rivoluzione neoliberale e insieme tecnologica), che ci sommerge o in cui siamo impaludati ancora oggi, ultima fase, ma la più estremista e nichilista di una rivoluzione industriale iniziata tre secoli fa. E gli anni Ottanta saranno pieni di edonismo reaganiano, di hippies che diventano yuppies, di godimento e divertimento (dopo la tristezza degli anni ’70), di consumismo esasperato e di televisioni commerciali/industria culturale berlusconiana, di narcisismo e di egotismo e di irresponsabilità. Il tecno-capitalismo facendoci in fretta dimenticare – è stata una perfetta azione di ingegnerizzazione comportamentale eterodiretta in senso neoliberale e tecnologico – la crisi ambientale e quella di sé come sistema: una rimozione che ha permesso al tecno-capitalismo di uscire dalla crisi degli anni ’70 e di tornare rapidamente a massimizzare i propri profitti, massimizzando il pluslavoro – fino ad arrivare al lavoro gratuito di oggi nel capitalismo della sorveglianza e di piattaforma ed estrattivista. E di annichilire insieme (è l’ultima fase della grande disruption che il tecno-capitalismo mette in scena da tre secoli) società e biosfera, libertà e democrazia, uguaglianza e responsabilità. (…)

L’austerità comunista: la proposta di Berlinguer

Nel suo discorso conclusivo al Convegno, Berlinguer aveva espresso in primo luogo grande soddisfazione per la qualità della partecipazione degli intellettuali intervenuti (…). La seconda riflessione era per come era stato accolto positivamente l’obiettivo del Convegno, quello di iniziare a «mettersi al lavoro … per un progetto di rinnovamento della società italiana» (…). E continuava: «Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora». (…). E ancora: «L’austerità è per i comunisti lotta effettiva contro il dato esistente, contro l’andamento spontaneo delle cose, ed è, al tempo stesso, premessa, condizione materiale per avviare il cambiamento. (…) l’austerità può essere una scelta che ha un avanzato e concreto contenuto di classe, può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale, attraverso cui lotta per affermare, nelle condizioni di oggi, i suoi antichi e sempre validi ideali di liberazione.

(…) Austerità come via al socialismo? Il nostro progetto, aveva continuato Berlinguer, «non deve essere – io credo – un programma di transizione a una società socialista: più modestamente e concretamente deve proporsi di delineare uno sviluppo dell’economia e della società (…) che possano raccogliere l’adesione e il consenso di quegli italiani che, pur non essendo di idee comuniste o socialiste, avvertono acutamente la necessità di liberare se stessi e la nazione dalle ingiustizie, dalle storture, dalle assurdità, dalle lacerazioni a cui ci porta ormai l’attuale assetto della società».

Aggiungendo però: «Ma chi sente questo assillo e ha questa aspirazione sincera, non può non riconoscere che per uscire sicuramente dalle sabbie mobili in cui rischia di essere inghiottita l’odierna società, è indispensabile introdurre in essa alcuni elementi, valori, criteri propri dell’ideale socialista».

Per uscire dalla logica del capitalismo.

Ma come uscire da questa logica?

«Quando poniamo l’obiettivo di una programmazione dello sviluppo che abbia come fine la elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili; quando poniamo l’obiettivo del superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati a un esasperato individualismo; quando poniamo l’obiettivo di andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte (…); quando poniamo l’obiettivo della piena uguaglianza e dell’effettiva liberazione della donna (…); quando poniamo l’obiettivo di una partecipazione dei lavoratori e dei cittadini al controllo delle aziende, dell’economia, dello Stato; quando poniamo l’obiettivo di una solidarietà e di una cooperazione internazionale che porti a una redistribuzione della ricchezza su scala mondiale; quando poniamo obiettivi di tal genere cos’altro facciamo se non proporre forme di vita e rapporti fra gli uomini e fra gli Stati, più solidali, più sociali, più umani e dunque tali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo?»

La (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale

(…) Ma cosa dobbiamo intendere – andando oltre Berlinguer (…) – con logica del capitalismo? Intanto, non è del solo capitalismo, ma di tecnica & capitalismo. [Perché] se la tecnica è l’insieme delle tecnologie e, a monte, è la razionalità strumentale/calcolante-industriale che predetermina e insieme incessantemente riproduce i processi di innovazione, di integrazione e di sfruttamento (e di alienazione), il capitalismo è l’insieme dei mercati ma, sempre a monte, è la razionalità strumentale/calcolante-industriale che predetermina e insieme incessantemente riproduce i processi di mercificazione e di sfruttamento (e di alienazione) della vita. Ovvero, la logica del [di ciò che definiamo] tecno-capitalismo è la razionalità strumentale/calcolante-industriale, premessa necessaria per massimizzare anche il profitto.

La tecnica inoltre presuppone e insieme impone (e appunto nella sua razionalità) che non possano più esistere macchine singole ma solo macchine integrate in macchine sempre più grandi secondo un principio di convergenza delle macchine e degli uomini che porta a un totalitarismo degli apparecchi o ad un sistema tecnico che prescinde sempre più dall’umano (la mega-macchina di Anders o di Ellul). Perché come scriveva [appunto] Jacques Ellul, il progresso tecnico è un incessante meccanismo di integrazione dell’uomo, ma lo stesso vale per il capitalismo con l’integrazione/convergenza dei mercati tra loro e degli uomini con il mercato. E ogni meccanismo di integrazione – massimamente il tecno-capitalismo – esclude ovviamente la libertà (anche se la produce industrialmente, illudendo che sia vera libertà), esclude il pensiero dissidente, divergente, il pensiero libero e critico. [E] il dovere di adattarsi al tecno-capitalismo significa negare all’uomo ogni possibilità di autonomia e ogni capacità di individuazione e di libero arbitrio, di consapevolezza e di progettualità, di eticità dei comportamenti. E oggi dobbiamo purtroppo ammettere che adattarsi è diventata la forma e la norma sociale imposta dalla forma e dalla norma tecno-capitalista, producendo un uomo – dopo che anche la classe operaia ha ripudiato l’austerità come modello di trasformazione sociale, ha smesso la sua coscienza di classe e dagli anni ’80 ha iniziato a lasciarsi sedurre dal Drive in (e succedanei e successori, tra industria culturale e società dello spettacolo e serie televisive, introiettando poi un infantile feticismo soprattutto per le merci tecnologiche ma soprattutto per il sistema che le produce, credendo che questa sia l’utopia finalmente raggiunta del post-capitalismo) – un uomo ancora più unidimensionale di quello descritto da Marcuse (e quindi ancora più funzionale al sistema). Ma soprattutto – e peggio – è ancora più sussunto dal/nel sistema e dalla/nella logica del (tecno)capitalismo. Una sussunzione prodotta appunto dalla convergenza di uomini e macchine in macchine sempre più grandi e sempre più automatiche, producendo infine anche l’automazione del pensiero – che è ben oltre la società amministrata/automatizzata temuta da Horkheimer. Perché come ha scritto ne La libertà e le occasioni il filosofo Aldo Masullo, la tecnica non accresce più la libertà dell’uomo, ma è piuttosto una incessante sfida alla sua libertà. Per cui occorre salvare l’umano dalla sua sempre più stretta calcolabilità, cioè dalla logica antiumanistica della tecnica e del capitalismo.

(…) Razionalità strumentale/calcolante-industriale – è questa, appunto la logica che determina il tecno-capitalismo. Strumentale perché finalizzata all’accrescimento della produttività (che presuppone una intensificazione dei tempi-ciclo e della sussunzione, l’estensione della giornata lavorativa e l’aumento del pluslavoro) e quindi del profitto (privato); calcolante, perché basata solo sul calcolo e sulla valutazione capitalistica (costi/benefici capitalistici) di tutto, anche dell’uomo [diventato capitale umano], prescindendo da ogni pensiero meditante /riflessivo/responsabile/consapevole; e industriale, perché oggi tutto è industria e tutto è organizzato industrialmente: la rete, i social, l’Internet delle cose e degli uomini, la famiglia, la felicità, la cultura, la scuola e l’università e le relazioni umane, il divertimento. Una razionalità tutta diversa, ovviamente, dalla ragione dell’illuminismo.

L’austerità (e la progettualità) dimenticata

Cosa è rimasto della proposta berlingueriana? Nulla. Diceva Giorgio Nebbia – ecologista, vicino al Pci, presente al Convegno del 1977, ma soprattutto intellettuale e docente di quella scienza oggi dimenticata che è la merceologia – nel suo intervento al Congresso del Pci del 1983 [ora in G. Nebbia, La Terra brucia. Per una critica ecologica al capitalismo, Jaca Book, Milano, 2019: 33]: «Il compagno Berlinguer su “Rinascita”, un paio d’anni fa, scriveva che è tempo di chiedersi che cosa occorre produrre e come e dove nel territorio. (…) Questo progetto deve permettere uno sviluppo economico che, per forza, deve esser diverso dall’attuale, in grado di soddisfare i bisogni umani tenendo conto del valore, che è economico in quanto umano, della salvaguardia dell’ambiente, dell’uso parsimonioso ed efficiente delle risorse naturali del nostro Paese e dell’intero pianeta. (…) un cambiamento nella programmazione e nel controllo della produzione e del consumo, nell’uso della natura e delle sue risorse, è indispensabile proprio per il progresso civile e democratico del Paese, per ridare fiducia tanto ai lavoratori quanto ai giovani (…)».

Programmazione e controllo della produzione e del consumo – parole e politiche di cui oggi non percepiamo più neppure il senso, sono diventate parole aliene. (…)

L’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco

Dopo 40 anni persi rincorrendo la realtà virtuale, a ricordarci la drammaticità del problema ambientale (…) è arrivato Papa Francesco con la sua Enciclica Laudato si’, del 2015 (…). Scriveva Francesco: «l’umanità ha assunto la tecnica e il suo sviluppo insieme ad un paradigma omogeneo e unidimensionale (…) che fa della tecnica e del metodo scientifico un sistema di possesso, dominio e trasformazione incessante (…). Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò determina la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a ‘spremerlo’ fino al limite e oltre il limite». Francesco infine proponendo il concetto di sobrietà (…).

Ma c’è un punto sul quale Francesco si dimostra molto più avanti delle sinistre positiviste/pragmatiste/industrialiste e del marxismo (…): «Occorre [cioè] riconoscere che la tecnica non è neutra, perché crea una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orienta le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. (…) Oggi diventa quindi difficile (…) attuare «un diverso paradigma culturale (…), [perché] il paradigma tecnocratico è diventato così dominante che è molto difficile prescindere dalle sue risorse e ancora più difficile è utilizzarle senza essere dominati dalla sua logica. (…) Si riducono così la capacità di decisione, la libertà più autentica e lo spazio per una creatività alternativa degli individui. (…) La vita diventa un mero abbandonarsi alle circostanze condizionate dalla tecnica, intesa come principale risorsa per interpretare l’esistenza». Invece, deve essere «ancora possibile ampliare lo sguardo e limitare e orientare la tecnica e metterla al servizio di un altro tipo di progresso, più umano, più sociale e più integrale». Perché – continua Francesco – non si tratta di ‘fermare il progresso’, «ma dobbiamo convincerci che rallentare un determinato ritmo di produzione e di consumo può dare luogo a un’altra modalità di progresso e di sviluppo». Ovvero: «Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso».

(…) Per farlo non basta uscire dalla logica del capitalismo, ma occorre uscire anche da quella – identica e integrata alla prima – della tecnica [e quindi – ex ante – occorre uscire dalla razionalità strumentale/calcolante-industriale/industrialista/positivista oggi egemone e immaginare una razionalità diversa e umana/umanistica-sostenibile e quindi educare a un pensiero meditante].

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