A metà degli scorsi anni ’70, un certo numero di quelli che come me si riconoscevano nelle ragioni del PCI avvertivano con forza un sentimento che così si può riassumere: merde, la necessità di difendere le istituzioni democratiche dagli assalti del terrorismo sta spiazzando l’idea di farne la cornice di una trasformazione sociale profonda, di ampio respiro strutturale, che non tradisca gli obiettivi di emancipazione espressi dal movimento operario nel corso di tutta la sua storia. Sentivamo appunto che il dovere di difendere il quadro democratico, ineludibile com’era, faceva recedere in secondo piano il compito di immettervi contenuti inediti – originali, coraggiosi, magari all’insegna del proposito, alcuni di noi dicevano così, di “fuoriuscire” dal capitalismo. L’intera strategia del compromesso storico – non per niente formalizzata all’indomani del golpe cileno, che recentemente abbiamo ricordato – si è arenata nelle acque di questo giro di problemi.

Mi accade oggi di provare qualcosa dello stesso genere.

In tanti, raccolti intorno alla CGIL, abbiamo avviato una campagna per difendere la nostra Costituzione dall’ennesimo, e più grave, proposito di manomissione. Di questo impegno, la manifestazione indetta per il prossimo 7 ottobre sarà un momento alto, contraddistinto, credo si possa dire, da un rapporto particolarmente intenso tra profili ‘ordinamentali’ e ‘sociali’ – visto che il vulnus dell’autonomia differenziata riguarda proprio questi ultimi, che la prima parte della carta contempla in modo tanto impegnativo. Sono citati uno per uno, dal documento posto a base della manifestazione, i diritti sociali leggibili nel dettato costituzionale: lavoro, salute, casa, reddito, istruzione, ambiente. E così enunciati, disegnano la strada maestra alla quale dobbiamo essere fedeli, suggerita anche dalla grafica dell’iniziativa – o della quale, meglio, dobbiamo essere all’altezza.

Ora, detto questo, come aggiungere qualche nota ‘riflessiva’ senza appannare in alcun modo l’urgenza delle ragioni che ci porteranno in piazza? Perché nessun appannamento, si capisce, sarebbe perdonabile. Testimoniare con la massima forza possibile l’opposizione ai disegni del governo è una sorta di pre-condizione della possibilità che una diversa stagione politica non venga rinviata a tempo indeterminato; e per tanta parte, certamente, il bene in nome del quale contrastarli è quello dei diritti sociali limpidamente affermati dalla nostra carta costituzionale. Ma non basta citarli, i diritti ai quali ci appelliamo, bisogna pure farli vivere. Oggi più che mai, ma in verità per il fatto stesso che la Costituzione, in materia sociale, disegna qualcosa di simile a un ‘programma aperto’ – è ricca di concetti positivamente ‘insaturi’, a partire dal “pieno sviluppo della persona umana” rivendicato dall’art. 3, che ogni generazione è chiamata a far propri nelle condizioni storiche in cui si deve muovere. Quasi dei “significanti vuoti”, verrebbe da dire, se la locuzione fosse più affidabile e non corresse il rischio di suonare irrispettosa. Comunque: la Costituzione no, ma la messa in opera dei diritti sociali da essa contemplati è semper reformanda, come il protestantesimo dice dell’Ecclesia, e dal riconoscimento di questa circostanza dipende la credibilità stessa dei principi ultimi, altrimenti esposti al rischio di una ripetizione generica, sentita troppe volte per essere incisiva.

Oggi più che mai. Da tanti punti di vista, il tempo in cui viviamo suggerisce compiti di ripensamento fin troppo impegnativi. E proprio per questo, per quanto sono seri, e intriganti, conviene evitare che la necessità di opporsi ai disegni del governo tolga aria alle vele del loro affrontamento – come accadrebbe se ci vietassimo di problematizzare gli argomenti che stanno al centro del discorso, magari per mettere da parte, al momento, le diversità di opinione, e dunque le incertezze, per forza di cose destinate a emergere quando si provi a ragionare al di fuori di righe già segnate. Rispettosamente, in questa volontà di consenso, avverto qualcosa di sbagliato1. Certamente, la manifestazione del 7 ottobre dovrà esprimere quanta più unità sia possibile. E potrà ben farlo: le sue parole d’ordine, mutuate dal dettato costituzionale, definiscono con tutta chiarezza un orizzonte di senso nel quale riconoscersi, sentirsi a casa propria. Però insisto: una cosa è un orizzonte, un’altra i contenuti che in esso si delineano, come figure più determinate, e la situazione, per questo secondo aspetto, è meno pacifica di quanto si vorrebbe. Fin dall’inizio, del resto, l’Accordo di consultazione e confronto firmato il 19 luglio 2022, premessa diretta della manifestazione, ha messo in conto un doppio registro di implementazione: per un verso, i passaggi ravvicinati, pressanti, che le contingenze politiche e sociali impongono di affrontare senza esitazioni (e all’epoca della firma non c’era ancora il governo Meloni…); per un altro, il proposito di fare qualche passo avanti nella comprensione delle attuali condizioni sociali ed economiche, e perciò, anche, nella definizione delle strategie che in esse ha senso perseguire. E fin dall’inizio, in questo secondo registro, il CRS ha espresso l’intenzione di coltivare il nesso che oggi conviene stabilire tra motivi di fedeltà e di rinnovamento, per via del quale, affinché le istanze di trasformazione sociale conservino profondità e respiro, servono dosi elevate di libertà intellettuale e immaginazione2.

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Così, proprio alla vigilia della manifestazione, mi sembra opportuno segnalare il lavoro che resta da fare affinché i valori sociali custoditi dalla nostra carta costituzionale, per i quali scenderemo in piazza, possano contare su tutta la vivacità che serve. Per cenni, si capisce, che tuttavia vorrebbero anche suggerire possibili linee di ricerca lungo le quali impegnarci nei mesi (e gli anni) che ci aspettano.

Comincio dall’argomento che più di tutti, forse, pretende un ripensamento – o meglio, un vero e proprio scarto interpretativo. Non soltanto nel documento posto alla base della manifestazione, ma più in generale in tutto il dibattito corrente, il diritto all’istruzione soffre di un grave difetto di tematizzazione. A partire dallo stesso termine che viene utilizzato – ‘istruzione’, appunto – mentre all’ordine del giorno sta piuttosto un problema di formazione delle soggettività che popolano la scena politica e sociale, colte nella loro stessa – intima, costitutiva – tessitura psichica, emotiva e intellettuale. Nel documento, l’unica idea che si afferma è quella di un’istruzione “permanente e continua”, che riguardi, si ripete, “tutto l’arco della vita”. Rivendicazione giusta, naturalmente, ma fin troppo esposta a un’interpretazione neo-funzionalista, calibrata sulle necessità di perenne aggiornamento delle competenze che derivano, si suppone, all’attuale configurazione del progresso tecnologico. Comunque, senza indulgere ad alcun processo alle intenzioni, sta di fatto che le formulazioni prevalenti (compresa quella del documento) non recano alcuna traccia della “catastrofe della mente” (riprendo l’espressione da Roberto Finelli) in corso nel tempo in cui viviamo, registrata anche, ormai, dagli studi sulle capacità di attenzione, concentrazione, lettura, ascolto, memorizzazione, ecc., senza le quali, si capisce, tutto è perduto3.

Una volta di più, l’argomento si riconduce al dominio della forma merce – vale a dire alla circostanza che negli ultimi decenni, in netto contrasto con il carattere prevalentemente ‘cosale’ della società opulenta, l’espansione dei mercati è giunta ad assediare i recessi della soggettività, a intervenire direttamente all’interno dei processi e dei luoghi che presiedono alla formazione delle nostre intelligenze, sensibilità, capacità relazionali, ecc. Così è in ragione (i) della colonizzazione commerciale dei mondi della vita quotidiana, (ii) dell’offensiva neoliberista nei confronti (anche dello spirito) della scuola pubblica, (iii) dei molteplici volti del “capitalismo culturale”, (iv) del portato cognitivo e perfino neuronale della perenne immersione in un web dominato dagli obiettivi di profitto delle grandi piattaforme, (v) di altro ancora4. E il risultato, però, è una continua riduzione delle risorse intellettuali e morali disponibili nel seno della società, tanto più deplorevole in quanto la qualità di molte delle questioni emerse negli ultimi decenni – singolarmente ‘difficili’, per dire complesse, in sé controvertibili, segnate da elevati e intrinseci motivi di incertezza – pretenderebbe proprio il contrario: un aumento dell’intelligenza presente nel seno della società, un accrescimento della sensibilità e delle capacità riflessive possedute, diciamo così, dall’individuo ‘rappresentativo’.

C’è spazio, qui, per la rivendicazione che la scuola pubblica sia destinataria di investimenti massicci, ‘fuori scala’ rispetto a quelli di ogni ordinaria politica sociale – non perché essa, da sola, possa rimontare il risultato di processi tanto pervasivi, ma affinché essa stessa non ne sia travolta, restando piuttosto un luogo nel quale il loro portato può essere decodificato e, almeno in parte, reso meno tossico.

Una prospettiva del genere comporta appunto l’abbandono di qualsiasi logica di tipo ‘prestazionale’, mutuata dal settore privato, a vantaggio del compito, fin troppo alto, di contrastare i fenomeni di deprivazione culturale di massa che giorno dopo giorno si stanno impadronendo della società (non soltanto in Italia). Pertanto, i suoi termini di riferimento non possono davvero coincidere con le domande provenienti dalla sfera della produzione, come benissimo, già alla fine del XVIII secolo, aveva visto Condorcet, il quale proponeva di “dare istruzione a tutti perché la suddivisione dei mestieri e delle professioni non renda stupido il popolo”5. Casomai, appena più in particolare, c’è da dire che il suddetto investimento ‘fuori scala’ dovrebbe concretarsi nell’allungamento dell’obbligo scolastico fino alla maggiore età (18 anni) e nella previsione che esso sia assolto nell’ambito di un liceo unificato “capace di mediare, a un alto livello formativo, sapere umanistico, sapere scientifico e sapere linguistico” (ancora con Finelli), alimentato, sullo sfondo, dalla tradizione rinascimentale che tanta parte ha avuto nella formazione dell’identità italiana6.

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Non a caso la catastrofe della mente che si tratta di rimontare non dispone di un ‘discorso pubblico’ simile, per dire, a quello che riguarda la crisi ecologica, o gli attuali, insensati, livelli di diseguaglianza. Per forza di cosa, si tratta di una catastrofe nascosta – fosse conscia di se stessa, non sarebbe in corso. Per questo mi è sembrato utile portarla in primo piano. Anche su argomenti meno reconditi, tuttavia, c’è tanto di cui discutere. A partire dalla crisi ecologica, appena citata per contrasto.

Da tempo, ‘a sinistra’, uno dei principali standard interpretativi consiste nell’affermare la necessità di una transizione giusta. E anche in questo caso, naturalmente, non si può che essere d’accordo (a parte l’uso del termine ‘transizione’, che invece sarebbe da evitare). Meno spesso, però, la rivendicazione si accompagna al riconoscimento che la questione della giustizia, in quanto collegata alla crisi ecologica, e particolarmente alla sua componente climatica, si pone innanzi tutto a scala globale, vale a dire nei rapporti tra i paesi ricchi, ad alto reddito pro capite, come il nostro, e quelli poveri – con la ‘complicazione’ della Cina, ormai bisogna aggiungere. Mentre a me pare che questa osservazione debba stare in cima a qualsiasi discorso intorno alla crisi dei nostri rapporti con l’ambiente – sempreché, naturalmente, si vogliano prendere sul serio gli obiettivi di contenimento del Global Warming stabiliti dagli Accordi di Parigi e il principio delle Common but differentiated responsabilities and related capabilities non sia citato soltanto per bellezza7. Dal combinato disposto dei primi e del secondo, e da quello che sappiamo circa i planetary boundaries,discende infatti una conseguenza che difficilmente potrebbe essere di maggior portata: i flussi di energia e materia imputabili ai paesi ricchi devono ridursi in modo rapido e massiccio, in modo che i paesi poveri possano invece contare su margini di crescita, in linea con gli essenziali obiettivi di ‘sviluppo umano’ che hanno tutto il diritto di voler raggiungere.

È questa la verità di coloro che adottano la parola d’ordine ‘decrescita’, ulteriormente rafforzata dalla circostanza che tra un terzo e un quarto delle quantità di energia e materia consumate nei paesi ricchi sono prelevate da quelli poveri senza essere pagate, in ragione dei rapporti di forza vigenti sui mercati8. Tuttavia, contrariamente a quanto si può pensare, la suddetta riduzione dei flussi in termini fisici non comporta necessariamente un’analoga riduzione dei flussi monetari che formano il Prodotto interno lordo. Per conseguenza, in quanto si faccia riferimento a quest’ultimo, come perlopiù giustamente accade, il termine ‘decrescita’ non sembra scelto bene – ma è sbagliato di poco, se così mi posso esprimere, perché di sicuro la riduzione di cui vi è bisogno in termini fisici non è compatibile con l’assillo della crescita del Pil che tuttora domina il discorso pubblico sull’economia, confermato, piuttosto che smentito, dalle locuzioni Green Growth, ‘sviluppo sostenibile’, e anche ‘nuovo modello di sviluppo’. Del resto, disponiamo già di un termine migliore: nel 2018 un gruppo di dieci esponenti del Parlamento europeo (tra cui Elly Schlein) ha intitolato alla Post-crescita l’organizzazione di una Conferenza a suo modo storica, nella quale l’idea di sbarazzarsi della dipendenza dalla necessità di crescere (oltretutto sempre più difficile da soddisfare) è stata affermata in modo cristallino, nel suo esatto modo di valere; e il termine, da allora, ha guadagnato altro terreno9.

Troppo peso alle parole? A parte il fatto che tanto l’assillo della crescita quanto il suo abbandono possono essere tradotti in numeri precisi, destinati a contare nel disegno di tutte le politiche, neppure è il caso che il discorso intorno alla crisi ecologica perda il respiro ideale di un cambiamento del modo di pensare allo svolgimento storico. E le parole d’ordine, in questo, hanno un valore di orientamento che in altro modo non si può mettere al sicuro. Così, nel nostro caso, il termine ‘post-crescita’ suggerisce la prospettiva di saldare il debito con l’imperativo categorico di espandere i mercati (nella forma definita di un costante aumento esponenziale) vigente dal tempo della prima rivoluzione industriale, non a caso presa a riferimento in tutti i calcoli sul clima. Dunque, mi sembra, una parola d’ordine dotata di tutta la pregnanza e la radicalità che servono. Di essa, al tempo stesso, fa parte una buona dose di indeterminatezza, che in effetti invita a chiedersi che cosa mettere ‘al posto’ della crescita, affinché il divenire della realtà economica e sociale disponga, positivamente, di una diversa ratio, possibilmente in grado di garantire ancora vivacità e svolgimenti aperti.

Quest’ultima, forse, è la questione più difficile di tutte. Ma almeno si può dire lo spazio in cui cercare, ben visto, prima di me, da Mario Tronti, che nel suo discorso di congedo dalla presidenza del CRS (giugno 2015) così diceva: “Al fondo, c’è una diagnosi che vede davanti a sé non mera crisi della politica, non semplice crisi di società, piuttosto vera e propria crisi di civiltà. […] Il passaggio che intendo sottolineare con più energia è questo, l’ho già detto, lo ripeto: non basta più una critica di società, ci vuole una critica di civiltà”. Per parte mia, riformulerei il punto dicendo che si tratta di operare qualcosa come una ‘trasvalutazione’ delle questioni sociali in questioni di civiltà; e al fine di rendere il punto più determinato, proporrei di ragionare in termini di Lebensformen, di forme di vita, espressamente messe a tema in quanto tali e oggetto di due idee regolative, inseparabili ma non indistinguibili: (i) concepirne di più alte, appunto più degne e più civili, delle quali (ii) tutte/i possano essere partecipi. Di nuovo un ‘significante vuoto’, si può osservare. D’accordo, ma non tanto vuoto dal non poter funzionare come una specie di grimaldello nell’indagine degli argomenti all’ordine del giorno delle politiche, al fine (ripeto) di orientare il modo di affrontarli (e prima ancora, di comprenderli). Dalle questioni della mobilità a quelle dell’alimentazione – entrambe cruciali, anche nei numeri, ma tutt’altro che esaustive – la crisi ecologica offre fin troppa materia da ricondurre alla domanda ‘come vogliamo vivere’, fonte di ogni civiltà, al di là di un bias tecnologico (industrialista) durissimo da ridimensionare. Né mancherò di dire che l’idea di un massiccio investimento nella scuola pubblica, nei termini nei quali l’ho accennata, discende da questo stesso modo di pensare.

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Almeno un cenno, infine, alle questioni che riguardano il nesso di lavoro e reddito.

Non pochi anni fa, nel 1998, un gruppo di economisti, giuristi e sociologi coordinato da Alain Supiot dava alle stampe Transformation of labour and future of labour law in Europe – appunto il Rapporto Supiot, come in genere si cita. Opera singolare, in certo modo anfibia, da un lato frutto di un’iniziativa istituzionale (ne era committente la Direzione Generale Occupazione e Affari Sociali della Commissione europea), dall’altro largamente influenzata dal pensiero di autori radicali come Gorz, Aznar, Laville, Caillé. Vi si legge che “what is at stake is nothing less than abandoning the linear career model. Career breaks and shifts in occupation should come to be considered a normal part of ongoing employment status. […] Individual security, involving a wide range of social rights, must be reconstructed not as security against exceptional risk, but in the light of an ubiquitous risk associated with the inevitable rise in uncertainty10 – dove l’incertezza in questione, si noti bene, è quella vigente sui mercati dei beni e dei servizi, che sta all’origine di quella vigente sul mercato del lavoro, considerata la natura ‘secondaria’ di quest’ultimo. Argomenti analoghi sono presenti nella ricchissima letteratura sul passaggio dal ‘mercati del lavoro interni’ tipici della Golden Age ai ‘mercati del lavoro transizionali’ che da molti anni, ormai, dominano la scena; nonché in un libro tanto importante come Era il secolo del lavoro, di Aris Accornero. E siccome ho già citato Mario Tronti, aggiungerò che anche una parte (almeno) dell’operaismo, proprio perché così ‘vicina’ alla realtà del lavoro, non ha mancato di riconoscere per tempo il carattere strutturale delle trasformazioni in corso.

Riferimenti datati, non c’è dubbio. Ma proprio qui, mi sembra, sta il problema: sebbene ormai decennali, le metamorfosi di cui si tratta non sono state ancora metabolizzate, e nemmeno, quindi, è stata tratta la principale conseguenza che comportano, riassumibile nell’idea che la “sicurezza individuale” passa oggi per un parziale disaccoppiamento di reddito e lavoro. In breve, a fronte dei suddetti “rischi ubiqui, associati all’inevitabile crescita dell’incertezza”, l’unica misura davvero sufficiente a me pare l’istituzione di un ‘reddito di base’ inteso in senso proprio, individuale, universale e non condizionato. Non che l’istituto si giustifichi soltanto per i suoi effetti sul mercato del lavoro: ragioni di giustizia sociale, del resto convergenti, sono altrettanto forti e meritevoli di essere comprese. Il collegamento con il quadro richiamato per mezzo delle citazioni, però, consente di mettere in evidenza un punto in genere sottovalutato, vale a dire quanto l’istituto sia in effetti amico del lavoro: vuoi perché rende più libere tutte le scelte che riguardano la partecipazione alle attività produttive (remunerate e non), vuoi, anche più direttamente, perché sposta i rapporti di forza tra la domanda e l’offerta di lavoro (remunerato) a vantaggio di quest’ultima, aumentando il potere contrattuale dei lavoratori in tutte le sedi in cui si tratti di renderlo operante.

A proposito di punti che uniscono o dividono, non mi aspetto che queste considerazioni raccolgano un altro grado di consenso: anche se a me sembra tanto radicale quanto ragionevole, l’istituzione di un reddito di base resta una proposta “ardita e controversa”, come dice Van Parijs, largamente destinata a far discutere, anche in modo acceso. Però, appunto, discutiamone: mi aspetto che almeno questa richiesta non sembri fuori luogo, e dunque la presento come una delle linee di attività da portare avanti sulla base dell’Accordo di consultazione e confronto firmato nel 2022. A partire, insisto, da quello che il mercato del lavoro, debitore com’è di quelli dei beni e dei servizi, può essere in una prospettiva di medio-lungo periodo, diciamo da qui a 10 anni – e dal proposito di volgere al bene le sorti iscritte nella sua natura.

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In sintesi. Post-crescita, reddito di base, forme di vita più alte e più civili. Questi, per quanto mi riguarda, i vertici di un triangolo all’interno del quale cominciare a discutere di un assetto economico e sociale degno di essere approvato, il cui concept – deve pure essercene uno, anche se implicito – unisca i fili delle trasformazioni più recenti e delle intuizioni morali che in ogni caso non siamo disposti a disattendere. In effetti, i collegamenti tra i tre punti sono molto più stretti di quanto non abbia potuto mostrare in questa sede. Ma questo non significa che bastino a se stessi: altri vertici, appunto, bisognerebbe aggiungere, per ottenere una figura davvero comprensiva. Ma il punto più importante, adesso, è che con questo ordine di considerazioni non conviene perdere contatto anche quando si tratta innanzi tutto del compito, urgentissimo, di contrastare le mosse del Governo: ne va, a mio avviso, della possibilità di far vivere,più che ‘attuare’, la nostra carta costituzionale, in nome della quale scenderemo in piazza.

Note

1 Vedi per esempio l’intervento di Andrea Morniroli ospitato su questo stesso sito (https://centroriformastato.it/verso-la-via-maestra-costruire-unopposizione-sociale-e-politica/). Difficile, tra l’altro, non osservare che l’invito a non insistere sulle differenze è pur sempre un modo di metterle in rilievo, dire che esistono. Non è meglio, allora, prenderne atto in modo esplicito, dire quali siano, e parlarne con serenità, nei luoghi e nei tempi che convengono?

2 Cfr. https://centroriformastato.it/cgil-e-associazioni-urgenza-e-senso-di-un-lavoro-comune/.

3 Per una prima presa di contatto con la letteratura in materia, cfr. M. Tognini, Dalla carta agli schermi. Mappatura di alcuni nodi problematici del dibattito sulla lettura, Umanistica Digitale, n. 14, 2022, DOI: http://doi.org/10.6092/issn.2532-8816/15563.

4 Si pensi per esempio alla “corrosione del carattere” che Richard Sennett collega alla trasformazione delle imprese in fasci di contratti a breve termine, sempre reversibili, controllati a distanza, ecc.

5 Nella quarta delle Cinque memorie sull’istruzione pubblica, in J. A. Condorcet, Elogio dell’istruzione pubblica, manifestolibri, Roma 2002. Devo la citazione a Walter Tocci (https://sinistrainrete.info/teoria/14894-walter-tocci-la-politica-fuori-luogo.html). Avanzo inoltre l’ipotesi, tutta da verificare, che Condorcet sia stato influenzato da Smith, che in modo spregiudicatissimo segnalava quale effetto di restringimento delle facoltà intellettuali potesse sortire il lavoro urbano-industriale, messo a confronto di quello contadino.

6 R. Finelli, Per un nuovo materialismo. Presupposti antropologici ed etico-politici, Rosenberg & Sellier, 2018, p. 191.

7 Cfr. D. Calverley e K. Anderson, La matematica dell’equità. Giustizia e climate change (https://centroriformastato.it/la-matematica-dellequita-giustizia-e-climate-change/). Dal testo risulta che in verità, ormai, è molto difficile ‘prendere sul serio’ i Paris Targets. Allo stato degli atti, viaggiamo a un livello di emissioni per il quale, a fine secolo, il riscaldamento globale sarà di 3-4 °C, contro i valori di 1,5-2 °C stabiliti a Parigi, e onestamente non si vedono le condizioni di un’inversione di tendenza che possa avvenire in tempo utile. Il che, per di più, accade mentre gli studi più recenti vengono a dirci che tra 1,5 e 2 °C c’è molta differenza, ovvero che il secondo valore è già foriero di disastri: un riscaldamento di 3-4 °C è veramente una catastrofe, tanto grave quanto, nonostante tutto, rimossa, messa tra parentesi. Tuttavia, affinché questa consapevolezza non porti alla conclusione che va bene, allora tutto è inutile, c’è da dire che ogni decimo di grado in più o in meno non manca di contare – significa grandi quantità di morti in più o in meno, e di malattie, di umane sofferenze d’ogni genere.

8 Cfr. J. Hickel (2021), What does degrowth mean? A few points of clarification, Globalizations, 18:7, 1105-1111, DOI: 10.1080/14747731.2020.1812222; e per quando riguarda il drenaggio di risorse dal Sud al Nord globali, J. Hinkel et al., Imperialist appropriation in the world economy: Drain from the global South through unequal exchange, 1990–2015, Global Environmental Change 73 (2022) 102467.

9 Cfr. per esempio T. Jackson, 2018, The Post-Growth Challenge: Secular Stagnation, Inequality and the Limits to Growth, CUSP Working Paper No 12. Guildford: University of Surrey.

10 “La posta in gioco è niente meno che l’abbandono del modello di carriera lineare. Si dovrebbe arrivare a ritenere che interruzioni di carriera e cambiamenti di impiego facciano parte della normale condizione occupazionale. […] La sicurezza individuale, comprensiva di un vasto spettro di diritti sociali, deve essere ricostruita in vista di rischi ubiqui, associati con un inevitabile aumento del grado di incertezza, non come sicurezza contro rischi eccezionali” (tda.).

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2 commenti a “Sulla Via Maestra. Una critica di civiltà contro le catastrofi”

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