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Il Pd e le radici storiche di una crisi necessaria

Nato nel 2007 per adeguarsi a una realtà che nel 2008 ha mostrato il suo vero volto, il Pd è segnato da una radicale inadeguatezza che risale alla sua stessa origine e sta alla base della sconfitta strategica del centro-sinistra. La crisi attuale è un’occasione per cambiare tutto.

Sembra essere opinione largamente diffusa, almeno tra commentatori e dirigenti politici, che le parole con le quali Nicola Zingaretti ha annunciato le proprie dimissioni dal ruolo di segretario nazionale del Partito democratico presentino il tratto dell’eccezionalità e segnino una cesura profonda nella vicenda di quel partito. Il fatto che il Pd rappresenti la maggiore forza dell’area democratica e di centro-sinistra, posizione mai scalfita dai molteplici tentativi, pure generosi, di organizzare ciò che c’era e c’è fuori di esso, non consente a chi abbia a cuore le sorti della sinistra di banalizzare questo passaggio né tanto meno di guardarlo con quel cinismo irridente e compiaciuto che volentieri lasciamo ad altri.

Al contrario, vale probabilmente la pena di tentare uno sforzo per dare profondità storica alla comprensione della crisi radicale del progetto del Pd. In fondo, l’ambizione di collocare le ragioni di quel progetto all’altezza della storia è stata sin dall’inizio presente nelle parole e nelle intenzioni di chi lo ha realizzato, animato, diretto. Così come non è mai mancato in chi successivamente se ne è fatto interprete, persino durante la segreteria di Matteo Renzi, il riferimento a quella “sintesi delle migliori culture riformatrici dell’Italia repubblicana” che costituisce il nucleo della prospettiva politica aperta nel 2007, con lo scioglimento delle organizzazioni eredi di quelle culture e la nascita de “l’Ulivo fatto partito” come sintetizza efficacemente Gianni Cuperlo (Domani, 6 marzo). A rendere possibile quel tentativo di sintesi era la comune convinzione che la stagione di compatibilità e complicità, che a partire dagli anni Novanta aveva saldato l’orizzonte culturale e programmatico della sinistra occidentale con le varie narrazioni apologetiche della globalizzazione neoliberale, fosse destinata a durare e a produrre risultati apprezzabili. Al fondo dell’idea di un “Ulivo fatto partito”, infatti, c’era non solo una ingenua visione eternante del bipolarismo costruito attorno all’artificio di leggi elettorali maggioritarie e alla figura ingombrante di Silvio Berlusconi. La nascita del Pd stabilizzava la linea della “Terza via” e il sodalizio tra sinistra e neoliberalismo, legittimati dalla convinzione che il mondo edificato sulle macerie del Novecento con la vittoria del liberalismo sul socialismo, dell’ovest sull’est, dell’economia sulla politica, del capitale sul lavoro, del mercato sullo Stato fosse impossibile da mettere in discussione e forse persino desiderabile. Definitiva si immaginava una situazione nella quale la libertà era declinabile solo come attributo dell’individuo proprietario, la politica solo come governance, il lavoro solo come variabile dipendente del profitto, lo Stato solo come garante della concorrenza. A fare da sfondo, il controllo poliziesco esercitato sul mondo dall’unica grande potenza politica e militare rimasta in campo dopo la dissoluzione del blocco comunista. Se tale situazione era definitiva, alla sinistra non restava che prenderne atto e attrezzarsi per concorrere alla sua gestione e armonizzazione, provando a dispiegare, in quel preciso contesto, il potenziale progressivo di cui si riteneva fosse portatrice. Anzi, questo quadro ideologicamente costruito era persino capace di fornire al progressismo – divenuto nel frattempo unico sostantivo per definire le ragioni della sinistra – nuovi orizzonti ideali che sembravano poter rendere accettabili gli inevitabili squilibri di un sistema che pure generava movimenti di contestazione su scala globale: l’Europa come spazio pacificato dalle leggi di mercato, la liberal-democrazia come forma universale della libertà, i diritti individuali come strumento universale di affermazione della dignità umana. Pare dunque di poter dar ragione a Fabio Mussi quando afferma (il manifesto, 7 marzo) che all’origine del Partito democratico vi è stato, oltre a una oggettiva adesione al paradigma del nuovo capitalismo, un enorme deficit di analisi: un sistema che veniva considerato solido e irreversibile al di là degli squilibri che pure evidentemente produceva, e al quale si riteneva di dovere necessariamente aderire, entrò nel tornante del biennio 2008-2009, quando la grande recessione seguita alla crisi finanziaria tolse ogni dubbio sul fatto che lasciare liberi i detentori di capitali di massimizzare i profitti dentro le dinamiche di mercato non garantiva, né in maniera duratura né a beneficio della maggioranza delle persone, la crescita del benessere; e poi nel biennio 2010-2011, quando la crisi dei debiti sovrani europei e la risposta a colpi di austerity delle Istituzioni comunitarie palesarono la natura classista dei principi su cui l’UE era stata edificata; e ancora nel 2015, quando l’esito della crisi greca dimostrò che quei principi erano funzionali a una costruzione politica che statuiva gerarchie e rapporti di subordinazione in uno spazio che tutto era fuorché pacificato; e infine in questo biennio 2020-2021, segnato da una pandemia che sta evidenziando come, in assenza di forme di controllo sociale sugli aspetti strategici della produzione e della gestione delle risorse, le libertà individuali non garantiscono né l’affermazione della dignità umana né, persino, la tutela della vita.

Il Partito democratico è nato nel 2007 con un atto di rottura simbolica, organizzativa e ideale con la tradizione del movimento operaio per essere adeguato alla gestione di una realtà cui si è aderito in virtù di una narrazione che nel 2008 ha invece iniziato ad andare in frantumi. È tale radicale inadeguatezza originaria la ragione prima delle sconfitte che l’area di centro-sinistra ha subito da quando il Pd è nato. Particolarmente significativa, in senso sia esplicativo sia causale, è quella del 2013, la quale, se sul piano elettorale fu catalogata come una sorta di pareggio (“siamo arrivati primi, ma non abbiamo vinto”, disse Pierluigi Bersani la mattina del 26 febbraio), su quello politico fu una grave sconfitta per una coalizione che solo due anni prima, al momento della caduta del governo delle destre, sembrava destinata a un’ampia vittoria. E, in effetti, la coalizione guidata dal Pd aveva dimostrato di poter vincere nelle elezioni amministrative (spesso a seguito di processi politici che il Pd subì, come nelle comunali di Milano, Napoli, Cagliari, Genova), nonostante lo stesso Pd avesse in quegli anni sostanzialmente disertato le lotte sociali di opposizione alle politiche della destra, fatta eccezione per quella sulla scuola. Il Pd non si schierò mai al fianco della Fiom-Cgil nella vertenza contro il modello Marchionne di compressione dei diritti sul lavoro nelle fabbriche Fiat e contro gli interventi legislativi del ministro del lavoro Sacconi che ne sancivano la natura precorritrice di riforme sistemiche; né partecipò alla vittoriosa campagna referendaria del 2011 sull’acqua pubblica, che lo vide schierarsi per il solo all’ultimo momento. Conflitto capitale-lavoro in fabbrica e conflitto pubblico-privato sulle risorse fondamentali furono disertati dal Pd per gli stessi motivi che lo portarono, subito dopo, ad accogliere la lettera firmata da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, con cui la Bce, nell’autunno del 2011, imponeva al nostro Paese misure di austerity, privatizzazione e ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro come “la base su cui impostare politiche per far uscire l’Italia dalla crisi” (così Enrico Letta, allora vice segretario del Pd). Motivi definiti dall’adesione originaria di quel partito al paradigma neoliberale. Da lì, venne naturale il sostegno “senza giri di parole, senza asticelle, senza paletti, senza termini temporali” (così il segretario Bersani nella dichiarazione di voto sulla fiducia al Governo Monti) ai diktat dell’Europa in risposta all’attacco speculativo che coinvolse il debito pubblico italiano in quei mesi.

Non occorre ricostruire ciò che da quelle scelte e dalla conseguente non vittoria del 2013 seguì: il crollo del consenso soprattutto nei ceti popolari, l’esplosione del cosiddetto “populismo”, la perpetuazione delle larghe intese, l’ascesa di Renzi alla segreteria e poi al governo, la sconfitta del 2016 e poi quella del 2018 che spiegano l’oggi. Ciò che interessa sottolineare è che tutte le principali scelte politiche fatte dal Pd non sono dovute a errori contingenti, ma alla genesi politica, organizzativa e culturale del partito È quella genesi a renderlo strutturalmente inadeguato, nella situazione determinatasi dal 2008, a svolgere una funzione storica non subalterna. Decisiva è stata la fallace lettura della globalizzazione e della fase neoliberale dello sviluppo capitalistico, che ha portato la parte maggioritaria della sinistra a rinunciare a una comprensione delle dinamiche profonde del capitalismo e dunque all’esercizio di una capacità di intervento politico su di esse, con la consapevole dismissione delle categorie concettuali attraverso cui il movimento operaio e democratico aveva compiuto lo sforzo di comprensione di quelle dinamiche. Sforzo che aveva alle spalle l’assunzione di un autonomo punto di vista critico, che è presupposto di qualsiasi prospettiva seriamente riformista.

L’assunzione di un autonomo punto di vista critico è una scelta politica, che riguarda l’identità di una forza che deve scegliere quale parte di società rappresentare, organizzare, guidare verso la gestione democratica del potere. È in questi termini che va visto il rapporto tra sinistra e mondo del lavoro, tra sinistra e classi popolari, che è la più radicale questione politica per l’intera sinistra europea. Essa coincide infatti con la questione della funzione storica della sinistra nella fase attuale: portare il punto di vista del lavoro nel cuore del processo di costruzione di un’Europa libera, forte e democratica, processo che non può essere lasciato alla dialettica tra forze liberali e forze nazionaliste.

In molti Paesi il processo di ricollocazione dei partiti della sinistra e del socialismo è stato da tempo avviato, anche se in maniera graduale e contraddittoria. La situazione italiana rende impossibili soluzioni gradualiste di cambiamento nella continuità. Altri partiti della tradizione socialista, socialdemocratica e laburista europea, infatti, pur avendo ugualmente portato avanti, negli ultimi decenni, una linea di compatibilità e di complicità con il neoliberalismo, non hanno fatto coincidere l’assunzione di quella linea con la rottura simbolica, organizzativa, identitaria con la tradizione del movimento operaio, come è invece accaduto in Italia con la nascita del Partito democratico. Questa sostanziale differenza ha reso e rende impossibile, anche a segretari bene orientati, attuare un cambiamento autentico: ogni rottura con la stagione della subalternità al neoliberalismo equivarrebbe a una rottura con l’identità del Partito democratico, che con quella subalternità coincide. Se questo ha rappresentato un oggettivo ostacolo per i tentativi pure generosi di Pierluigi Bersani e di Nicola Zingaretti, può ora costituire l’occasione per inaugurare, con un atto forte e dirompente, la via italiana alla ricostruzione di una sinistra europea del lavoro, del socialismo e della democrazia. Cambiare tutto, come oggi dicono anche autorevoli dirigenti del Partito democratico, si può e si deve. Se saranno credibili nel chiamare a raccolta i tanti che sono già pronti e che da tempo non aspettano altro, potranno trovare anche la forza per riuscirci.

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