Materiali

Il turismo di chi ci lavora

Una indagine qualitativa che racconta un laboratorio di sperimentazione di vecchie e nuove forme di sfruttamento, organizzate su linee di genere, colore, provenienza, età.

Introduzione

Il turismo è stato tra i settori maggiormente colpiti dalla crisi sanitaria e socio-economica innescata dalla pandemia da Covid-19. È indubbio che la fase attuale esprima una rinnovata attenzione per il ruolo da esso giocato nell’economia nazionale. Il ripristino di un apposito ministero con portafoglio, a 28 anni dalla sua abrogazione con referendum (1993), è certamente un passo nella giusta direzione. Pur a fronte della sua evidente rilevanza, il settore turistico si è scontrato nel nostro Paese con un’annosa assenza di una qualche strategia nazionale e di politiche pubbliche organiche, nonché con un alto grado di frammentazione settoriale e delle competenze. Si aggiunge a questo problema lo scarso coordinamento tra i livelli locale, regionale e statale che il neo-Ministro Garavaglia pure ha dichiarato di voler affrontare. Nella fase attuale, il dibattito intorno al turismo è particolarmente vivace e sembra concentrarsi su un certo numero di temi chiave. Si ragiona ampiamente della bontà delle misure di sostegno previste per il settore, considerate inadeguate tanto dalla parte sindacale che da quella imprenditoriale. Avanza la riflessione sul rapporto tra andamento della campagna vaccinale e ripresa dei flussi turistici. Continua, per esempio, a far discutere la proposta della Commissione di un regolamento per un Digital green certificate, volto a facilitare la mobilità e la ripresa del turismo in tutti i territori dell’Unione. Esemplificativa della percepita rilevanza della ripresa del turismo per l’economia nazionale l’attenzione per le recenti dichiarazioni del ministro Garavaglia. Questi ha individuato nel 2 giugno una possibile data di (ri-)apertura delle attività turistiche, rilanciando idee come il Green Pass per la mobilità tra regioni e la creazione di isole Covid-free sulla scorta dell’esperimento greco. Una certa risonanza sui media hanno avuto le indagini promosse da grandi piattaforme (per esempio, Booking.com o Airbnb), che rilevano tra le altre cose: la fiducia, e la speranza, riposte dagli italiani nella possibilità di concedersi una vacanza la prossima estate; un orientamento (che si riconferma) verso le spiagge e il turismo di prossimità; una preferenza per località balneari di rilievo del nostro Paese; una grande attenzione per la sicurezza; una predilezione per sistemazioni isolate, dotate di comfort e servizi e – per alcuni gruppi – ‘green’.

Brilla invece per assenza dai ragionamenti in corso una qualche riflessione genuinamente incentrata sulla necessità di ripensare il modello di lavoro su cui l’industria turistica italiana si è retta negli ultimi anni. Ciclicamente, d’altra parte, la narrazione prevalente ha riproposto il turismo come petrolio del Paese, miniera d’oro, asset strategico e così via oscurando però questa questione di fondo. Di fatto, là dove essa venga toccata, lo si fa esclusivamente in termini numerici: l’equazione ‘più turismo più occupazione’ – o l’allarme ‘meno turismo meno occupazione’ – non ha sin qui lasciato nessuno spazio al tema dell’estrema precarietà lavorativa che connota strutturalmente il settore. È dal punto di vista del lavoro, invece, che proviamo a ricostruire di seguito l’impatto dell’emergenza in corso sul turismo. Il contributo presentato è il frutto di un’indagine qualitativa svoltasi tra i mesi di luglio e ottobre del 2020 e basata su un dialogo aperto con testimoni privilegiati della Segreteria Nazionale e di sei Segreterie Regionali di FILCAMS-CGIL (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia)1. Si è interagito con le Segreterie in un periodo di dati numerici ancora incerti. Ben al di là di una conta quantitativa, tuttavia, l’obiettivo dell’indagine è stato quello di cogliere, attraverso esempi e dinamiche particolarmente esemplificativi, processi e tendenze in atto alla luce delle condizioni che già prima caratterizzavano il settore. L’interlocuzione con le Segreterie FILCAMS ha toccato un ampio spettro di temi, dall’assenza di una strategia e di una programmazione nazionale adeguate, a quello caldissimo degli ammortizzatori sociali, passando per la necessità di riadeguamento del settore che la fase richiede, la professionalizzazione e la formazione, il ruolo e le prospettive della bilateralità, sino ai cambiamenti intervenuti nel rapporto tra sindacato e lavoratori in questa fase di crisi. Cambiamenti, sembra bene sottolinearlo qui, per lo più in positivo, che hanno confermato e rafforzato la rilevanza del ruolo del sindacato, in genere e tanto più in una fase drammatica quale quella che lavoratrici e lavoratori stanno oggi vivendo.

Senza mancare di menzionare alcune delle questioni elencate sopra, scegliamo di concentrarci per questo contributo sulle dinamiche che sottendono la precarizzazione e l’impoverimento delle lavoratrici e dei lavoratori del turismo. Ciò non da ultimo in considerazione delle great expectations, in termini di ripresa, che il settore sta coagulando in questa fase. A fronte dell’ennesima cortina fumogena che il tema ‘crisi e ripresa’ rischia di far calare sul mondo del lavoro, sembra infatti oggi più importante che mai contrastare dinamiche facilmente prevedibili se si considera l’abbattimento del lavoro come soggetto economico sociale e politico che ha connotato, di crisi in crisi, il quarantennio che ci lasciamo alle spalle. Innanzitutto, sembra fondamentale decostruire ogni narrazione che sostenga un mero ritorno ai paradigmi di partenza, alla ‘normalità’ pre-crisi. Il miglioramento delle condizioni di lavoro non può essere considerato un mero portato della ripresa dell’industria turistica: gli stessi dati sulla crescita del turismo negli anni precedenti l’emergenza in corso rendono evidente come sia del tutto mancata una qualche redistribuzione verso il lavoro dei pur ingenti guadagni del settore; sembra possibile asserire, in effetti, che le passate fortune sono state costruite proprio su un continuo e diffuso peggioramento delle condizioni lavorative. Al contempo è necessario monitorare che, come spesso avviene con i passaggi di crisi, le difficoltà presenti non vengano utilizzate per legittimare addirittura, nel breve come sul più lungo periodo, un prolungamento o anche un inasprimento di processi di ultra-precarizzazione già abbondantemente in atto. Nel complesso, il contributo che proponiamo intende nel suo piccolo contribuire a quelle voci che oggi spingono perché all’interno del dibattito sul settore turistico, come su altri settori chiave dell’economia del Paese, ritrovino centralità il tema del lavoro, delle relazioni di lavoro e dei rapporti di forza quanto mai sbilanciati che le sottendono.

Uno sguardo d’insieme

Fatta eccezione per l’immediato dopo-crisi finanziaria, negli ultimi anni, a livello globale, europeo e nazionale, i flussi turistici e le attività economiche connesse hanno denotato una crescita continua e sempre maggiore. Come per esempio sottolineato dalle rispettive Segreterie FILCAMS, in regioni come la Toscana, il turismo è stato uno dei principali volani di ripresa dalla crisi del 2009 (assieme all’export); così come, in tempi più recenti, l’Expo (2015) ha contribuito a consolidare l’immagine di Milano come città europea e innovativa e all’incremento di visitatori che ne è conseguito.

Secondo l’analisi Il valore del turismo in Italia di Confcommercio, nel decennio 2007-2017 il nostro Paese ha registrato un aumento degli arrivi e delle presenze pari al 40% e al 30% rispettivamente per un valore monetario di 3,5 miliardi di euro (il maggiore incremento percentuale in termini di valore aggiunto). In termini di occupazione, il turismo si è poi rivelato il comparto con il maggiore incremento sia nel medio periodo (261mila occupati in più tra il 2008 e il 2017, circa +20%) che nel lungo periodo (+43% tra il 2001 e il 2017). Nel 2019, un anno-boom, la stampa ha salutato con entusiasmo gli oltre 40 miliardi di spesa effettuati dagli stranieri e l’ulteriore crescita del turismo nel nostro Paese rispetto all’anno precedente (+2,8%). Secondo i dati Istat (2019), prima dell’emergenza l’insieme dei settori toccati dalla domanda turistica generava oltre il 13% del Pil nazionale e occupava poco meno di 1 milione 700 mila addetti (7,1% del totale degli occupati), considerando anche le attività solo in parte turistiche come la ristorazione, i bar e gli esercizi simili.

La situazione di oggi racconta di un effetto devastante della crisi pandemica sul settore turistico. Secondo il Rapporto sulla competitività dei settori produttivi dell’Istat, le attività legate al turismo sono crollate del 59,2%, e del 74,7% per quanto riguarda gli arrivi dall’estero. Risultano a rischio di fallimento le attività delle agenzie di viaggio (oltre 73%), di aziende e cooperative che operano nel campo artistico e dell’intrattenimento (oltre 60%), nel trasporto aereo (59%), nella ristorazione (55%). Con picchi elevatissimi nella ristorazione (95,5%), nei servizi per edifici e paesaggio (90%), attività sportive e di intrattenimento (85,5%). L’Ufficio Studi dell’ENIT (Agenzia Nazionale del Turismo) ha stimato un calo del contributo totale del comparto Viaggi e Turismo di 5,8 punti percentuali (dal 13% del PIL nel 2019 al 7,2% del PIL nel 2020). D’altronde tutte le statistiche segnalano l’evidente e forte calo occupazionale in corso. Sempre secondo l’Istat, il calo dell’occupazione è stato “senza precedenti” nel 2020 (-456 mila posti di lavoro, -2,0%) – in specie dei più fragili – ed è stato accompagnato da una forte crescita dei lavoratori inattivi tra 15-64 anni (+567 mila, +4,3% in un anno). Le associazioni di settore stimano che il 29,3% per cento del totale dei posti di lavoro perduti siano ascrivibili al settore. Si tratta probabilmente di una sottostima visto il peso rivestito in esso dal lavoro precario e nero.

È tuttavia molto difficile fare stime di un settore come quello turistico. Come puntualizzato tra le altre dalla Segreteria pugliese, esso vede la compresenza di una varietà di dimensioni aziendali: da quelle tipiche della multinazionale a quelle della piccola e piccolissima imprenditoria formale e informale. Particolarmente rilevanti sono le differenziazioni territoriali e l’eterogeneità interna, non a caso spesso si parla di turismi: le città d’arte, il turismo congressuale, fieristico o di lavoro, il mare, la montagna via scendendo alle specializzazioni del turismo enogastronomico o degli amanti della bicicletta ecc.. Dietro il turismo si muove di fatto una vera e propria industria (o un insieme di industrie) articolata in un sistema di filiere estremamente complesso. Ricordiamo che se, totalmente o in parte, sono propriamente turistici ambiti come i pubblici esercizi (bar e ristoranti, per esempio), la ristorazione commerciale, la ricettività, le agenzie di viaggio, buona parte del mondo della cultura e dello spettacolo, i diversi segmenti della domanda turistica alimentano settori strategici dell’economia (nazionale e mondiale) – per esempio i trasporti, l’edilizia, ma anche l’industria alimentare – e hanno ricadute importanti su un’ampia costellazione di attività economiche, dalla vigilanza, alla logistica via via fino al decoro delle località e alla raccolta dei rifiuti urbani (normalmente presa in considerazione in negativo quando bisogna giustificare tasse di soggiorno più o meno elevate).

Per quanto indiscutibile sia la portata della crisi, rimane la necessità di operare delle distinzioni. Importante sottolineare a riguardo come le Segreterie FILCAMS abbiano immediatamente e anticipatamente colto, durante la scorsa estate, tendenze che sono poi rimaste oscurate dal mero ricorso a valori medi nazionali o regionali. Come vedremo di seguito (par. 4), diverse aree del nostro Paese hanno visto un afflusso di turisti nazionali maggiore rispetto all’anno precedente. Non soltanto a ciò non ha corrisposto nessun aumento dei livelli occupazionali, ma si è dato un deciso deterioramento delle condizioni lavorative.

Riportiamo di seguito le stime dei flussi turistici italiani per regione nell’estate 2020 (var. % su 2019).

Molise 109,0Basilicata 12,0
Abruzzo 14,7Friuli-Venezia-Giulia 5,0
Sicilia 6,5Umbria 88,1
Toscana -3,1Trentino-Alto-Adige -3,7
Puglia -10,0Sardegna -14,0
Liguria -15,4Campania -22,5
Calabria -16,8Lazio -40,8
Italia ‐ 18,3Valle-D-Aosta -54,6
Veneto -21,3Lombardia -77,8
Emilia-Romagna -33,6
Piemonte -40,9
Marche -65,0


Fonte: Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio ISNART ‐ Unioncamere (2020)

Emerge, per esempio, dai dati riportati l’enorme differenza d’impatto della crisi tra la Lombardia (-77,8) e l’Umbria (+ 88,1), sia pure con la prudenza che necessita l’uso di dati percentuali su cifre assolute molto diverse. L’Umbria non ha il mare, è perciò abbastanza evidente che la differenza sia legata al turismo interno italiano, probabilmente convinto che la campagna e città più piccole, all’inizio con dati di contagio bassi, fossero preferibili come mete. Sappiamo, purtroppo, come è finita con la seconda ondata del virus. Ancora più pertinente il -3,1 della Toscana. Qui siamo a un dato medio che è importante disaggregare: Firenze o Siena hanno visto cali paragonabili a quelli drammatici di Roma o Venezia, ne consegue che le coste devono aver registrato un incremento decisamente superiore a quello già molto buono della Sicilia (+6,5). Analoghe considerazioni si possono svolgere su Puglia ed Emilia Romagna. I dati dell’Emilia-Romagna evidenziano il peso molto più alto del turismo straniero nelle località balneari regionali; come sempre, tuttavia, un’analisi dettagliata dovrebbe tener conto della compresenza di fattori più raffinati, quali ad esempio il fatto che per la maggioranza dei turisti italiani il ‘mare’ non è la adriatica emiliano-romagnola, ma semmai le isole e la stessa Puglia. In quest’ultimo caso va considerata la forte ripresa dell’importanza dell’enogastronomia sul turismo della penisola salentina e della regione in genere. Considerazione quest’ultima valida anche per la Sicilia.

Un laboratorio di ultra-precarietà

L’iper-flessibilità del lavoro che connota il settore turistico può essere ricondotta solo in parte a caratteristiche a esso connaturate quali la variabilità nell’andamento dei flussi, delle periodicità, delle stagionalità – a sua volta connessa con l‘importante eterogeneità delle tipologie turistiche (turismo ludico, congressuale, culturale ecc.). Certamente alcune flessibilità – quella numerica, per esempio – risultano necessarie per dare una risposta organizzativa sia alle attività imprenditoriali che a lavoratrici e lavoratori a fronte di una domanda di mercato altamente fluttuante. Tuttavia, come notato dalla Segreteria emiliano-romagnola, l’intreccio tra la totale assenza di pianificazione strategica, la destrutturazione del mercato del lavoro datasi nell’ultimo ventennio, la corsa al ribasso dei costi che ha toccato profondamente il settore le ha di fatto tramutate in (ultra-)precarietà diffusa. Nel complesso, il settore può essere a buona ragione considerato un vero e proprio laboratorio di sperimentazione di forme, vecchie e nuove, di sfruttamento tipicamente organizzate su linee di genere, colore, provenienza e anagrafiche.

L’assenza di pianificazione strategica è emersa essere una preoccupazione comune a tutte le Segreterie coinvolte nell’indagine. Si rimarca come l’attuazione del Piano Nazionale del Turismo sia stata assai deficitaria in ragione tanto della insufficienza delle linee generali che delle caotiche scelte regionali. Si è data al contrario nei decenni una scarsissima valorizzazione del patrimonio del Paese, a partire in molti casi da infrastrutture inefficienti e poco adatte a mettere in comunicazione le diverse aree turistiche – si pensi alla Puglia e alla sua specifica conformazione geografica, stretta e lunga, ma anche a regioni come il Lazio o la Sicilia. Le strategie sono spesso demandate ai singoli territori o ai singoli imprenditori in un contesto caratterizzato, come si diceva, da una grande varietà di dimensioni aziendali e da una forte eterogeneità interna. Localismi e culture imprenditoriali tendenzialmente poco innovative tendono a eludere la messa a sistema di singole mete turistiche e attività con il più ampio ambiente di riferimento. Importante considerare con la Segreteria veneta anche la sempre minore capacità dei nostri territori di dominare e indirizzare le scelte dei turisti a fronte dell’enorme forza acquisita dalle grandi piattaforme globali che ormai muovono gli spostamenti a livello mondo. In genere, risulta scarsissima la valorizzazione del lavoro e delle mansioni così come l’attenzione per il tema della formazione. In casi specifici, quello della Puglia per esempio, si rileva un’attenzione particolarmente bassa in quest’ultimo senso della parte datoriale, ben riflessa dalla mancata conoscenza dei fondi potenzialmente disponibili a tale scopo2. Lo stesso livello di stagionalità del turismo che connota non poche realtà italiane – pur a fronte di un potenziale di destagionalizzazione altissimo se si considera l’enormità del patrimonio culturale, ambientale e naturalistico nazionale – è esemplificativo di un’insufficienza programmatica che inevitabilmente si abbatte tanto sulla qualità dell’offerta quanto su quella del lavoro.

Il contesto brevemente delineato sopra rappresenta un’arena assai fertile per il proliferare di un “mercato del lavoro selvaggio, che molto spesso si muove in assenza di regolamentazioni e controlli adeguati”, come sintetizzato dalla Segreteria campana. Si concentrano oggi nel turismo – si sottolinea dalla Toscana – praticamente tutte le tipologie di lavoro ‘atipico’ consentite nel nostro Paese. Assieme ai diffusissimi contratti stagionali, part-time (spesso involontari), a tempo determinato, sempre più alto è il ricorso alle forme contrattuali più deteriori: lavoro esternalizzato, contratti di somministrazione, lavoro a chiamata e perfino lavoro gratuito. Di per sé produttrici di vulnerabilità, queste forme contrattuali si connettono facilmente con pratiche che, al meglio, risultano assai svantaggiose per i lavoratori e, al peggio, sconfinano oltre i limiti della legalità: il lavoro grigio e nero sono tra le principali piaghe del settore dal Nord al Sud del Paese.

Si prenda, nel primo caso, il lavoro stagionale. Come si sottolinea dalla segreteria laziale, per esempio, in una capitale del turismo quale è Roma, dove la presenza di visitatori stranieri si spalma sostanzialmente su tutto l’anno (benché con ovvi periodi di picco e calo), la ‘stagionalizzazione’ delle assunzioni è diventata poco più che un escamotage per evitare la stabilizzazione di lavoratrici e lavoratori. In Veneto, in passato era venuto a crearsi un sistema, più o meno in equilibrio, di continua ricollocazione degli stagionali dalle zone balneari alla montagna. Nella loro corsa al ribasso dei costi, i grandi alberghi hanno poi progressivamente sottratto a lavoratrici e lavoratori il riconoscimento di vitto e alloggio, con conseguente erosione delle loro entrate complessive. In materia di lavoro stagionale è bene richiamare anche come le novità introdotte dal Jobs Act siano state decisamente peggiorative sul fronte degli ammortizzatori, un tema sollevato con forza dalla Segreteria emiliano-romagnola, ma caro a tutte le dirigenze sindacali coinvolte nell’indagine. Da un lato, l’introduzione della Naspi ha praticamente escluso dagli ammortizzatori i tantissimi lavoratori non in grado di accedere a stagionalità di lunga durata (come per esempio, in Puglia). Dall’altro lato, dove è più diffuso l’accesso a contratti stagionali fino agli otto/nove mesi, è il caso della Toscana, il senso della stagionalità e le prospettive che può aprire si sono profondamente modificati. Si è annullata sostanzialmente la possibilità per lavoratrici e lavoratori – quelli per esempio in uscita dalle scuole alberghiere e normalmente molto giovani – di costruirsi un reddito e di avere una copertura contributiva significativa in attesa di un’occupazione stabile (se la vecchia indennità di disoccupazione replicava lo stesso numero di settimane lavorative fatte, l’indennità di Naspi ne copre soltanto la metà). Di fatto, come enfatizzato dalla Campania, la precarizzazione sul piano contrattuale e degli ammortizzatori insieme impedisce ormai che la stagionalità diventi un passaggio per un ingresso più strutturato nel mercato del lavoro. Il rischio – tra gli altri – è che si perdano professionalità importanti. In regioni come l’Emilia Romagna, che vede per esempio sul proprio territorio scuole alberghiere di ottimo livello, è facile che il personale, potenzialmente ben preparato, decida di lavorare all’estero o di fare altro, per assenza di prospettive e risposte adeguate nel nostro Paese. A questo proposito sembra interessante rilevare con la Segreteria veneta la necessità di decostruire una delle tante narrazioni sul turismo che ricorre in specie nei mesi estivi, e che spesso oscura proprio il tema delle condizioni di lavoro. Si fa riferimento alla difficoltà spesso espressa dalle aziende di trovare personale, e alla conseguente idea che molti giovani si permettano il lusso di rifiutare il lavoro (per esempio, perché coperti da altre forme di sostegno) senza considerare che le retribuzioni offerte equivalgono non di rado a “poco più che un’elemosina”.

Ben esemplificativa di tipologie contrattuali facilmente sconfinanti oltre i limiti della legalità è stata a suo tempo l’introduzione del sistema dei voucher – poi contenuto e in buona parte superato grazie all’azione sindacale – che sostanzialmente legalizzava forme estreme di sfruttamento del lavoro. In Emilia-Romagna, il voucher si era praticamente trasformato “nell’unica modalità di retribuzione delle prestazioni lavorative”; in Puglia come in Sicilia, con i voucher “si è visto praticamente di tutto”, a partire da un estesissimo utilizzo dello strumento da parte datoriale “per mettersi al riparo dai controlli”. Ma si pensi anche al caso eclatante (benché non unico) del lavoro a chiamata, assai diffuso nei pubblici esercizi o nella ricettività balneare tra gli altri. Si rileva, per esempio, come in un settore in cui già esisteva il contratto extra e di surroga (è il caso dell’utilizzo dei camerieri), l’introduzione del lavoro intermittente non ha fatto altro che consentire un ricorso estesissimo al lavoro grigio. Il contratto intermittente facilita in sostanza quella parte datoriale che impronta la propria strategia sul mero abbassamento dei costi del lavoro. Come denunciato dal Veneto, dall’Emilia Romagna, dalla Toscana, non è raro che si facciano risultare solo alcune giornate di lavoro nell’arco del mese a fronte di una presenza continuativa in azienda dell’addetta/o, senza giorni di riposo e che può arrivare a contare fino alle cinquanta/sessanta ore di lavoro effettivo settimanale (per esempio nella stagione estiva). Rileviamo che in una regione come il Veneto a un peso del turismo sul Pil superiore alla media nazionale corrisponde anche la maggiore incidenza in percentuale di lavoro grigio dell’intero Paese.

In continuità col sistema delineato sopra si struttura poi nel turismo una enorme e difficilmente penetrabile costellazione di lavoro nero, non contrattualizzato. Per esempio, il nostro Paese è caratterizzato da un numero particolarmente alto rispetto alla media europea di attività ricettive di piccola dimensione e/o a conduzione familiare che rifuggono quasi del tutto le norme (tendenzialmente a maglie larghe) e i controlli, per le loro caratteristiche oggettive, ma anche per mancanza di sufficiente volontà. Si pensi agli alberghi a due/tre stelle e alle attività che si situano a latere della filiera turistica vera e propria come i B&B e gli agriturismo. Come notato dalla segreteria siciliana, non soltanto questi tendono spesso a funzionare – contravvenendo le norme in materia – come normali strutture ricettive, ma fanno anche ampio ricorso al lavoro irregolare. Un caso esemplificativo è quello dell’utilizzo degli immigrati per le pulizie e il rifacimento delle camere. In Campania, dove si stima che il lavoro nero rappresenta la metà circa del totale degli addetti al turismo, le retribuzioni delle addette alle pulizie in strutture come le case vacanza si aggirano sui 5 euro all’ora, senza contratto. Da questa stessa regione si ricorda come nella prima fase dalla pandemia noti imprenditori della ristorazione abbiano denunciato le difficoltà della chiusura non da ultimo in virtù delle centinaia di dipendenti che ne avrebbero pagato le conseguenze. A conti fatti, ammontavano a poche decine i lavoratori realmente inquadrati. Come segnalato dalla Puglia – ma il discorso ha una valenza più generale – “lavorare senza coperture o alla giornata per portare il pane a casa” può essere una consuetudine nel settore.

È bene segnalare che al di là del comparto dell’ospitalità, il ricorso al lavoro grigio e nero taglia trasversalmente e in modo massiccio moltissimi pezzi della filiera turistica, dai pubblici esercizi (per esempio, ristorazione e bar), agli eventi (che spesso richiedono prestazioni alla giornata), ai festival del cibo di strada, alla ricettività balneare. Si rileva con forza a questo proposito una scarsa volontà delle istituzioni di monitorare e verificare, per esempio a partire dal rapporto tra fatturati delle imprese e numero degli addetti: “in un’impresa con un addetto, è difficile fatturare centinaia di migliaia di euro a stagione”, si è giustamente notato dalla Toscana, ricordando un già più che ventennale dibattito sugli indici di congruità. Va da sé che a un tessuto imprenditoriale medio-piccolo – il discorso è valido per l’ospitalità così come la ristorazione o altri pubblici esercizi – corrispondono una minore valorizzazione del lavoro, dunque bassa professionalità, altissimi livelli di informalità nonché una minore capacità di accesso del lavoratore al sindacato e viceversa, il che lascia il primo privo di ogni tutela e in condizioni di vulnerabilità estrema.

Alle tipologie di lavoro appena menzionate va infine accostata almeno un’altra espressione del precariato, più diffusa di quanto forse si percepisca e che tocca in particolar modo le fasce più giovani: il lavoro gratuito. Basti un esempio. Come enfatizzato dalla segreteria siciliana, sempre maggiore è la tendenza alla sostituzione di lavoratrici e lavoratori a tempo indeterminato – inclusi quelli che avevano una professionalità acquisita sul campo e non solo a livello scolastico – con stagisti provenienti da scuole specializzate (è il caso degli istituti alberghieri). In luogo di quello che doveva essere un affiancamento dello stagista al personale per integrare la formazione scolastica con quella pratica, si va sempre più facendo del primo “una sorta di dipendente subordinato a tutti gli effetti, ma privo di contratto e a costo zero”.

Il caso: grandi alberghi, esternalizzazioni, precarizzazioni

La precarizzazione del lavoro turistico è un processo che ha toccato anche ambiti di grandi dimensioni e idealmente molto strutturati. Un caso esemplificativo riguarda le esternalizzazioni di servizi come il facchinaggio, il ricevimento, il portierato, le pulizie nei grandi alberghi (4 o 5 stelle). Il fenomeno, che si è notevolmente intensificato dopo la crisi finanziaria, è divenuto assai rilevante e oggetto di forte preoccupazione in realtà quali Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli. Le implicazioni dei processi di esternalizzazione sono di diversa natura, per lavoratrici e lavoratori così come per il sindacato. Come evidenziato dalla Lombardia e dal Lazio, dopo una strenua opposizione, e una volta che il fenomeno è stato normato a partire dai contratti collettivi nazionali, ci si è ritrovati a doverlo “gestire” non senza difficoltà. È bene segnalare con la Segreteria lombarda che il Jobs Act ha avuto un impatto anche su questi processi. La riforma ha permesso alle aziende di considerare la riassunzione dei lavoratori nello stesso identico posto di lavoro come un’assunzione ex-novo, quindi priva delle garanzie previste dall’articolo 18 (difficilmente recuperabili in un eventuale accordo di cambio appalto). Oltre al problema del mantenimento dell’occupazione, di garantire cioè che tutti i lavoratori passino alla società appaltante – possibilmente alle stesse condizioni – si dà la difficoltà di mantenere il contratto di settore, quello del turismo, a fronte di aziende che mirano ad applicare quello peggiorativo del multiservizi o anche contratti pirata, come si ricorda ancora dalla Lombardia. Gli esiti delle terziarizzazioni possono essere diversificati; per esempio, prima della pandemia, in Toscana, il sindacato è riuscito a evitare nel grosso dei casi il cambio di contratto. Tuttavia, è valutazione unanime che lungo le frequentissime alternanze di società appaltatrici si registra un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro: riduzione salariale, incertezza delle modalità contrattuali, della durata del lavoro e del lavoro stesso, in una catena di “diritti negati o fuori controllo”, si sintetizza dalla Campania. Come segnalato dalla Lombardia, non sono rari i casi in cui le società uscenti falliscono, evitando di pagare i TFR e le spettanze del personale; si tratta spesso di società poco affidabili, poco strutturate, con capitale sociale basso. Le esternalizzazioni hanno dato poi luogo a una profonda frammentazione del lavoro i cui risvolti sono quelli di un vero e proprio “dramma umano”: anche a pari mansioni, nella medesima struttura possono ritrovarsi a convivere lavoratori cosiddetti di “serie A” (i lavoratori diretti, con tutte le loro problematiche) e lavoratori in appalto, di “serie B” e perfino “C” con contratti peggiorativi e maggiori incertezze: “se sei una cameriera dipendente di quel certo albergo, hai un salario e una retribuzione; una cameriera a pari mansioni dipendente da una ditta appaltatrice esterna ha altre retribuzioni; e poi il dramma sociale: se sei una lavoratrice di altra nazionalità la retribuzione è ancora minore”, si enfatizza ancora dalla Campania.

Si prenda il caso del comparto delle pulizie, che vede una netta prevalenza di lavoratrici, spesso immigrate, assunte per poche ore (normalmente part-time e col contratto multiservizi), non giovanissime, non di rado monoreddito e con problemi di salute. Vanno qui sempre più imponendosi pratiche che potrebbero essere definite di ‘cottimo’ mascherato: una delle tante modalità di gestione del ribasso dei costi che le società in appalto concordano con la committenza. Per alcuni versi, si tratta di una forma di cottimo addirittura meno ‘conveniente’ di quella tradizionale e ormai illegale. La tendenza che si segnala dalla Lombardia, per esempio, è la seguente. In teoria, la lavoratrice è retribuita a ore e, per quelle ore, si vede assegnare un certo numero di camere da pulire. Nei fatti, se il numero di camere non viene rispettato, il recupero avviene in un arco orario non retribuito – un’altra forma, questa, di lavoro gratuito che va emergendo dalle pieghe dell’ultra-precariato del turismo. Nel caso del Lazio si segnala invece una modalità di erosione del salario diversa, sebbene la logica sottostante sia la medesima. A un maggiore tempo di rifacimento della stanza rispetto a quello previsto – la lavoratrice può per esempio ritrovarsi di fronte a camere più sporche, ecc. – può corrispondere un abbassamento dello stipendio spettante giustificato con escamotage di varia natura. Si tratta di pratiche difficili da individuare e far emergere e facilitate dal fatto che, spesso, non da ultimo per via delle difficoltà di comprendere i contenuti dei contratti legato alla lingua, le lavoratrici credono di essere assunte a numero di camere e non a ore. Va sottolineato con le Segreterie lombarda e laziale, tuttavia, che non di rado le lavoratrici straniere in appalto (impiegate nel turismo ma anche in altri settori) una volta acquisita maggiore consapevolezza dei propri diritti, tendono a diventare le più combattive nel rivendicarli fino ad assumere il ruolo di rappresentanti sindacali. Un bell’esempio, si nota dal Lazio, di come il lavoro immigrato possa porsi a capo di battaglie che altrimenti non avrebbero luogo, e di cui tutti beneficiano. Dalla segreteria laziale come da quella veneta si ricorda anche come la continua alternanza tra società appaltanti non produce soltanto una progressiva precarizzazione del lavoro, ma abbassa anche i livelli di professionalità e la stessa qualità del servizio offerto; un chiaro esempio, questo, di una logica miope da parte di committenze che in nome della riduzione dei costi del lavoro accettano, sul più lungo periodo, ritorni minori in termini di affluenza della clientela.

Crisi e criticità

L’esplodere della pandemia e le restrizioni imposte dal Covid hanno avuto un impatto enorme su tutti i tipi di turismo. Oltre che al turismo ludico e culturale, si pensi, per esempio, a quello legato agli eventi, che interessa grandi città quali Milano; o a quello congressuale, importante per l’Emilia Romagna come per la Puglia; o ancora alla riduzione degli spostamenti per motivi di lavoro, che insieme allo smart working ha contribuito al tracollo dei pubblici esercizi e dell’ospitalità praticamente in tutti i centri città. Utile notare con la Segreteria pugliese come lavoratori e sindacato si siano trovati ad affrontare difficoltà notevoli in un più ampio contesto caratterizzato anche da una certa ostilità della parte datoriale. Si pensi all’opposizione delle associazioni datoriali al rinnovo dei contratti nazionali di settore (nella maggior parte dei casi atteso da lavoratrici e lavoratori da quasi tre anni): espressione cristallina del “passo indietro” subito richiesto al lavoro e al sindacato in virtù dell’emergenza. Tre questioni di particolare rilievo sono emerse dall’interazione con le Segreterie rispetto all’esplodere della crisi; crisi che non ha fatto altro che amplificare tutte le criticità pregresse del settore che il sindacato da tempo provava a evidenziare e denunciare.

a) In concomitanza con la mera espulsione dal lavoro in specie dei più vulnerabili – molte occupazioni non sono state proprio attivate – è riemersa con forza l’annosa questione degli ammortizzatori sociali, che ha da subito catalizzato le attenzioni e le rivendicazioni sindacali. È tuttora molto difficile orientarsi tra i diversi decreti che hanno regolamentato la materia dell’assistenza al reddito per il Covid 19 (per approfondimenti si rinvia alle pagine dedicate del sito della FILCAMS-CGIL nazionale). È senz’altro importante rilevare come, assieme al blocco dei licenziamenti e alla cassa integrazione, l’introduzione di coperture emergenziali (si pensi ai bonus per gli stagionali) abbia evitato un dramma sociale addirittura maggiore di quanto non si sia dato. Allo stesso tempo, tuttavia, non soltanto molte fattispecie dei lavoratori del turismo erano assenti dai primi decreti sui cosiddetti “ristori”, ma si sono registrate più in genere enormi difficoltà a trovare modalità di protezione dei lavoratori del settore. Ciò è stata ovvia conseguenza di una situazione già precedentemente insostenibile, perché caratterizzata da un eccesso di precarietà – come si è provato ad argomentare – ma anche di disparità nel campo degli ammortizzatori stessi parzialmente riconducibili alla differente contribuzione per il finanziamento della Cassa integrazione guadagni. Necessario sottolineare poi le innumerevoli segnalazioni e richieste di aiuto pervenute al sindacato dai tantissimi lavoratori che, occupati in modo irregolare (da Lombardia e Veneto fino alla Sicilia), sono sostanzialmente rimasti privi di ogni forma di sostegno. Infine, anche nel turismo moltissimi lavoratori hanno scontato i forti ritardi che si sono dati nei pagamenti della cassa integrazione. Come segnalato dalla Lombardia, assai pesante è stata la situazione subita dai lavoratori in appalto, le cui società, poco strutturate e dotate di scarsa liquidità, non sono state in grado di anticipare. Dalla Toscana si ricorda anche come in una prima fase questi lavoratori si siano ritrovati ad avere minori diritti in termini di ammortizzatori sociali rispetto a chi lavorava direttamente per la struttura.

b) Come altri settori, il turismo ha mostrato una qualche tenuta dei lavoratori fissi grazie al blocco dei licenziamenti. È importante però registrare alcuni processi che si sono dati intorno alle attività esternalizzate dei grandi alberghi, dove per aggirare il blocco diverse aziende appaltanti hanno direttamente chiuso i battenti. Già colti dalle Segreterie nelle loro prime avvisaglie (tra giugno e luglio), tali processi si sono poi puntualmente verificati nel mese di agosto, quando in molte città la situazione dei flussi, già drammatica, risultava addirittura peggiorata rispetto ai mesi precedenti. Nel territorio fiorentino, eclatante è stato il caso dello storico Hotel La Vedetta che ha visto il licenziamento di tutti gli addetti perché la proprietà aveva affidato a un’azienda terza – poi semplicemente sfilatasi dal contratto, senza aprire procedura alcuna – la gestione operativa di tutte le attività. Come raccontato dalle Segreterie lombarda e laziale, in alcuni casi, e con il benvolere delle committenze, le società esternalizzate hanno chiuso per poi riaprire sotto altro nome e rientrare nelle medesime attività di prima, ma con un minor numero di lavoratori (re-)impiegati con contratti a chiamata o comunque precari. A Roma, processi di questo tipo hanno toccato alberghi importanti come il Bernini, dove al ‘licenziamento’ di 20 addetti è seguita la riassunzione – da parte della stessa società, sotto altro nome – di tre persone con contratti peggiorativi. Medesima la situazione riscontrata a Milano: progressiva moria delle società in appalto piccole e poco strutturate, riapertura delle stesse sotto altro nome, aggiramento dunque delle procedure di cambio di appalto e offerta ad alcuni dei lavoratori licenziati di contratti nuovi e del tutto discrezionali. Previsione – e preoccupazione – comune a questo riguardo è stata che alla ripresa delle attività il poco personale rimasto si sarebbe trovato a lavorare non soltanto con contratti peggiorativi, ma anche con maggiori carichi; uno scenario considerato probabile anche nel settore dei pubblici esercizi, dove, come si è notato dalla Lombardia, l’andamento è ancora più variabile e meno programmabile rispetto alla ricettività.

c) Tra fine luglio e inizi settembre, in particolar modo, il turismo ha offerto un angolo di osservazione privilegiato di come la crisi possa essere utilizzata per legittimare ulteriori di giri di vite in termini di diritti e condizioni di lavoro. Come si anticipava nel secondo paragrafo, i dati medi nazionali sul crollo del settore nascondono la diversificazione negli andamenti dei flussi che si è verificata in estate (in specie in quei mesi). Molte aree del Paese infatti, soprattutto le zone balneari, sono state meta di un notevole afflusso di visitatori locali o di altre regioni. La ripartenza lenta e ritardata della stagione turistica siciliana rispetto al normale calendario, per esempio, ha visto nel mese di agosto una vera e propria inversione di tendenza. Diverse isole sono arrivate a registrare il ‘tutto esaurito’, con alcune strutture andate in overbooking; è il caso di Ortigia che a cavallo di ferragosto ha dovuto addirittura bloccare gli ingressi. Simile la situazione rilevata nelle località balneari toscane, dove la stagione, pure iniziata in ritardo (nel mese di luglio), ha poi visto le coste riempirsi oltre le più rosee aspettative. Ciò a discapito non soltanto dei centri storici di dimensioni più importanti (si pensi a Siena, Pisa, Arezzo, oltre che a Firenze) ma anche dei centri di turismo culturale, enogastronomico, ecc. al di fuori di questi. La Puglia è stata un’altra delle mete privilegiate dai turisti italiani. Tuttavia, benché l’occupazione avrebbe potuto incrementare e in alcuni casi raggiungere i numeri dell’anno precedente, comune è stata la tendenza a un utilizzo decisamente residuale della forza lavoro – pochissimi sono stati i lavoratori richiamati – mentre altissimo è stato il ricorso a escamotage contrattuali di varia natura e al lavoro grigio e nero. Nei periodi di grande afflusso ciò si è tradotto tra le altre cose in un enorme aumento dei carichi di lavoro, con turni allungatisi a dismisura nel corso della giornata e mansioni diversificatesi rispetto alle competenze della lavoratrice o del lavoratore. Un esempio è quello degli assistenti alla spiaggia – o degli stessi bagnini – ritrovatisi a svolgere tra le altre cose il ruolo di sanificatori negli stabilimenti balneari. Si tratta, tuttavia, di condizioni riscontrate diffusamente nelle attività di ricezione e ospitalità, e che hanno sollevato non poche preoccupazioni anche sul piano della sicurezza. Anche in regioni come l’Emilia Romagna è tornato fortissimo il tema – già abbondantemente presente, si è notato dalla Segreteria – della mancata contrattualizzazione, della diminuzione delle retribuzioni, delle forme di pagamento forfettario: tutte pratiche che hanno consentito di scaricare le conseguenze di una situazione emergenziale (il calo complessivo dell’occupazione) sui lavoratori rimasti (si è stimato che nella regione si sia perso il 30% di stagionali rispetto all’anno precedente). In Campania e in Veneto sono state rintracciate aziende che pur facendo ricorso agli ammortizzatori sociali hanno ‘assunto’ in nero o gli stessi lavoratori in ammortizzatore – non di rado “allo stremo” per i ritardi nel pagamento della Cassa integrazione – o altro personale.

Conclusioni

La pandemia e la crisi sanitaria e socio-economica che ne è conseguita hanno fatto definitivamente luce sui caratteri profondamente ineguali del modello di sviluppo dominante. Come si è detto altrove, agli albori dell’emergenza, in molti hanno auspicato un ripensamento profondo degli attuali assetti capitalistici. Tuttavia, sembra che questa ennesima crisi – di proporzioni inedite – si stia trasformando in un’ulteriore occasione persa. Benché con sfumature diverse, potremmo presto trovarci dinanzi a una riproposizione di quella formulazione thatcheriana there is no alternative che a suo tempo inaugurò la fase neoliberale. L’emergenza in corso ha certamente amplificato e squadernato sotto gli occhi di tutti la “ritirata del lavoro”, come l’ha definita a suo tempo l’economista inglese Andrew Glyn, che ha caratterizzato tale fase. E forse meglio di ogni altro, il settore turistico racconta della progressiva erosione di diritti, dell’impoverimento e perfino dell’invisibilità che hanno letteralmente travolto questo mondo non soltanto sul piano strettamente materiale – ossia dei rapporti di forza in campo – ma anche su quello delle analisi e delle azioni. La narrazione secondo cui livelli occupazionali – e soprattutto qualità del lavoro – passino per la mera ripresa delle attività economiche non regge la prova dei fatti. Si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente: il quarantennio che ci lasciamo alle spalle ha abbondantemente dimostrato come destrutturazione e abbassamento dei costi del lavoro (a vantaggio dei profitti) siano ormai un obiettivo persistente e indipendente dal resto.

Per quanto attiene agli scenari futuri – del settore e del mondo del lavoro al suo interno – bisognerebbe avere una forte dose di immaginazione. Certamente andrebbero attentamente monitorate alcune tendenze apparentemente in atto. Innanzitutto, va rilevato che l’industria turistica è probabilmente destinata nel medio termine a recuperare e incrementare i propri valori più delle altre attività economiche; d’altro canto, già la scorsa estate il turismo ha vissuto una pur breve e parziale ripresa che non è stata colta – e non certo dal lato del lavoro – dalle narrazioni sulla crisi. Bisogna qui constatare che se nei Paesi occidentali si è registrato un diffuso, e a volte importante, impoverimento, contemporaneamente i depositi bancari e i risparmi in genere di una quota non residuale della popolazione sono cresciuti. In questo contesto – e in combinazione con le disposizioni relative ai vari certificati di viaggio – la guerra contro il low cost più che esprimere una genuina preoccupazione per la corsa al ribasso delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro, o per la difesa dei territori, potrebbe tradursi semplicemente in un nuovo modo per selezionare il turismo. Restituendogli quel carattere elitario e classista che lo ha connotato storicamente anche sul lato della domanda. Gli stessi approcci critici al turismo di massa – o al cosiddetto over-tourism – più schiettamente improntati al paradigma della sostenibilità (nella fattispecie, sostenibilità turistica) sembrano necessitare oggi più che mai di un passaggio in più. Sono certamente fondamentali e condivisibili le voci a favore di un cambiamento complessivo del modello di turismo prevalente nel senso di un minore impatto ambientale, della preservazione di città e territori, di una maggiore qualità dell’offerta. Tuttavia, nel loro incentrare analisi e suggestioni su questioni di ‘scala’ – privilegiando la dimensione del ‘piccolo’ e del locally-owned – tali approcci spesso finiscono col condividere con il pensiero mainstream un’astrazione della questione turismo da quella dei regimi di lavoro e sfruttamento connaturati agli attuali sistemi economici locali, nazionali, globali.

Quasi tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni hanno parlato di riformare il sistema, senza tuttavia affrontare i nodi centrali alla base delle sue enormi fragilità e della sua sostanziale inadeguatezza. Ci sembra importante qui notare come, pur a fronte di una crisi dalla portata indiscutibile, lo stesso approccio degli investimenti “a pioggia” che caratterizza la fase – in un più ampio contesto di quasi invisibilità del tema lavoro nelle discussioni in corso – sembra denotare una persistente cecità rispetto all’esistenza di fette di attività rettesi in passato, e potenzialmente proiettate, su livelli di sfruttamento del lavoro, e anche di illegalità, altissimi e inaccettabili.

Sul fronte sindacale, oggi come non mai è avvertita e denunciata la necessità di dare finalmente avvio a un cambio di paradigma che tenga saldo al centro del discorso – analitico e politico – tanto il modello di turismo dominante, nel senso di una marcata attenzione per gli impatti ambientali e territoriali, quanto il modello di lavoro che regge (oggi e in prospettiva) il settore turistico, nel senso della valorizzazione in termini di retribuzioni, diritti, dignità, riconoscimento, di chi vi opera. Già prima della pandemia e per tutto lo scorso anno, tante sono state le sperimentazioni, le proposte, le richieste, a livello nazionale (si segnala tra tutte la richiesta di incontro sul tema di tutte le rappresentanze sindacali del settore), come a quello regionale.

Come si è provato ad argomentare, assieme all’assenza di una strategia e una programmazione mirate, nonché di regolamentazioni e controlli adeguati, quello del superamento della precarietà e della continua precarizzazione del lavoro nel turismo rimane un tema principe. Ricordiamo a questo proposito la Carta dei Diritti Universali del Lavoro della CGIL, che propone di dotare tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, inclusi gli autonomi, dei medesimi diritti.

In parte collegato al tema della precarietà vi è quello della formazione e della professionalizzazione dei lavoratori, emerso da tutte le interviste effettuate. Ciò d’altronde corrisponde a una rivendicazione antica del settore – affine alla ricerca di strumenti adeguati a “destagionalizzare” l’offerta turistica – legata all’esigenza di fidelizzare i propri lavoratori, ancorché stagionali, spesso espressa dalle stesse controparti. Si tratta tuttavia di un’esigenza di fatto contraddetta dalla realtà della precarizzazione. Andrebbe notato a questo riguardo che i lavoratori stessi, a forza di essere considerati una merce interscambiabile e facilmente sostituibile, assimilano un modello di nomadismo lavorativo che abbassa i livelli di fidelizzazione e induce a privilegiare l’immagine sulla reale prestazione offerta. Il miglioramento della qualità della prestazione non può essere dunque considerato mera funzione dall’arricchimento delle conoscenze attraverso percorsi formativi e professionali; esso necessita al contrario di un ripensamento dell’intero modello di lavoro.

Vi è infine da menzionare il tema degli ammortizzatori sociali. Le coperture Covid sono destinate a finire; le modalità di sostegno agli stagionali (abbiamo menzionato la questione della Naspi) sono risultate ampiamente inadeguate; la grandissima fetta di irregolari che opera nel settore è rimasta priva di ogni copertura; lo sblocco dei licenziamenti determinerà un’ulteriore ondata di espulsioni: come sottolineato dal grosso delle Segreterie, i programmi di ristrutturazione sono già pronti sui tavoli delle aziende. In questo quadro, una riforma in senso universalistico degli ammortizzatori sociali risulta un ponte necessario per una genuina transizione a un modello di piena sostenibilità nel turismo, allorché ne consentirebbe la gestione con e a partire da quelle lavoratrici e da quei lavoratori stessi che sostenendo da anni la cosiddetta miniera d’oro italiana sono gli unici veri depositari delle conoscenze e delle esperienze necessarie.

Note

1 L’interlocuzione è constata più precisamente di due round di interviste aperte con: Monja Caiolo, Segretaria generale, Sicilia; Cecilia De Pantz, Segretaria Generale, Veneto; Luana Di Tuoro, Segretaria generale, Campania; Roberta Griffini, Segretaria con delega al turismo, Milano/Lombardia; Paolo Montalti, Segretario Generale, Emilia Romagna; Stefano Nicoli, Segretario generale, Toscana; Barbara Neglia, Segretaria generale, Puglia; Elena Schifino, Segretaria con delega al turismo, Roma/Lazio. Ringraziamo tutte le compagne e i compagni delle segreterie menzionate per la loro attenta e sempre disponibile partecipazione alla nostra indagine. Ringraziamo inoltre Fabrizio Russo della Segreteria Nazionale FILCAMS per il suo indispensabile apporto, per la sua disponibilità e cortesia. Gli eventuali errori e le imprecisioni contenute nel rapporto sono da imputarsi alla sola disattenzione degli autori.

2 Si fa riferimento ai Fondi Paritetici Interprofessionali previsti dall’articolo 118 della legge n. 388 del 23 dicembre 2000. L’articolo è stato significativamente modificato da due interventi legislativi, l’ultimo del quale è stato introdotto nel 2019, l’altro risale al 2015. Paritetico sta per strutture sindacali datoriali e sindacali. In forma minore alcuni corsi sono finanziati da bandi delle regioni.

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Un commento a “Il turismo di chi ci lavora”

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