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In nuove terre per antiche strade

Mario Tronti è scomparso a Ferentillo lunedì 7 agosto. Era uno dei più eminenti studiosi dell’opera di Marx, della quale aveva accolto l’esigenza teoretica di pensare lo stato di cose presente in congiunzione con il movimento reale che lo abolisce. Ha presieduto il CRS dal 2004 al 2015. Nel salutarlo pubblichiamo il testo della sua lezione di congedo dall’incarico, tenuta l’11 giugno 2015.

Per noi tutti e tutte è una grave e dolorosa perdita. L’apporto che ha dato negli anni è troppo grande e ricco per poterlo qui ricordare in poche parole. Dovremmo dedicarci presto a ricostruirne i contributi più significativi e fecondi. C’è anche il dolore personale, diverso per ognuno e ognuna per l’amico, il compagno il maestro che è stato una presenza preziosa nella propria vita. Ciao Mario.

Maria Luisa Boccia, Presidente del CRS

***

Questo discorso è per
l’intellettualità di sinistra
che verrà. Se verrà.
La politica, nella sua autonomia,
può tenerne conto indirettamente,
molto indirettamente.

Avverto che non ho scritto un testo, seguo una traccia larga, e però vorrei esprimere subito un desiderio: lasciamo depositare un po’ queste idee, che so molto controverse, scriveremo, e su un testo scritto e letto avrei piacere che ci fosse quel confronto che non può esserci oggi. Il titolo, sì, è evocativo, si esprime nella forma che mi sono dato, attuale, di pensiero: un po’ metaforica, un po’ allusiva, per accenni. Trovo che sia un modo per sfuggire alle trappole della facile comunicazione, che tutti ci affligge.

Per entrare subito nel merito, dico che ha dalla sua parte buoni motivi chi definisce questa nostra età come una dittatura del presente. Io aggiungo poi un aggettivo, spero per voi perturbante: una dittatura democratica del presente. Questo è un presente che vuole avere un dominio sul passato: e ce l’ha di fatto, perché se lo è conquistato. E allora colgo questa occasione per centrare questo mio discorso sul punto: non lasciare questo dominio sul passato a chi oggi ce l’ha, proporsi di riprenderselo. Di qui, il titolo, tratto da un verso di Shakespeare, Re Lear. Il Duca di Kent viene esiliato e, partendo, si rivolge alla corte: “così o principi, Kent da voi prende commiato; in una nuova terra seguirà la sua vecchia strada”. Che cosa si vuole dire? Questo, esattamente: il nuovo mondo c’è, non è che dobbiamo negare che il nuovo esiste. Il nuovo c’è, è dirompente, è dominante, il mondo di ieri è finito, il mondo di ieri era anche il nostro mondo, era anche il mio mondo, però in questo mondo nuovo rimangono le tracce dell’antico. Bisogna andare a cercare queste tracce ed utilizzarle. A questo punto non è solo questione di collocazione, è diventata questione di esistenza. Non semplicemente come occorre stare in questo mondo, ma come in esso bisogna vivere. Al fondo, c’è una diagnosi che vede davanti a sé non mera crisi della politica, non semplice crisi di società, piuttosto vera e propria crisi di civiltà. Sotto l’artiglio della critica, va messa quella way of life, che una volta si diceva americana, ora si è fatta occidentale e tende a diventare globale, o mondiale. Tra le forme di un’azione politica alternativa e le forme di vita vigenti, e dominanti, si è aperto un conflitto, che va fatto emergere, che bisogna portare a coscienza, individuale e collettiva. E allora, è un corpo di analisi, è uno stile di pensiero, è un modo di porgere la parola, detta e scritta, che è necessario assumere, per ripristinare la corretta dialettica vecchio/nuovo, io direi addirittura antico/moderno. E permettetemi di notare un fatto non paradossale, anzi piuttosto logico: proprio i cantori, del “tutto è cambiato” e quindi del “tutto deve cambiare”, proprio loro sono quelli che più resistono a questo mutamento di prospettiva della ricerca.

Sto dicendo che oggi, a livello intellettuale, a livello di cultura, a livello di teoria, a livello di pensiero, bisognerebbe operare una mossa, una mossa che chiuda una fase, una fase tutta difensiva, tutta di risposta, tutta subalterna. Inaugurare una sorta di reazione. Reazione è una parola che non ci appartiene, ma quando la rivoluzione viene da fuori e viene contro, tu non puoi che operare in termini di reazione. Se l’agire non è più nelle tue mani, non puoi fare altro che proporti di reagire. La lotta per l’egemonia è un fatto molto politico e, come tutto ciò che è politico, va combattuto nella contingenza. Con una avvertenza, doverosa: che questo tipo di reazione si può esprimere in questo momento soprattutto, per non dire soltanto, a livello teorico, a livello di lavoro intellettuale, di lavoro culturale. L’iniziativa pratica, con le sue leggi di movimento, non è bene che prenda questa strada. La sua contingenza è diversa, risponde ad altri parametri, e bisogna starci dentro con altri intenti e diversi comportamenti. Non è possibile in questa fase che corrisponda a questo un reagire – diciamo – pratico- politico, perché il rapporto di forza si è organizzato in modo tale che non permette questa reazione. E allora bisogna – appunto – isolare questo terreno diciamo del teorico e del pensiero per un’operazione di questo tipo. È da tenere presente che pensiero e politica, teoria e pratica, secondo una dizione nostra antica, si intrecciano, si rispondono, si determinano a vicenda, solo nello stato di eccezione. Quando lo stato è normale i due piani si divaricano e diventano quasi indipendenti l’uno dall’altro. Va concretamente realizzata questa indipendenza. Io ho espresso la cosa in un formula a cui tengo molto, perché dà la sintesi dell’atteggiamento, che credo più giusto: pensare estremo, agire accorto. È tutto lì. Va spinto il pensiero fino ai confini, diciamo, disponibili per i rovesciamenti possibili, volare con esso fino ai cieli delle visioni. Mentre nella pratica si tratta di navigare a vista, tenere la rotta, evitando gli scogli, e tenendo conto dei venti. Io questo principio, “pensare estremo e agire accorto”, cerco di praticarlo quotidianamente: quando sono a casa a studiare e quando sono in Senato a votare. Conosco e riconosco qui due dimensioni che non corrispondono, che non stanno sullo stesso piano, che non devono stare sullo stesso piano. È quanto ti permette di stare nella contingenza, libero da essa: in una condizione di libertà vigilante.

Negli anni del CRS, quest’ultimo decennio, anche io ho tentato a lungo, a volte un po’ maldestramente, di tenere insieme cultura e politica. Ricordo che la prima relazione all’Assemblea del CRS nel 2004 era proprio intitolata “Politica e cultura”. Partivo dalle tesi di Bobbio, dalla polemica di Togliatti con Bobbio, per rilanciare il progetto di un nuovo impegno intellettuale con l’obiettivo di una riscossa pratica. L’intento: dare cultura alla politica, dare politica alla cultura. Il possibile esito conclusivo mi è sembrato di vederlo nel contributo al generoso programma bersaniano di superamento delle due sinistre per l’approdo alla costruzione di una grande forza politica unitaria della sinistra italiana ed europea. Poi, è accaduto che tra politica e cultura si è intromessa la storia, la storia presente e contingente. Presente, nel senso non di irruzione delle novità, come si ama dire, piuttosto di ripetizione del sempre uguale, con la sua potente forza obbligante e contingente, con il gioco di variabili immediate, impreviste e imprevedibili, quel carico di non ragione che condiziona l’azione. E questo è forse il punto determinante. La storia come contingenza è una cosa molto importante, perché è quello con cui ha a che fare soprattutto la politica, che inultima istanza è gestione della contingenza, sempre, in ogni modo. Ecco, io non vedo oggi la possibilità immediata del rovesciamento di questa contingenza, ma solo un quanto più possibile abile uso di essa. Seguo con distante simpatia l’attestarsi anche pratico su postazioni di contestazione dell’intera logica di sistema. Ma sono arrivato alla conclusione che queste non riprenderanno vera forza e credibile efficacia, senza rimettere mano ai fondamenti di pensiero, che nel passato le hanno elaborate. Ecco il punto del mutato rapporto di politica e cultura, come lo vedo oggi. Da qui traggo il consiglio, che, come potete vedere, seguo già per mio conto: sulla curva della pratica rallentare, sul rettilineo della teoria accelerare.

Lo sviluppo oggettivo delle cose, dei fatti, degli avvenimenti, le necessità e le compatibilità che incatenano la realtà, il rapporto di forze eccessivamente squilibrato a favore di chi comanda, questo tutto pratico che si esprime nella gabbia d’acciaio-mondo entro cui siamo chiusi, impedisce qualsiasi seria, formulabile, credibile prospettiva di rottura immediata. A meno di non scegliere di andare a vivere nell’isola di utopia. Nell’immediato, questo mondo è impossibile da accettare e un altro mondo è impossibile da costruire: ecco la condition humaine che oggi ci riguarda. Prenderne atto è un impegno di onestà intellettuale. Uno stadio di vigile attesa deve servire per riorganizzare, nel “frattempo” – tempo medio sempre decisivo – il fronte di lotta, con un New Model Army, un esercito di nuovo modello, il che vuol dire una forza sociale organizzata, più realisticamente audace di quella del passato. Questo è il lavoro di lunga lena da assegnare alle giovani generazioni e non le improbabili inutili illusioni movimentiste. Accade allora che in questa situazione di contingente blocco pratico, si profili un momento invece favorevole per l’iniziativa teorica, mettendo in campo quella mossa intellettuale di reazione, di cui sopra.

Perché? Che cosa è successo, su questo terreno? È un’opinione molto personale, come tutte quelle che si vanno agitando in questo discorso. È successo che la filosofia della prassi si è rotta. La filosofia della prassi era il nome che si dava al marxismo. Gramsci in particolare la usava non semplicemente per superare lo scoglio della censura carceraria, ma perché era per lui la definizione più propria per il pensiero di Marx. Bene, quella filosofia della prassi è caduta per terra e si è spezzata in due: da un lato la filosofia, dall’altra la prassi. Questo non è male. Un male è stato piuttosto l’identificazione immediatistica tra filosofia e prassi. Un modo di identificazione che fissava tra teoria e pratica un rapporto rigido, deterministico, volgarmente materialistico. Non iscrivete subito questo nell’orizzonte del revisionismo. Non si tratta di mandare in soffitta Marx. Al contrario, ci spinge, ci stringe, l’obbligo etico-politico di salvare Marx dal naufragio del Novecento. E questo risulta soprattutto vero nella tradizione italiana. Una vicenda che abbiamo vissuto per esperienza intellettuale nei decenni passati, dal secondo dopoguerra in poi. Con Pasquale Serra, un intellettuale di grande sensibilità su tali temi, stiamo lavorando a un tentativo di destrutturazione per quanto riguarda questo orizzonte molto italiano. Di che si tratta? Intanto, di un certo gramscismo, non tanto quello di derivazione crociana, che pure i suoi danni li ha fatti, a mio parere, alla nostra battaglia delle idee. Piuttosto quel gramscismo di derivazione – non so quanto consapevole – gentiliana. Questo composto di storicismo e attualismo ha caratterizzato il marxismo italiano. E badate che il marxismo italiano è una cosa molto seria, molto importante, anche sul terreno internazionale. Ce ne accorgiamo oggi a livello mondo. Ci sono due materie di presenza eccellente nei seminari di molte università degli Stati Uniti, di Australia, dell’America Latina, oltre che in Europa: sono il gramscismo e l’operaismo È quanto ha fatto parlare, in saggi e in libri, di differenza italiana, di italian theory. Di qui la necessità di riaprire il capitolo della tradizione culturale del movimento operaio italiano. Sarebbe molto interessante una ricerca, affidata a giovani forze intellettuali, per comprendere ad esempio come e quanto questo composto teorico abbia influito, in positivo e in negativo, sulla pratica politica dei comunisti italiani, dalla nascita al suicidio del “partito nuovo”. Ne ricaveremmo illuminanti criteri di giudizio sul nostro incerto travagliato presente.

Quali le direttrici su cui quel tipo di reazione intellettuale andrebbe a svolgersi? Ne dico solo tre. Prima direttrice di ricerca: dovremmo oggi con gesto forte alzare la bandiera di una rivendicazione orgogliosa della nostra storia. Quale storia? La storia – io la dico sempre così – del movimento operaio. Abbiamo commesso l’errore di lasciare che si chiudesse questa storia dentro ristretti orizzonti: un pezzo di Novecento, quei settanta anni che hanno girato intorno al tentativo di costruzione comunista del socialismo. Per cui, crollato quel progetto, si è archiviata tutta intera quella vicenda. Ma si tratta di una storia lunga, non di lunga durata, perché questa si misura nei millenni, ma sicuramente di media durata. Parte da fine Settecento, prima rivoluzione industriale, marca la sua presenza nell’intero Ottocento, con esperienze di lotta e di organizzazione tutte da rivisitare, arriva al Novecento, attraversando il secolo da protagonista, dettando l’ordine del giorno della politica. Poteva farlo perché veniva da lontano, e si poneva il fine di andare molto lontano. Il movimento operaio nasce con l’industria, con il capitalismo industriale. Lì dentro si realizza il passaggio da proletariato a classe operaia, da classe in sé a classe per sé, da classe a coscienza di classe per mezzo dell’organizzazione. Il capitalismo industriale, per superare questa sua interna contraddizione, ha dovuto superare se stesso: andando incontro alle sue nuove contraddizioni, che oggi lo affliggono. È su queste ultime che oggi andrebbe centrato il conflitto. Ma potrebbe farlo solo chi si facesse consapevole erede di quella storia: forme di lotta, esperienze collettive, solidarity for ever, mutualismo, cooperazione, e poi sindacato e poi partito, fino al tentativo di farsi Stato. E patrimonio ideale, concezione del mondo e della vita, elaborati con passione e realismo, due dimensioni da riaccostare dentro ognuno di noi. Un cammino luminoso, che tutte le ombre in seguito accumulatesi non riescono ad oscurare. Io non capisco, veramente non riesco a capire, perché, se non nel momento drammatico del crollo, almeno nei lunghi anni a seguire, non l’abbiamo messa così. Non voglio nascondere un punto di problema. Quella storia è morta. A che serve, politicamente, riesumarla in un tempo che non la riconosce? Serve intanto – lo abbiamo detto – per imparare come si lotta. Non solo. La memoria è un’arma. E il passato è più forte del futuro per combattere il presente. ll passato c’è stato, è qualcosa di reale. Il futuro è una fiction, che si può raccontare come si vuole. Dice tutto la VI delle Tesi sulla storia di Benjamin: “Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall’idea che ne pure i morti saranno al sicuro dal nemico che vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”. Ecco, la colpa, nostra, di questi anni, e decenni: non abbiamo messo al sicuro il nostro passato. E allora, qui c’è il principio di metodo su cui lavorare: oggi, stante l’attuale rapporto di forze, la memoria ha una carica antagonista, una potenza dirompente, maggiore di qualsiasi utopia.

Quindi, dicevamo, non solo Novecento. Ma qui si pone un tema forte, teorico- politico: il rapporto tra movimento operaio e modernità: Movimento operaio e Moderno, ambedue con la maiuscola, perché di pari dignità. L’irruzione di quel soggetto storico ha cambiato il destino dell’età moderna, le ha dato un altro senso, un’altra forma, un’altra direzione, ha raccolto dalla polvere la bandiera, lasciata cadere, della liberazione umana che il Moderno aveva magnificamente progettato al suo inizio. L’età moderna, negli ultimi due secoli, quelli della sua maturità, è stata il grande campo di battaglia dello scontro tra capitalismo e movimento operaio, con l’indicazione di due destini alternativi per il futuro dell’essere umano, almeno in Occidente. E il fatto che di questi due destini alternativi uno abbia vinto e l’altro abbia perso, l’uno ancora presente e dominante l’altro scomparso e dimenticato, questo, non l’abbiamo ancora detto ma lo dobbiamo dire, questo è stata una tragedia per l’umanità. Il solo fatto della lotta tra questi due campi dava un senso alla storia, che nel dopo sembra averne perso ogni altro. È in questo contesto di storia medio-lunga che va messo l’esito finale della vicenda. Dell’89-91, si capisce poco o niente se la data d’epoca non viene collocata qui dentro. Fuori di qui, non si vede – e infatti non si è visto – dietro l’evento di liberazione, anche il punto di catastrofe lì accaduto. La storia la scrivono i vincitori, solo quando i vinti rinunciano a scrivere, loro, la propria storia. Quando sono arrivato al CRS, ho proposto di cambiare il logo e ho scelto il famoso quadro di El Lissitzky, “Il cuneo rosso che colpisce i bianchi”. Beh, noi oggi sappiamo che il cuneo rosso si è infranto su quel cerchio bianco. Non solo va saputo, va elaborato quel lutto, altrimenti ce lo portiamo nell’inconscio e condiziona – e come se ha condizionato! – tutto il pensare e l’agire di questi anni. Un passaggio anche tragico, ecco che cosa è stato l’89, e ancora di più il ’91. Vedo paurosamente assente nella sensibilità di giudizio della sinistra di oggi, tutta intera, questa dimensione tragica della storia umana. Si è teorizzata la leggerezza proprio mentre il corso storico girava pesantemente su se stesso e stabilizzava il vecchio ordine, introducendo, bisogna dire proprio per questa via, le necessarie novità. Il disorientamento politico di massa, visibile nei flussi selvaggi del consenso, ma che colpisce oggi insieme classi dirigenti e masse di popolo, ha lì le sue origini profonde.

Qui, nel rapporto vecchio/nuovo ordine s’innesta la seconda direttiva di ricerca Ordine mondiale naturalmente oggi, rispetto allo scacchiere internazionale di una volta. In gioco, non più nazioni ma continenti. Lascio stare il pur intrigante tema se sia ordine o disordine. Costerebbe un discorso geopolitico, che non entra, purtroppo, in queste note. Il punto che più preme è questo: ci vuole il ritorno in grande di una critica di sistema, esattamente quello che si è perduto. Occorre tornare a possedere concettualmente il Gesamtprozess. Il cammino di Marx, nei tre Libri del Capitale: processo di produzione, processo di circolazione, processo complessivo. Sempre Prozess, cioè movimento di sistema, con le sue leggi. Non so se ci rendiamo conto che, non da anni, ormai da decenni, sotto la dizione neoliberismo è svanita la realtà del capitalismo. Come quando usiamo il sostantivo globalizzazione, dimenticando di aggiungere l’aggettivo capitalistica. Parole che sembrano svelare, in realtà nascondono. Dietro il neoliberismo è scomparso il capitalismo. Dietro la globalizzazione è scomparso il capitale-mondo. Dietro la critica delle diseguaglianze sociali è scomparso il conflitto di classe come rapporto di forza. Ne viene fuori la contestazione di forme degenerate, che non mette in questione la sostanza soggetto che le ha generate. Indubbiamente brillanti, oltre che interessanti – e meno male che ci sono – recenti letture di questi processi. Ma che cos’è che manca? Manca la politica. Manca un’analisi contemporanea dei rapporti di forza che permettono questi processi. Fortunata la formula dell’uno per cento contro il novantanove per cento e da utilizzare nella denuncia delle diseguaglianze. Ma in questo processo, appunto, che vede diminuire in assoluto la povertà nel mondo e vede crescere la distanza relativa tra poveri e ricchi, spostando anche tradizionali confini di classe e di ceto, c’è un problema politico accanto e forse sopra il problema economico. È che chi comanda quei processi – perché i processi vengono comandati! – ha le mani libere, completamente libere, con nessuna forza in grado di contrastarli. I trent’anni gloriosi, 1945-1975, ormai è assodato, sono stati una parentesi, uno stato d’eccezione tipicamente novecentesco, nella storia lunga del capitalismo. Lì il rapporto di forza tra capitale e lavoro si era insolitamente equilibrato. C’era stata la guerra, c’era stata la lotta di liberazione, masse di popolo erano scese in campo da protagoniste, organizzate e orientate da grandi partiti. E si dimentica quel piccolo particolare: che l’equilibrio di forze tra capitale e lavoro era equilibrio di forze tra capitalismo e socialismo. Erano gli anni della guerra fredda, con due blocchi di potenza che simboleggiavano, malgrado tutto, una lotta di classe a livello mondo. Il capitalismo doveva rispondere a una sfida, lo faceva con il miracolo economico, con la piena occupazione, con le politiche di welfare, con la democrazia rappresentativa. Torniamo al discorso di sopra. Quando questo equilibrio è crollato, ripeto tra gli applausi anche delle nostre platee, si è tornati allo stato normale, pre- e post-novecentesco, con una egemonia di una parte sull’altra, senza più alternative, né di modelli economicosociali né di progetti politico-teorici.

ÈIo, quando sento parlare di società liquida, società del rischio, società dell’uomo indebitato, faccio sempre questa domanda: allora, siamo ancora in una società capitalistica, o ne siamo già, senza accorgersene, fuoriusciti? Perché qui c’è un punto di decisione, di nuovo politica. Non si tratta di negare le trasformazioni in atto, ma di capire. E di far capire, in quale contesto e su quale direzione queste trasformazioni si collocano. Ma il passaggio che intendo sottolineare con più energia è questo, l’ho già detto, lo ripeto: non basta più una critica di società, ci vuole una critica di civiltà. Nell’attuale condizione di persone e di popoli avanza, irrompe, un’emergenza antropologica che spalanca terreni di iniziativa per la battaglia delle idee. Esattamente qui, in Europa, e in Occidente, investiti, senza averne coscienza, dalla grande crisi della modernità. Occorre riprendere il discorso, del tutto abbandonato, sulle nuove forme, queste sì inedite, di alienazione umana. Riaprire, da un punto di vista di parte, cassette degli attrezzi improvvisamente da tempo inutilizzati: la lettura della storia anche come storia delle mentalità, antropologia dell’individuo, psicologia di massa, la geopolitica per decrittare il mondo, per me, la teologia politica come via per ricominciare a intravedere l’oltre. La tragica sfida che il fondamentalismo porta oggi alla civilizzazione va combattuta anche su questo terreno. Chi se non una sinistra erede del movimento operaio può farsi protagonista di questa complessiva critica di civiltà? Questa ossessione del consenso andrebbe riconsiderata su tempi meno emergenziali: conquistarlo, certo, il consenso, ma anche consolidarlo, ricostruendo un campo di riferimento da frequentare, non giorno per giorno, ma anno dopo anno. Gli strati sociali sono tutti afferrati da un movimento confuso. La predizione marxiana della proletarizzazione crescente era troppo razionale per essere interamente vera. L’essere umano, e le stesse leggi di movimento della società, non stanno tutte sotto la luce della ragione. L’ascensore sociale va dal basso verso l’alto, e questi sono veri e propri processi di borghesizzazione, e va dall’alto verso il basso, con altrettanti veri e propri processi di proletarizzazione. Non è una grande novità, tranne il carattere massificato che assumono. L’anomalia sta nel fatto che, nell’attuale consenso, i processi di borghesizzazione vengono intercettati dalla sinistra, i processi di proletarizzazione vengono intercettati dalla destra. È un problema che andrebbe almeno fatto salire a coscienza, per sapere che cosa è successo. La politica è qui che deve marcare la sua presenza, con la necessaria attenzione e l‘indispensabile visione.

Sulla terza direttrice di ricerca, vado per accenni. È un discorso molto importante: lo troverete meglio argomentato, anche se con un’approssimazione mai compiuta, nel mio libro “Dello spirito libero”. Perché quella mossa di reazione di cui parliamo sia efficace occorre un’analisi volutamente politicamente scorretta della sconfitta storica del movimento operaio. Questa analisi, in questa forma, non è stata fatta. Dobbiamo dire noi la verità su noi stessi, non dobbiamo prenderci le verità che ci dicono gli altri. Il filo del pensiero qui, a mio parere, sta nel riaffrontare, aggiornando gli strumenti di indagine, tutta la portata profonda del nesso fra tradizione e rivoluzione, che poi è il rapporto che lega memoria e azione. Non frattura ma continuità, non salto ma passaggio. Per far questo ci vuole – la voglio chiamare così – una Zur Kritik marxiana sul marxismo. Che fare di questo patrimonio teorico, noi, gli eredi? Prima di reinvestirlo, valorizzarlo. Ma – ecco il punto – attraverso il superamento. Aufhebung: critica che non annulla ma conserva, abbatte il negativo e trattiene il positivo. Ci siamo liberati da giovani del materialismo dialettico; per prova ed errore, siamo giunti alla conclusione che è venuto il momento di liberarci, magari con più prudenza, del materialismo storico. Marx non è il libro delle ricette per la cucina dell’avvenire teorico. Marx è il punto di vista, di parte, sulla società, sul mondo, sull’uomo. È questo che va gelosamente conservato e anzi, oggi, riscoperto e restaurato. Aggiornare il punto di vista al tempo che si vive, e in cui si combatte, è il compito dell’intellettualità politica che prende su di sé quell’eredità storica.

Dunque, una delle operazioni che sarebbe urgente fare è la rivisitazione, critica, dopo il Novecento, delle tre fonti classiche del marxismo: la filosofia classica tedesca, l’economia politica inglese, il pensiero politico francese. Al di là del catechismo con cui sono state raccontate, si trattava di fonti vere. Marx non è stato un buon lettore di Hegel, e Hegel va riletto comunque ad ogni svolta d’epoca. Marx non ha avuto la fortuna, che abbiamo avuto noi, di conoscere quella miniera di pensiero dentro e intorno alla formazione del “giovane Hegel”, che appunto la cultura del Novecento ci ha regalato. In particolare qui da noi, per vie diverse, Della Volpe e Luporini, marxisti eretici, ci hanno messo sulla buona strada. Questa strada va ancora percorsa. Sull’economia politica abbiamo in parte detto: l’economicismo del marxismo ci ha fatto vedere tante cose e altrettante ce ne ha nascoste. Fuori dall’economico ci sono mondi vitali, non dipendenti da esso, che rimangono inesplorati proprio da chi il mondo e la vita vorrebbero sovvertire o almeno cambiare. L’economia politica e la critica dell’economia politica sono rimaste ambedue intrappolate in una mistica supremazia dei numeri sulle persone, delle cifre sui bisogni. Oggi vediamo delle compatibilità di bilancio sulle esistenze quotidiane. La politica deve finirla di seguire come l’intendenza. E il punto del politico rimane il passaggio più delicato e lo snodo strategico per ricomporre un discorso complessivo. Qui, forse, il balzo di tigre necessario. C’è da emanciparsi definitivamente da un orizzonte democratico borghese. Sembrano parole vetuste. Non lo sono. Tornano di impressionante attualità. Il campo democratico vive e opera oggi sotto una indiscussa egemonia borghese progressista. Questo provoca, dall’altra parte, l’irruzione di dirompenti pulsioni demagogicopopuliste, il che impedisce il costituirsi di una destra liberaldemocratica. È una condizione complicata e bloccata da risolvere. Occorre ridefinire i due campi, ridividerli tra loro e riunificarli ciascuno al proprio interno. Lo so che è tutto molto astratto, ma l’astrazione serve al pensiero per fare chiarezza, quando la concretezza dell’azione si fa confusa. Io, per mio conto, metto in rubrica questa parte di discorso politico-culturale sotto il nome di “critica della rivoluzione francese”. Ripartire da lì, e da tutto ciò che lo ha preparato, perché lì si forma quell’apparato ideologico che ha deviato il destino, almeno quello ideale, del movimento operaio. Su questo terreno, non esattamente teorico, piuttosto culturale, proprio nella battaglia delle idee, è da anni che mi viaggia in testa questo dubbio: che non siamo arrivati dove volevamo arrivare perché abbiamo sbagliato strada. E allora, farla quella critica, non al modo di Rousseau, ma magari di Burke, che aveva scritto, con le Reflections on the Revolution in France, 1790, a detta di Novalis, “un libro rivoluzionario contro la rivoluzione”. Non capisci la rivoluzione francese se non fai i conti con i grandi pensatori della Restaurazione. Statemi a sentire, anche se quello che dico vi sembrerà assurdo: se non ci si libererà dalla mentalità progressista, non si uscirà dalla subalternità culturale. Vi regalo, a questo proposito una perla di Musil. Abbiamo cominciato con Shakespeare, finiamo con Musil. È uscito di recente un piccolo testo, L’uomo tedesco come sintomo, una serie di appunti contemporanei alla composizione dell’Uomo senza qualità. Uno di questi parla del progresso come qualcosa di molto simile a un sogno. Tu sogni di stare a cavallo, il cavallo cammina, trotta, galoppa, corre e a un certo punto tu non sai più come scendere, perché la bestia non si ferma mai. E allora il sogno diventa un incubo. Il progresso ha senso solo se ha una fine. Se non ha una fine e, aggiungo io, se non gli dai una fine, diventa privo di senso. Per andare dove? Per fare che cosa? La vecchia domanda vuole una nuova risposta.

Un’Avvertenza, insolitamente finale invece che iniziale. È dopo aver ascoltato, o letto, che sorge, immagino, la domanda sul senso, ora non del progresso, ma del discorso. Anche il discorso, per avere senso, deve avere una fine, o un fine. Se non si è capito, cerco di dirlo nel modo più chiaro possibile. È il discorso certamente non di un riformista democratico, piuttosto quello di un rivoluzionario conservatore. In verità, io sto cercando nuove armi per la vecchia guerra. Armi intellettuali, s’intende: per quella guerra, civile, nel senso di civilizzata, che fu di classe. Il culturalmente corretto, col suo cugino stretto, il politicamente corretto, hanno insieme realizzato il disarmo unilaterale che ha messo al sicuro quello che si chiamava, con buone ragioni, l’ordine costituito, cioè il normale stato delle cose presenti. Sto cercando il modo di uscire dall’assedio, con sortite improvvise, di temi, di autori, di memorie, di pensieri, non importa se già pensati, o da chi pensati, purché servano a tenere viva e autonoma la battaglia delle idee. L’indicazione del dopo verrà dall’accumulazione originaria di tutto il capitale che è necessario per la critica dell’oggi. Questo mondo, così com’è, basta guardarlo per odiarlo. Per adesso, va tenuto fermo lo sguardo su questo oggetto. Raccomando: con occhi lucidi, ma con il fuoco nella mente.

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