Il GIP di Milano non ha convalidato il fermo e ha respinto la richiesta di custodia cautelare per Youssef Siher. Per il giudice non sussistono gravi indizi di colpevolezza né per l’istigazione a delinquere né per il contestato reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche».
Anche lo slogan «noi dichiariamo guerra a questo presente infame» viene interpretato dal GIP per ciò che esprime: una critica politica radicale all’ordine politico, al Governo, al sistema mediatico. Un linguaggio duro, aspro nei toni, ma che non sottintende alcun riferimento concreto alla commissione di atti violenti. E nell’approdare a tale decisione il giudice si è mosso scrupolosamente lungo il solco tracciato in questi decenni dal giudice costituzionale (sin dalla sent. n. 65/1970): non basta pronunciare parole forti o provocatorie per commettere un reato. Occorre che quelle parole siano concretamente in grado di produrre fatti delittuosi.
E alla luce delle più recenti pronunce della Corte costituzionale, il giudice di Milano ha escluso anche l’ipotesi di terrorismo, il cui fine è quello di destabilizzare o distruggere, attraverso l’uso della violenza, «le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese» (art. 270 sexies c.p.). «Requisito», questo, che – come apprendiamo dalla sent. n. 191/2020 – «allude alle dimensioni necessariamente macroscopiche dell’offesa potenzialmente creata dalla condotta terroristica: un’offesa che non potrebbe ad esempio, come osserva la giurisprudenza di legittimità, esaurirsi nella mera lesione di patrimoni privati (Corte di cassazione, sezione sesta penale, sentenza 15 maggio-27 giugno 2014, n. 28009)».
La decisione del GIP non chiude definitivamente la vicenda giudiziaria. La Procura potrà impugnarla e le valutazioni restano legate agli elementi finora acquisiti.
Ciò che va però – in ogni caso ribadito – è che la libertà di associazione, la partecipazione politica, il diritto di manifestare e di esprimere opinioni radicali non sono concessioni del potere politico. Sono diritti costituzionali. E non possono trasformarsi in indizi di reato soltanto perché le idee espresse risultano scomode o contrarie agli orientamenti di chi governa.
Riteniamo pertanto particolarmente grave l’attacco sferrato dai vertici del Governo nei confronti del GIP del Tribunale di Milano, “responsabile” di non aver convalidato il fermo disposto per Youssef Siher.
Definire «vergognosa» una decisione giudiziaria soltanto perché non gradita al Governo allude a una pratica ampiamente in uso nei regimi autoritari e rappresenta una grave forma di delegittimazione della funzione giurisdizionale e un’offesa ai principi dello Stato costituzionale di diritto.
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