Sono un’insegnante di storia e filosofia, e fino all’anno scorso insegnavo in un liceo artistico in Alto Adige. Nel mio penultimo anno altoatesino, ho vissuto da dentro l’inizio di uno dei movimenti di protesta più significativi della scuola altoatesina degli ultimi anni: “Bildung am Abgrund” (“Istruzione in declino”).
Sotto questo slogan impietoso si sono organizzati moltissimi insegnanti di tutta la regione. Il messaggio era chiaro: chiedere un aumento di stipendio adeguandolo alla crescente inflazione e al costo della vita.
L’iniziativa aveva come scopo quello di far emergere tutto il lavoro sommerso e non retribuito che svolgono gli insegnanti ogni anno. Non si è trattato, infatti, di un vero e proprio sciopero, ma di limitare il lavoro a quello che era dovuto per contratto.
Nell’anno scolastico 2025/26 la stragrande maggioranza degli insegnanti altoatesini si sono trovati dentro una protesta che da fuori forse sembra strana, perché di fatto non ha fermato le lezioni.
Non abbiamo chiuso le aule né lasciato le classi vuote. Abbiamo semplicemente smesso di fare tutto ciò che nessun contratto ci obbliga a fare, sospendendo tutte quelle attività extrascolastiche, come gite, viaggi d’istruzione e progetti con esperti esterni, che di fatto non rientrano nelle attività retribuite, senza interrompere tuttavia il regolare svolgimento delle lezioni.
Una dovuta premessa
Parto da quella che riconosco essere una situazione privilegiata. Avevo un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio più alto della media di molte colleghe e colleghi in altre regioni d’Italia.
Gli insegnanti delle scuole statali in Alto Adige guadagnano infatti fino a 400 euro in più in busta paga grazie alle indennità provinciali, come quella legata all’ottenimento del patentino di bi- o trilinguismo.
Io stessa, per insegnare in una scuola ladina, ho dovuto ottenere l’attestato di trilinguismo, dove oltre all’italiano e al tedesco è richiesta la conoscenza del ladino. E quel requisito si vede riconosciuto in uno stipendio mensile più alto.
Certo, chi prepara una lezione di filosofia in tedesco sa quanto lavoro nascosto ci sia dietro: lingua, terminologia, sfumature concettuali. Ed è giusto veder riconosciuto quel lavoro o quella competenza in più che si mette in campo anche alle riunioni o nello stilare documenti in lingue diverse. O, banalmente, nel trovarsi preparati in tre lingue diverse ad affrontare un colloquio con i genitori.
Detto ciò, alle riunioni in cui si decideva se aderire o meno alla mobilitazione, nonostante mi sentissi già in una condizione migliore rispetto a molti colleghi delle scuole italiane, ho deciso di aderire. Perché il problema nella scuola non riguarda solo “quanto prendo”, ma quanto lavoro viene dato per scontato.
Uno sciopero sui generis
La scelta può sembrare paradossale per chi insegna in un liceo artistico, dove musei, mostre e uscite sul territorio sono didattica a tutti gli effetti. Ma è proprio questo il punto. Il movimento è nato da un’alleanza fra due gruppi di docenti, uno di lingua tedesca e uno di lingua italiana; e la sua denuncia riguardava l’“impressionante mole di lavoro sommerso” svolto da tutti, senza che vi sia un riconoscimento economico né sociale.
Le gite sono l’esempio più visibile: richiedono organizzazione, burocrazia, responsabilità legale. Sul piano retributivo c’è qualche compenso aggiuntivo, ma ben poco rispetto all’impegno e ai rischi che si corrono. A pesare nella scelta sono stati i compensi ritenuti insufficienti rispetto all’impegno, ma anche il timore delle responsabilità in caso di incidenti.
La protesta aveva un lato scomodo. Rinunciare a una gita significava togliere per un anno qualcosa agli studenti e vi assicuro che gli insegnanti stessi non hanno preso a cuor leggero la decisione.
Alcuni hanno reagito con amarezza, non aderendo alla protesta per compassione nei confronti degli alunni. Sui media locali sono comparse voci di ragazzi secondo cui l’offerta formativa è cambiata drasticamente da istituto a istituto. È una critica seria, e non penso vada liquidata. Ma non mancano nemmeno le voci positive, spesso non rappresentate dai giornali locali.
Un ritorno alla didattica
Come osserva una collega della stessa scuola:
“Ci tengo innanzitutto a precisare che, almeno per quanto riguarda la nostra scuola, non si è trattato di uno sciopero in senso stretto: abbiamo continuato regolarmente a lavorare e a svolgere le lezioni.
Lo scorso anno scolastico il nostro Collegio docenti ha deliberato di aderire all’iniziativa di protesta, rinunciando alle attività aggiuntive, come progetti, uscite didattiche e altre iniziative extrascolastiche.
Dal mio punto di vista, questa scelta ha avuto anche effetti positivi sulla quotidianità scolastica. Senza la programmazione e la realizzazione di numerosi progetti e uscite, ho avuto più tempo da dedicare all’insegnamento, per approfondire determinati argomenti, seguire più attentamente i singoli alunni e individualizzare maggiormente la didattica, tenendo conto delle diverse esigenze e dei ritmi di apprendimento.
Ho percepito un anno scolastico meno frenetico, con più calma e meno pressione, anche rispetto alla continua necessità di raccogliere valutazioni. Per quanto mi riguarda, è stata quindi anche un’occasione per riportare al centro il lavoro didattico e riflettere su quanto tempo ed energie vengano assorbiti dalle tante attività che affiancano l’insegnamento”.
La demonizzazione pubblica
Dalla testimonianza di un’altra collega si evince inoltre, con rammarico, il modo in cui è stata rappresentata la protesta nei principali media altoatesini:
“Un anno scolastico senza gite e progetti extrascolastici è stato, per me, un anno scolastico incentrato sui contenuti didattici e sulla quotidianità scolastica. Meno lavoro? Sicuramente no.
Molti progetti ed eventi non sono stati semplicemente cancellati, ma ripensati e realizzati all’interno della scuola. Questa esperienza mi ha fatto prendere consapevolezza di quanto la nostra società sia rigida e di quanto spesso manchi il coraggio di cambiare. A mio avviso, dovremmo essere più aperti a percorsi nuovi e diversi, perché è proprio da lì che può partire la trasformazione.
Ciò che è sicuramente mancato è stato il sostegno e il riconoscimento pubblico, forse perché la nostra società è troppo divisa. Trovo molto deludente il modo in cui i media hanno raccontato questa situazione. Solo insieme possiamo ottenere grandi risultati e credo che dovremmo tutti porci una domanda: quale sarà il futuro dei nostri figli? E non soltanto dal punto di vista economico”.
Le scuole in Alto Adige
Bisogna poi fare una distinzione importante. In Alto Adige la scuola è gestita da tre intendenze scolastiche indipendenti che si occupano della gestione e del reclutamento di insegnanti per le scuole italiane, le scuole tedesche e le scuole ladine.
Dalla testimonianza di un collega che ha vissuto la mobilitazione in una scuola italiana, evinciamo una situazione molto diversa. Afferma:
“Esperienza abbastanza sprecata. Nella scuola dove sono stato la protesta è partita solo perché la faceva la scuola tedesca, ma non c’è stata una grande unità da parte del corpo docenti. La scuola si è trovata spaccata quando un Consiglio di classe, in barba alla protesta, ha portato una classe in Grecia.
Inoltre, a distanza di un anno e con una situazione sommariamente immutata, la scuola altoaltesina è ricominciata come se la protesta non fosse mai esistita. Va detto che qua non si è ben visti perché, grazie ad articoli di giornale, sembra che si venga riempiti di euro. Poi si legge la busta paga e si nota che quando c’è un aumento statale l’indennità provinciale diminuisce; quando invece aumenta l’indennità provinciale, aumenta anche la tassazione”.
Che cosa chiedevamo
Le richieste, nel corso dell’anno, erano di diverso tipo. Il nodo di principio era il meccanismo con cui gli aumenti dello Stato (quelli “da Roma”) vengono compensati riducendo l’indennità provinciale, così che la busta paga non cresca. Per gli organizzatori un aumento nazionale che sparisce a Bolzano era inaccettabile.
Il movimento chiedeva tabelle retributive uniche tra i gradi di scuola, un’indennità per i coordinatori di classe e l’allineamento degli stipendi al costo della vita. Un’indennità per i coordinatori significa riconoscere finalmente un ruolo che nelle scuole regge molto del lavoro quotidiano. E chiunque abbia mai fatto il coordinatore di classe potrà testimoniare quanto lavoro in più esso richiedo rispetto al lineare svolgimento dell’attività di insegnante.
Che cosa si è ottenuto
Qualcosa, e va detto, lo si è ottenuto. Dopo mesi di tensioni, insegnanti e Provincia si sono seduti al tavolo e hanno raggiunto un accordo. I numeri che conosco arrivano dalla stampa locale: aumenti reali per 92 milioni di euro, tra i 5.300 euro lordi annui per chi inizia e i 6.000 per chi ha almeno 28 anni di servizio, pagati con effetto retroattivo. Si parla di investimenti concordati per oltre 90 milioni di euro.
Anche il fatto che l’idea abbia “fatto scuola” conta: a ottobre 2026, Il Post ha rilevato che il metodo è stato adottato anche in Trentino, dove oltre 1.500 insegnanti si sono detti pronti a fermare le gite.
Tuttavia, il gruppo di “Bildung am Abgrund” considera le risorse finanziarie insufficienti e ha invitato i collegi docenti a proseguire lo sciopero delle gite anche nell’anno scolastico 2026/27, con piani di lavoro fortemente ridotti.
Secondo il gruppo, il totale di circa 400 euro lordi al mese (tassati salatamente) non basta a colmare il divario salariale degli insegnanti, se paragonato con i paesi vicini. Restano aperti anche i temi che ho elencato: l’unificazione delle tabelle retributive, l’indennità per i coordinatori e l’adeguamento dello stipendio base al costo della vita.
La politica e la stigmatizzazione delle proteste
Dalla politica inoltre non sono mancate le risposte dure. Da chi ha affermato che chi non vuole fare l’insegnante può anche non farlo, a chi ha chiesto agli insegnanti di accontentarsi di ciò che hanno già ottenuto.
In realtà il problema è piuttosto serio, in una delle regioni in cui è più difficile trovare insegnanti. I dati sui posti vacanti in Alto Adige sono impressionanti. Sopratutto nelle zone montane si fatica a trovare chi, con le qualifiche adatte (ovvero la laurea, l’abilitazione all’insegnamento e il patentino di bi- e trilinguismo) accetti di lavorare con lo stesso stipendio di un lavoratore altoatesino di qualsiasi altro settore.
Insegno storia ai miei studenti e sarebbe il caso di ricordare che la storia delle conquiste salariali è sempre stata una storia di lotte. Come dimostra l’esempio altoatesino, quando siamo uniti si può ottenere riconoscimento e salari più giusti.
Una scuola che si regge solo grazie alla buona volontà non è una scuola sana. Le gite torneranno, e credo che torneranno in meglio quando saranno finalmente retribuite come un lavoro riconosciuto e non un favore fatto agli studenti.
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *
Nome *
Email *
Sito web
Do il mio consenso affinché un cookie salvi i miei dati (nome, email, sito web) per il prossimo commento.